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E' morto Umberto Bossi. Il fondatore della Lega aveva 84 anni

Dal sogno della Padania alle stanze del potere, il “Senatur” protagonista di quarant’anni di storia

Umberto Bossi aveva 84 anni

Umberto Bossi aveva 84 anni

Umberto Bossi è morto. Con lui scompare uno dei protagonisti più divisivi, longevi e riconoscibili della politica italiana degli ultimi quarant’anni: il fondatore della Lega Nord, l’uomo che ha trasformato un movimento territoriale in una forza capace di incidere sugli equilibri nazionali, imponendo temi, linguaggi e fratture che ancora oggi attraversano il Paese.

Aveva 84 anni. Da tempo le sue condizioni di salute erano fragili, segnate soprattutto dall’ictus che lo colpì nel 2004 e che ne ridusse progressivamente la presenza pubblica, senza però cancellarne del tutto l’influenza simbolica. Fino agli ultimi anni, Bossi è rimasto per molti “il Senatur”, figura identitaria per una parte dell’elettorato del Nord e, al tempo stesso, riferimento controverso per chi ha visto nella sua parabola politica una stagione di rottura spesso aspra, talvolta estrema.

Nato a Cassano Magnago, in provincia di Varese, il 19 settembre 1941, Bossi costruì la propria carriera politica fuori dai percorsi tradizionali. Dopo studi universitari mai completati e una vita segnata da lavori diversi, fu negli anni Ottanta che iniziò a organizzare il consenso attorno alle prime leghe regionali. Nel 1989 fondò ufficialmente la Lega Nord, federando movimenti autonomisti del Nord Italia sotto un’unica sigla e una visione politica che mescolava federalismo, protesta fiscale e rivendicazione identitaria.

Fu una rivoluzione nel linguaggio e nei contenuti. Bossi seppe intercettare un malessere diffuso nelle regioni settentrionali, dando voce a un elettorato che si sentiva penalizzato da uno Stato percepito come inefficiente e distante. Il suo lessico diretto, spesso provocatorio, rompeva con il registro istituzionale della Prima Repubblica, contribuendo a scardinarne gli equilibri proprio negli anni in cui Tangentopoli ne avrebbe accelerato il crollo.

Negli anni Novanta la Lega Nord divenne protagonista della scena politica nazionale. Dopo una prima fase di opposizione radicale, Bossi scelse la via delle alleanze, stringendo un rapporto destinato a segnare la politica italiana: quello con Silvio Berlusconi. Un’intesa mai lineare, fatta di strappi, ricuciture e tensioni, ma capace di portare la Lega al governo e di farne un attore decisivo nelle coalizioni di centrodestra.

Bossi fu più volte ministro, tra cui delle Riforme istituzionali, e vicepresidente del Consiglio. Il suo obiettivo dichiarato rimase sempre quello di trasformare l’assetto dello Stato in senso federalista, se non addirittura — in alcune fasi — secessionista. Celebre la stagione della “Padania”, con la proclamazione simbolica dell’indipendenza e i raduni sul fiume Po, momenti che contribuirono a costruire un’identità politica forte, capace di mobilitare consenso ma anche di suscitare forti opposizioni.

Nel 2004 l’ictus segnò uno spartiacque. Bossi sopravvisse, ma la sua capacità di intervento pubblico ne uscì ridimensionata. Nonostante ciò, continuò a essere il punto di riferimento del partito fino al 2012, quando lo scandalo sui rimborsi elettorali — che coinvolse anche la sua famiglia — lo costrinse a lasciare la segreteria. Fu la fine di un’epoca.

La Lega che aveva fondato cambiò pelle negli anni successivi, soprattutto con la leadership di Matteo Salvini, trasformandosi da partito territoriale del Nord a forza nazionale. Un’evoluzione che segnò una distanza evidente rispetto alla visione originaria del Senatur, pur mantenendone alcuni tratti identitari.

Bossi rimase comunque una figura simbolica, rispettata da una parte della base e riconosciuta anche dagli avversari come uno dei pochi leader capaci di incidere profondamente nel sistema politico italiano. Il suo stile, spesso sopra le righe, gli attirò critiche e polemiche, ma contribuì anche a ridefinire i confini del discorso politico pubblico.

Con la sua morte si chiude una stagione iniziata negli anni Ottanta e culminata con la fine della Prima Repubblica e la nascita della Seconda. Una stagione in cui Bossi è stato, nel bene e nel male, uno dei principali interpreti.

Resta il segno di una figura che ha saputo costruire consenso partendo dal territorio, imponendo temi come il federalismo, la fiscalità e il rapporto tra centro e periferia. E resta, soprattutto, il lascito di un linguaggio politico che ha cambiato il modo di parlare agli elettori, aprendo la strada a una comunicazione più diretta, meno mediata, destinata a diventare la cifra di molta politica negli anni successivi.

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