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20 Marzo 2026 - 00:58
Abusi nella Chiesa: documenti shock rivelano che il Vaticano sapeva già dagli anni ’30
Una stanza fredda, luce radente su una scatola d’archivio con un’etichetta ingiallita: “Germania, 1937”. Dentro ci sono relazioni di vescovi, appunti riservati, timbri della Segreteria di Stato. Tra le righe ricorre un linguaggio burocratico: “segnalazioni”, “trasferimenti”, “foro interno”. È da qui che si può iniziare per capire il senso dell’inchiesta coordinata da El País, realizzata con partner internazionali come Correctiv, il Boston Globe, l’Observador e Casa Macondo. Il lavoro ricostruisce una rete di documenti che riportano indietro nel tempo la conoscenza degli abusi su minori all’interno della Chiesa cattolica. Secondo quanto emerso, a Roma arrivavano segnalazioni già dagli anni Trenta, molto prima del 2001, data indicata finora come punto di svolta nella gestione centralizzata dei casi. La notizia è stata rilanciata in Italia da RaiNews il 19 marzo 2026.

Le carte citate delineano una sequenza che attraversa gli anni della guerra: rapporti interni, scambi tra diocesi e uffici romani, indicazioni su come trattare le accuse contro sacerdoti. In alcuni documenti compaiono istruzioni sulla circolazione delle informazioni e sulla loro conservazione. RaiNews riassume così il quadro: la gerarchia ecclesiastica era informata sugli abusi già allora. Nello stesso periodo emergono direttive per evitare che i fascicoli finissero nelle mani del regime nazista. Questo elemento non prova da solo l’occultamento, ma indica che esistevano dossier sensibili e che venivano trattati con particolare riservatezza.
Tra i nomi che tornano c’è Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI. I materiali citati indicano che nel 1986, quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, risultava a conoscenza del caso del sacerdote tedesco Peter Hullermann, già condannato per abusi e trasferito tra diverse diocesi. È una vicenda già ricostruita negli anni dalla stampa tedesca e dagli archivi sul cosiddetto “padre H.”. Il punto, anche qui, riguarda la catena delle responsabilità: sapere, decidere, controllare.
Se queste carte saranno confermate e rese accessibili, cambierà soprattutto la cronologia. Non tanto l’estensione del fenomeno, ormai accertata, ma il momento in cui i vertici ecclesiastici ne sono venuti a conoscenza. Per anni la linea ufficiale ha distinto nettamente un prima e un dopo il 2001, quando Giovanni Paolo II ha affidato alla Congregazione per la Dottrina della Fede (oggi Dicastero per la Dottrina della Fede) la gestione dei casi più gravi con il documento “Sacramentorum sanctitatis tutela”. Se però a Roma arrivavano segnalazioni già negli anni Trenta, quella distinzione perde solidità. Il 2001 resta un passaggio giuridico importante, ma non segna l’inizio della conoscenza dei fatti.
Non è la prima volta che gli archivi mostrano una memoria lunga. Nel 2024 un’inchiesta di El País ha ricostruito, attraverso 211 documenti, come in Vaticano fossero note già dagli anni Cinquanta le accuse contro Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo. Le denunce si erano fermate dopo la morte di Pio XII, senza conseguenze immediate. Un precedente che conferma come la Curia romana ricevesse informazioni e le gestisse, talvolta senza renderle pubbliche.
Il riferimento alle direttive in epoca nazista va inserito nel contesto dei rapporti tra Chiesa e Terzo Reich. Nel 1937 Pio XI aveva firmato l’enciclica “Mit brennender Sorge”, critica verso l’ideologia nazista e diffusa clandestinamente in Germania. In un clima di controllo e repressione, la gestione dei documenti sensibili era inevitabilmente prudente. Ma questa prudenza coincideva anche con la scelta di mantenere le informazioni all’interno della struttura ecclesiastica.
Negli anni più recenti qualcosa è cambiato. Nel dicembre 2019 Papa Francesco ha abolito il segreto pontificio per i casi di abuso, eliminando un vincolo che per decenni aveva limitato la collaborazione con le autorità civili. La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori ha avviato una verifica delle conferenze episcopali nel mondo per valutare le procedure adottate. Nonostante questo, le nuove rivelazioni dimostrano che una parte della storia resta ancora da chiarire.
Dai documenti emerge anche una prassi ricorrente: invece della denuncia immediata, molti sacerdoti venivano trasferiti. In alcuni casi erano previste cure o limitazioni, spesso non rispettate. Questo meccanismo ha esposto altre comunità al rischio. Il problema non era l’assenza di norme, ma la loro applicazione.
Al centro torna il tema degli archivi: chi può consultarli e con quali limiti. L’apertura nel 2020 degli archivi del pontificato di Pio XII ha già portato a nuove scoperte su altri capitoli storici. Sugli abusi, però, l’accesso resta parziale. Studiosi e vittime chiedono una declassificazione ordinata, con dati verificabili e la possibilità di collegare i fascicoli alle decisioni prese.
Dire che le segnalazioni arrivavano a Roma già negli anni Trenta significa riconoscere che il fenomeno era noto, almeno in parte, ai vertici ecclesiastici. E che esistevano procedure interne per gestirlo. Non si tratta di applicare le categorie di oggi al passato, ma di capire che la consapevolezza c’era, anche se filtrata da logiche di tutela dell’istituzione.
Le vittime chiedono riconoscimento, risarcimento e accesso agli atti. In paesi come la Spagna sono stati avviati sistemi di indennizzo con il coinvolgimento del Defensor del Pueblo. Le inchieste giornalistiche hanno avuto un ruolo decisivo. Il lavoro del Boston Globe, ancora oggi punto di riferimento, ha mostrato quanto sia importante l’accesso alle fonti.
Anche il linguaggio conta. Nei documenti più antichi ricorrono espressioni come “prudenza” o “buona fama del clero”. Termini che oggi appaiono insufficienti a descrivere la gravità dei fatti e che hanno contribuito a ritardare le risposte.
Questa nuova ricostruzione non introduce solo nuovi elementi, ma mette in discussione una narrazione consolidata. I casi non hanno iniziato a emergere nel 2001. Erano già noti decenni prima. La questione ora riguarda la trasparenza e la coerenza tra norme e comportamenti. Dove le regole sono state applicate, i danni si sono limitati. Dove si è scelto di spostare il problema, le conseguenze si sono moltiplicate.
Lo ha riconosciuto anche Papa Francesco: abusi e coperture hanno inciso sulla credibilità della Chiesa. I documenti oggi riportati alla luce non sono un giudizio, ma un fatto archivistico. Se mostrano che le informazioni circolavano già allora, la risposta non può che essere un chiarimento completo. La storia, a questo punto, non inizia nel 2001. Inizia molto prima, tra carte dattiloscritte e timbri ufficiali. E riguarda una responsabilità che non cambia nel tempo: proteggere i minori.
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