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15 Marzo 2026 - 22:23
Barca affondata davanti a Lampedusa: salvate 64 persone, disperso un bambino di due anni
È ancora buio sul molo Favaloro quando i primi naufraghi scendono dalla motovedetta. Tremano, avvolti nelle coperte termiche che riflettono la luce dei fari. Alle loro spalle il mare è nero. «Dov’è mio figlio?», chiede una donna arrivata dalla Sierra Leone. Nessuno ha una risposta.
Il barchino su cui viaggiavano è affondato nel tardo pomeriggio di sabato 14 marzo 2026, a poche miglia da Lampedusa. La barca era partita da Sfax, in Tunisia. In pochi minuti l’acqua ha inghiottito tutto: zaini, documenti, scarpe. E un bambino di due anni che, all’alba di domenica 15 marzo, risulta ancora disperso.
L’imbarcazione era lunga circa nove metri. A bordo c’erano decine di persone. La Guardia Costiera italiana ha recuperato 64 naufraghi con la motovedetta CP327. Le ricerche del piccolo continuano.
L’allarme è arrivato nel tardo pomeriggio. La CP327 ha raggiunto il punto segnalato e ha iniziato a recuperare le persone in acqua. Nelle ore successive sono intervenute altre unità: la motovedetta CP271 e un velivolo impegnato nella ricognizione dall’alto. Le operazioni sono proseguite per tutta la notte e sono riprese all’alba. Le condizioni del mare e la rapidità con cui la barca è affondata hanno reso difficile individuare eventuali dispersi.

Nel tratto di mare davanti a Lampedusa i soccorsi sono di solito coordinati dal Centro secondario di soccorso marittimo di Palermo (MRSC Palermo, Maritime Rescue Sub Centre). In mare operano motovedette della Guardia Costiera, unità della Guardia di Finanza e, in alcuni casi, mezzi dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex). In episodi recenti nella stessa area sono intervenute più volte le motovedette CP324 e CP327, segno di una presenza costante di imbarcazioni in difficoltà.
Tra i sopravvissuti ci sono 14 donne e 10 minori. Provengono soprattutto da Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone. Tra loro c’è la madre del bambino scomparso.
Dopo lo sbarco sono iniziati i colloqui per ricostruire la partenza e il viaggio. Alcuni hanno raccontato di avere pagato circa 300 euro per la traversata dalla costa tunisina. Il prezzo varia a seconda del punto di partenza e dei contatti con i passatori. In cambio, i migranti salgono su imbarcazioni spesso costruite in modo rudimentale, con motori poco affidabili e carburante appena sufficiente per tentare la traversata.
La rotta tra Sfax e Lampedusa è la più breve del Mediterraneo centrale. Tra i due punti ci sono poco più di 105 miglia nautiche, circa 196 chilometri. Una distanza ridotta rispetto ad altre rotte, ma che può diventare pericolosa quando il mare cambia o la barca non regge. Negli ultimi anni sono comparsi sempre più spesso barchini di metallo o vetroresina assemblati senza standard di sicurezza.
Dal 2024 la zona di Sfax è tornata a essere uno dei principali punti di partenza verso l’Italia. Nel 2025 le autorità tunisine hanno smantellato più volte gli accampamenti di migranti nelle aree agricole di El Amra e Jebeniana, a nord della città. Le operazioni hanno disperso migliaia di persone che vivevano in condizioni precarie. Organizzazioni internazionali e associazioni umanitarie hanno denunciato sgomberi, sequestri di beni e trasferimenti forzati verso aree isolate. Molti migranti rimasti senza riparo hanno deciso di tentare comunque la traversata.
I 64 sopravvissuti sono stati trasferiti all’hotspot di Contrada Imbriacola, la struttura di prima accoglienza dell’isola gestita dalla Croce Rossa Italiana (CRI). Qui vengono effettuate visite mediche, identificazioni e, quando necessario, trasferimenti verso ospedali della Sicilia.
Nel 2024 la struttura ha accolto quasi 46.000 persone. Nel 2025 i passaggi sono stati circa 49.000. La gestione della Croce Rossa Italiana è stata prorogata fino a dicembre 2027. L’hotspot è un centro di transito: i migranti restano pochi giorni prima di essere trasferiti sulla terraferma. Quando arrivano più soccorsi nello stesso momento, la capienza viene superata e l’organizzazione diventa più complessa.
Il naufragio avviene in un inizio d’anno già pesante per il Mediterraneo. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), al 24 febbraio 2026 sulle varie rotte sono stati registrati almeno 606 morti o dispersi. Il Mediterraneo centrale resta il tratto più pericoloso. Negli ultimi mesi i viaggi sono diminuiti rispetto ai picchi degli anni precedenti, ma vengono effettuati su imbarcazioni sempre più fragili.
Tra gennaio e febbraio una serie di perturbazioni nel Canale di Sicilia, indicata da alcuni osservatori con il nome Harry, ha causato diversi naufragi non sempre documentati. Alcune barche partite da Sfax non sono mai arrivate. Di molte non si hanno notizie certe.
Ogni operazione di salvataggio segue una sequenza precisa: l’avvistamento dell’imbarcazione, la segnalazione ai centri di coordinamento, l’invio dei mezzi di soccorso e il recupero delle persone. Quando uno di questi passaggi ritarda — per il maltempo, la distanza o il numero di barche in mare — le possibilità di sopravvivenza diminuiscono rapidamente.
Gli specialisti che studiano i flussi migratori indicano da anni la stessa questione: l’assenza di vie legali per chiedere protezione spinge molte persone a rivolgersi ai passatori. Il costo del viaggio cambia a seconda della rotta e dei contatti con le reti di traffico. In alcuni casi il pagamento avviene con denaro, in altri con lavoro forzato o debiti contratti lungo il percorso. Rapporti pubblicati nel 2025 da organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite hanno raccolto testimonianze di violenze, sfruttamento e respingimenti verso aree desertiche ai confini della Tunisia.
Intanto davanti a Lampedusa continuano le ricerche del bambino disperso. Le unità navali pattugliano la zona del naufragio seguendo le correnti e la possibile deriva. Le testimonianze dei sopravvissuti serviranno anche a stabilire quante persone fossero realmente a bordo e se tra loro ci fossero gli organizzatori del viaggio.
Le indagini su episodi simili hanno spesso portato alla luce reti di trafficanti attive tra Tunisia, Libia e diversi Paesi dell’Africa occidentale. Le organizzazioni cambiano rapidamente modalità operative: modificano i punti di partenza, gli orari delle partenze e il tipo di imbarcazione utilizzata.
A Lampedusa resta la scena più semplice e più dura: il molo illuminato, le coperte termiche, i soccorritori che guardano il mare. E una madre che continua a chiedere notizie del figlio.
Fonti:
Guardia Costiera italiana
Centro secondario di soccorso marittimo di Palermo (MRSC Palermo)
Croce Rossa Italiana (CRI)
Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)
rapporti di organizzazioni umanitarie e agenzie delle Nazioni Unite sulle rotte del Mediterraneo centrale.
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