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18 Marzo 2026 - 17:46
Don Salesio Sebold e la casa di riposo Piccola Lourdes
La casa di riposo Piccola Lourdes non sarà venduta e non uscirà dal perimetro della comunità. A dirlo è il parroco di Brandizzo, don Salesio Sebold, che interviene per chiarire le voci circolate nelle ultime settimane sul futuro della struttura.
Il punto di partenza è uno solo: “Non c’è niente da nascondere”. La discussione nasce dalla fine del percorso della ONLUS che finora ha gestito la struttura. “L’onlus termina questo mese e si è aperto il confronto su come proseguire: trasformarla in fondazione oppure riportare tutto in capo alla parrocchia”, spiega il parroco.
Una scelta che ha alimentato dubbi e indiscrezioni, ma che — nella versione del parroco — non mette in discussione né la natura della struttura né il suo radicamento locale. “C’è un legame forte con la comunità e non si va a perdere. La casa di riposo è nata dalla parrocchia e lì resta: cambia la forma giuridica, non la sostanza”.
Nessuna cessione ai privati, quindi. “Non esiste alcun mandato per vendere. Non è nostra intenzione farlo. È una realtà importante per Brandizzo e rimarrà tale”, mette nero su bianco don Sebold, assumendosi anche una responsabilità personale: “Mi impegno in prima persona, con tutti i rischi del caso, perché resti un progetto della parrocchia, aperto alla collaborazione dei laici”.
Sul piano operativo, non cambierà nemmeno la gestione. La struttura continuerà a essere affidata a CM Service S.r.l., società che opera nel settore socio-assistenziale e che già oggi gestisce la casa di riposo. “Il contratto resta quello: la gestione è e resterà in capo a CM, in una forma di gestione esternalizzata”, chiarisce il parroco. Un assetto già previsto anche nei passaggi precedenti: nel contratto tra parrocchia, ONLUS e gestore era infatti stabilito che, in caso di cessazione della ONLUS, i rapporti sarebbero rimasti in capo alla parrocchia.
E allora perché si parla tanto di una “scadenza” al 31 marzo? Qui entra in gioco la normativa. Non si tratta di un obbligo di legge che impone la chiusura delle ONLUS, ma di una fase di transizione legata alla riforma del Terzo Settore. In pratica, gli enti devono decidere se trasformarsi (ad esempio in fondazione o altro ente del Terzo Settore) oppure scegliere una strada diversa. “Abbiamo valutato anche l’ipotesi della fondazione, ma non comporterebbe vantaggi fiscali”, spiega don Sebold. Da qui la decisione di riportare la titolarità alla parrocchia.
La partita, comunque, non è ancora formalmente chiusa. Venerdì 20 marzo è convocato il Consiglio di amministrazione della ONLUS, composto dal parroco — che ne è presidente — e da sei consiglieri laici. “Ne discuteremo insieme. L’obiettivo è rafforzare il progetto e il suo legame con la comunità”, dice il parroco, che aggiunge: “Spero che la collaborazione con gli attuali consiglieri non finisca qui”.
In sintesi, la linea tracciata dalla parrocchia è netta: nessuna vendita, continuità nella gestione e ritorno formale sotto l’ombrello parrocchiale. Resta da vedere se basterà a spegnere definitivamente le preoccupazioni emerse in paese.
Ma per capire davvero perché la vicenda sta accendendo il dibattito in paese bisogna tornare indietro di qualche anno. La ONLUS Piccola Lourdes nasce nel 2000 per dare una veste giuridica più strutturata a una realtà già esistente, fondata dalla parrocchia e cresciuta nel tempo grazie al contributo della comunità. Non un soggetto esterno, dunque, ma uno strumento: un passaggio necessario per gestire servizi sempre più complessi, accedere a convenzioni e garantire standard assistenziali adeguati.
