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12 Marzo 2026 - 00:23
Perché milioni di passeggeri sono rimasti a terra? La crisi degli aeroporti del Golfo che ha bloccato i voli in tutto il mondo
Un tabellone elettronico lampeggiava a intermittenza. Una dopo l’altra, le scritte “delayed” e “cancelled” hanno sostituito gli orari di partenza. Negli aeroporti del Golfo, quasi immobili sotto il ronzio costante degli impianti di climatizzazione, un altoparlante ha invitato i passeggeri a non raggiungere i gate. In pochi giorni il traffico aereo internazionale ha mostrato tutta la sua vulnerabilità. La chiusura di diversi spazi aerei ha spezzato le catene logistiche dell’aviazione civile: equipaggi rimasti lontani dalle basi operative, aeromobili impossibilitati a rientrare, rotte modificate all’ultimo momento e assicurazioni che hanno rivisto i premi per il sorvolo delle aree di crisi. Le mappe radar si sono svuotate.

Dall’inizio dell’emergenza più di 7,5 milioni di passeggeri si sono ritrovati senza volo e tra il 28 febbraio e il 10 marzo 2026 sono state cancellate oltre 43.000 tratte. La crisi è partita da tre nodi centrali del sistema mondiale del trasporto aereo: Hamad International Airport di Doha, Dubai International Airport e Zayed International Airport di Abu Dhabi.
La fotografia più precisa arriva dai dati elaborati da Cirium, società che monitora la programmazione delle compagnie aeree. Nel periodo considerato oltre quarantatremila voli, tra partenze e arrivi, sono stati cancellati nell’area del Golfo Persico. In alcune giornate le cancellazioni hanno superato la metà dei collegamenti previsti. Le stime, riprese anche dal Corriere della Sera, indicano che nella prima fase dell’emergenza i viaggiatori coinvolti hanno superato i sette milioni e mezzo.
Le autorità aeronautiche di Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Israele, Iraq e Giordania hanno introdotto chiusure totali o restrizioni severe dello spazio aereo. Le immagini diffuse da Flightradar24, che raccoglie i dati dei transponder degli aeromobili, hanno mostrato un tratto di cielo quasi privo di traffico sopra il Golfo. Solo con il passare delle ore alcune autorità hanno autorizzato corridoi temporanei per operazioni di emergenza o per deviazioni di rotta.
Il blocco dei tre scali ha avuto effetti immediati su tutto il sistema. Gli aeroporti di Doha, Dubai e Abu Dhabi sono progettati per concentrare e ridistribuire i voli intercontinentali. Collegano Europa, Asia, Africa e Oceania con un numero ridotto di scali intermedi. Quando uno di questi nodi si ferma, la rete si disarticola: voli in transito che non possono proseguire, aeromobili che restano bloccati negli aeroporti di arrivo, turni degli equipaggi da ricostruire. Anche le manutenzioni programmate devono essere ripianificate.
Le conseguenze economiche sono rilevanti. Secondo stime raccolte da fonti del settore e rilanciate da diversi media internazionali, i mancati ricavi da biglietti già venduti superano 1,6 miliardi di dollari per le principali compagnie della regione.
La compagnia Emirates, che ha a Dubai il proprio principale scalo operativo, avrebbe perso circa 640 milioni di dollari. In condizioni normali oltre la metà dei passeggeri utilizza Dubai solo come punto di transito. La compagnia Qatar Airways avrebbe registrato un impatto vicino ai 605 milioni di dollari: nei giorni più critici quasi il 94 per cento dei suoi voli è stato cancellato a causa della chiusura dello spazio aereo del Qatar. La compagnia Etihad Airways, con base ad Abu Dhabi, avrebbe perso circa 206 milioni di dollari. Altri vettori regionali, tra cui flydubai e Air Arabia, avrebbero accumulato perdite complessive intorno ai 110 milioni di dollari.
Nei primi dieci giorni della crisi i cinque principali vettori del Golfo hanno cancellato almeno 16.500 voli, con circa 3,7 milioni di passeggeri coinvolti direttamente. A questi numeri si aggiungono i costi per l’assistenza ai viaggiatori bloccati: pernottamenti negli alberghi, trasferimenti, pasti, riprenotazioni e gestione del trasporto merci nelle stive degli aerei.
Il blocco dei tre aeroporti ha avuto effetti molto più ampi della regione. Più di 100.000 passeggeri al giorno utilizzano normalmente questi scali per viaggiare tra Europa e Asia o tra Asia e Oceania. Il sistema funziona grazie a una sequenza serrata di arrivi e partenze: quando un’ondata di voli viene cancellata, centinaia di coincidenze saltano nel giro di poche ore. Anche le compagnie europee e asiatiche che condividono i collegamenti con i vettori del Golfo subiscono gli effetti delle interruzioni.
