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18 Marzo 2026 - 02:06
Cuba al buio e sotto pressione: Trump minaccia il controllo dell’isola mentre il petrolio scompare
All’Avana la notte si interrompe con un suono secco: l’interruttore che non risponde. Le strade restano al buio, i ventilatori si fermano, i frigoriferi si spengono. C’è chi accende il telefono per farsi luce. È l’ennesimo blackout. Nelle stesse ore, a migliaia di chilometri di distanza, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di Cuba come di un Paese “molto indebolito” e ha evocato una possibile “presa di controllo”, definendola un esito positivo per gli esuli cubani. L’espressione, rilanciata da testate europee e statunitensi, è arrivata mentre l’isola affronta una crisi energetica sempre più grave e Washington intensifica la pressione su chi fornisce petrolio a L’Avana.
Le parole di Trump si inseriscono in una strategia più ampia. La Casa Bianca ha introdotto dazi contro i Paesi che esportano greggio verso Cuba, trasformando il commercio energetico in uno strumento di pressione politica. Non è una novità assoluta: già nel 2019 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva sanzionato compagnie coinvolte nel trasporto di petrolio venezuelano. Ora però il raggio d’azione si è allargato e colpisce direttamente i rapporti commerciali con Paesi terzi.
Viva Cuba Libre✌️️!
— Ana Maria (@AnaMariasizxs) March 18, 2026
No Castros! No Communists! pic.twitter.com/wFT8JuxJYt
La fragilità del sistema elettrico cubano è documentata. La rete è obsoleta, segnata da anni di scarsi investimenti e da una cronica carenza di combustibile. Tra la fine del 2024 e il 2025 si sono verificati blackout estesi a livello nazionale. Il guasto alla centrale Antonio Guiteras di Matanzas, nell’ottobre 2024, ha lasciato l’intera isola senza elettricità. Nei mesi successivi si sono susseguiti nuovi collassi, con milioni di persone al buio per ore o giorni. I dati più recenti indicano un calo dei consumi elettrici pro capite, segnale di un sistema sotto pressione e di un’economia che fatica a sostenersi.
In questo contesto, il petrolio è diventato la leva decisiva. Il 29 gennaio 2026 Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consente di imporre dazi sulle importazioni negli Stati Uniti provenienti da Paesi che riforniscono Cuba di greggio. L’obiettivo è isolare l’isola colpendo anche i suoi partner commerciali. Le conseguenze sono immediate: meno carburante significa meno elettricità, trasporti ridotti, difficoltà negli ospedali, problemi nella distribuzione dell’acqua e nella conservazione degli alimenti. Organizzazioni umanitarie e religiose hanno segnalato rischi concreti per la popolazione.
Il caso del Messico è emblematico. Dopo il ridimensionamento delle forniture dal Venezuela, nel 2025 Città del Messico è diventata un fornitore importante per Cuba. Con le nuove misure statunitensi, il governo guidato da Claudia Sheinbaum ha sospeso temporaneamente le spedizioni di petrolio, rivendicando una scelta sovrana ma annunciando allo stesso tempo aiuti umanitari. Navi con carichi di assistenza sono partite verso l’isola, mentre sul piano diplomatico si cerca un equilibrio tra i rapporti con Washington e il sostegno a Cuba. La sospensione delle forniture ha avuto un effetto diretto sulla produzione elettrica cubana.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Governi e osservatori hanno sollevato dubbi sulla legittimità di misure che incidono sul commercio di Paesi terzi. Il tema richiama il dibattito storico sull’embargo statunitense contro Cuba, più volte criticato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (ONU). Oggi però il confronto si sposta sul terreno energetico, con implicazioni immediate sulla vita quotidiana.
Resta ambigua la portata delle dichiarazioni di Trump sulla “presa di controllo”. Non sono stati indicati strumenti, tempi o condizioni. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, negli ambienti dell’amministrazione si sarebbe discusso di possibili scenari politici che coinvolgerebbero il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, ma non ci sono conferme definitive. In pubblico, la Casa Bianca lega un eventuale allentamento delle sanzioni al rilascio di prigionieri politici e a riforme economiche e istituzionali.
Intanto sull’isola gli effetti sono concreti. Ospedali che funzionano con generatori d’emergenza, trasporti ridotti, interruzioni nella catena del freddo, voli costretti a scali tecnici per il rifornimento. La crisi energetica si riflette su ogni settore. Senza carburante, le centrali termoelettriche non riescono a garantire continuità e i blackout diventano parte della quotidianità.
Per L’Avana le opzioni sono limitate. Il governo cerca forniture alternative, spesso più costose e complesse da ottenere, mentre spinge per canali umanitari che consentano almeno di mantenere attivi i servizi essenziali. Resta sullo sfondo l’ipotesi di un negoziato politico, ma i margini appaiono ristretti e incerti.
Le dichiarazioni di Donald Trump chiariscono la linea politica ma non indicano un percorso preciso. La pressione passa oggi soprattutto dal controllo delle forniture energetiche. In un Paese dove l’elettricità è diventata intermittente, il nodo resta uno solo: senza petrolio, la rete si spegne. E finché il flusso di carburante resterà condizionato da sanzioni e dazi, il buio rischia di continuare.
Fonti: stampa internazionale, agenzie di stampa, dichiarazioni ufficiali della Casa Bianca, comunicati del governo del Messico, analisi di organismi umanitari e documenti delle Nazioni Unite (ONU).
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