Da allora la ONLUS ha rappresentato il braccio operativo della struttura, con un Consiglio di amministrazione composto dal parroco — presidente — e da consiglieri laici. Un equilibrio che ha tenuto insieme dimensione pastorale e gestione concreta, volontariato e professionalità. Oggi, con la fine di quel contenitore giuridico, si riapre una scelta che è prima di tutto identitaria: mantenere una forma autonoma o riportare tutto dentro la parrocchia.
È qui che si gioca la partita. Non sulla vendita — esclusa dal parroco — ma sul modello. Perché cambiare forma giuridica, in un luogo come questo, non è mai solo una questione tecnica. È decidere chi tiene in mano il timone.

Anziani ospiti della casa di riposo (archivio)
Ma la Piccola Lourdes non è solo un caso amministrativo o una discussione giuridica. È, prima di tutto, una storia che affonda le radici nella comunità di Brandizzo e nel lavoro di un parroco che, decenni fa, aveva intuito un bisogno prima ancora che diventasse emergenza.
La struttura nasce infatti circa cinquant’anni fa per volontà di don Luigi Manassero, in un contesto completamente diverso da quello attuale. Non c’erano ancora le reti strutturate di assistenza agli anziani, né un sistema diffuso di residenze dedicate. C’era però un territorio che cambiava e una popolazione che invecchiava, spesso senza risposte adeguate. È in quel vuoto che prende forma l’idea della casa di riposo: non come servizio “a pagamento” in senso stretto, ma come risposta concreta a un bisogno sociale.
All’inizio, la Piccola Lourdes è espressione diretta della parrocchia. Nasce e cresce grazie a una rete fatta di volontari, offerte, impegno quotidiano. Non è un progetto calato dall’alto, ma costruito pezzo dopo pezzo, dentro una comunità che si riconosce in quell’opera. È questo elemento — più ancora della funzione sanitaria — a renderla nel tempo un punto di riferimento per il paese.
Con il passare degli anni, però, cambia tutto intorno. Le normative diventano più stringenti, la gestione delle strutture socio-assistenziali richiede competenze sempre più specifiche, i costi aumentano e i servizi si fanno più complessi. È in questo passaggio che, nel 2000, nasce la ONLUS: una scelta necessaria per adeguarsi al nuovo contesto e garantire continuità alla struttura.
La ONLUS non sostituisce la parrocchia, ma ne diventa lo strumento operativo. Permette di organizzare meglio la gestione, di strutturare i servizi, di mantenere standard adeguati. Allo stesso tempo conserva un legame diretto con le origini: il parroco resta figura centrale, affiancato da consiglieri laici che portano competenze e contributo operativo.
Negli anni successivi, la casa di riposo evolve ulteriormente. Non è più soltanto un luogo di accoglienza, ma una struttura articolata, capace di ospitare persone con diversi livelli di autonomia e di garantire assistenza continuativa. La gestione viene affidata a un soggetto esterno specializzato, mentre la proprietà e l’indirizzo restano legati alla comunità.
È questo equilibrio — tra radici locali e organizzazione moderna — che ha consentito alla Piccola Lourdes di arrivare fino a oggi. Ma è anche lo stesso equilibrio che oggi torna in discussione. Non perché venga meno la funzione della struttura, né perché ci sia un disimpegno, ma perché cambia il contenitore giuridico che per anni ne ha regolato la vita.
Ed è qui che si capisce perché la vicenda abbia acceso il dibattito. Perché, a Brandizzo, la casa di riposo non è percepita come una struttura qualsiasi. È il risultato di una storia collettiva, di un investimento sociale e umano che attraversa generazioni. E ogni passaggio — anche quando è tecnico — viene letto come una possibile svolta identitaria.
In fondo, la domanda che circola non è solo “chi la gestirà”, ma qualcosa di più profondo: resterà ciò che è sempre stata? La risposta del parroco prova a chiudere il cerchio riportando tutto all’origine. Ma quando una storia è così lunga e radicata, non basta una rassicurazione. Serve tempo perché le parole diventino, di nuovo, fiducia.
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