La crisi è iniziata il 28 febbraio 2026, quando sono state introdotte le prime restrizioni sugli spazi aerei di Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Nei giorni successivi numerose compagnie internazionali hanno sospeso i collegamenti con l’area. Tra queste Lufthansa, British Airways, Air France-KLM, Turkish Airlines, Air India e IndiGo. In Europa l’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea (EASA) ha diffuso avvisi di rischio per il sorvolo della regione.
Tra il 5 e il 7 marzo i dati hanno mostrato un primo miglioramento generale, ma con situazioni ancora critiche in singoli aeroporti. In alcune giornate quasi tutti i voli da Doha e Bahrain sono stati cancellati. Il 10 marzo il conteggio delle tratte soppresse ha superato quota 43.000. Alcuni collegamenti sono stati riattivati, ma in modo limitato e con priorità alle operazioni di emergenza e ai voli di rimpatrio.
Le rotte tra Europa occidentale e il Golfo sono state tra le più colpite. I collegamenti con Regno Unito, Germania, Italia e Francia hanno registrato cancellazioni e deviazioni. Alcuni voli sono stati trasferiti verso aeroporti alternativi, tra cui Muscat in Oman, rimasto operativo e utilizzato per alcune operazioni di riposizionamento degli aeromobili.
Particolarmente pesante l’impatto sui collegamenti tra India e Golfo Persico, fondamentali per milioni di lavoratori e per i viaggi familiari. Il 1° marzo negli aeroporti indiani sono state cancellate fino a 350 tratte in una sola giornata. Solo lo scalo di Mumbai ha registrato 57 voli soppressi.
La deviazione delle rotte ha allungato i tempi di viaggio. Molti aeromobili hanno dovuto aggirare le zone di rischio sorvolando il Mar Arabico o l’Oceano Indiano, con un aumento dei consumi di carburante e la necessità di pianificare scali tecnici in aeroporti meno trafficati.
Quando uno spazio aereo viene chiuso per motivi di sicurezza entrano in gioco diversi livelli di controllo. Le compagnie modificano le rotte per evitare le aree di conflitto. Le assicurazioni rivedono le condizioni per il sorvolo delle cosiddette zone di guerra. I passeggeri europei possono fare riferimento al Regolamento (CE) n. 261/2004 dell’Unione europea, che tutela i viaggiatori in caso di cancellazione dei voli. In situazioni straordinarie come una crisi militare l’indennizzo economico può non essere dovuto, ma restano gli obblighi di assistenza, riprotezione su altri voli o rimborso del biglietto.
Le autorità dell’aviazione civile hanno indicato una linea prudente. Gli esperti citati da Flightradar24 e da altre società di analisi del traffico aereo hanno ricordato che la priorità resta la sicurezza di passeggeri ed equipaggi. Le compagnie devono attenersi ai NOTAM, gli avvisi operativi diffusi in tempo reale dalle autorità aeronautiche. Per questo, nei giorni più difficili, Qatar Airways, Emirates ed Etihad Airways hanno sospeso gran parte delle operazioni prima di riaprire gradualmente alcune rotte.
La ripresa è iniziata lentamente. Alcuni collegamenti da Dubai e Abu Dhabi sono stati riattivati, mentre a Doha sono stati autorizzati corridoi per operazioni limitate e per il rientro dei passeggeri bloccati all’estero. I vettori hanno dato priorità ai voli intercontinentali più frequentati, rinviando quelli meno redditizi o con minore domanda.
Le conseguenze della crisi potrebbero farsi sentire ancora per settimane. Riposizionare aeromobili ed equipaggi richiede tempo. Alcuni interventi di manutenzione programmata potrebbero slittare, con effetti sull’organizzazione delle flotte. Le deviazioni di rotta più lunghe aumentano i costi operativi e potrebbero spingere alcune compagnie a rivedere i collegamenti meno frequentati.
Il sistema costruito negli ultimi vent’anni dagli hub del Golfo si basa su una rete molto concentrata. La crisi ha mostrato quanto questa struttura possa diventare fragile quando uno dei nodi principali si blocca. I primi segnali di ripresa sono arrivati nei giorni successivi, con un calo progressivo delle cancellazioni rispetto ai picchi iniziali. Ma la situazione resta incerta. Nuove restrizioni dello spazio aereo o un aggravarsi delle tensioni nella regione potrebbero provocare altre interruzioni improvvise.
Dietro i numeri restano le storie dei viaggiatori rimasti a terra: persone che non sono riuscite a tornare a casa, coincidenze perse, itinerari ricostruiti all’ultimo momento con scali inattesi. La crisi ha ricordato quanto il traffico aereo mondiale dipenda da pochi nodi strategici e quanto rapidamente una decisione di chiusura dello spazio aereo possa propagarsi lungo tutta la rete dei voli internazionali.
Fonti: Cirium, Flightradar24, Corriere della Sera, Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea (EASA), dati operativi delle compagnie Emirates, Qatar Airways, Etihad Airways, flydubai, Air Arabia.
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