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Cascano i pali della linea telefonica. Non si può andare avanti così!

Dopo il crollo di un palo su un’auto lungo la provinciale per Albiano, Luigi Sergio Ricca scrive a FiberCop e alle istituzioni: «Serve un piano straordinario di manutenzione»

Cascano i pali della linea telefonica. Non si può andare avanti così!

Cascano i pali della linea telefonica. Non si può andare avanti così!

Alcuni mesi fa un vecchio palo in legno della linea telefonica fissa TIM, ormai visibilmente deteriorato, è crollato improvvisamente su un’automobile che transitava lungo la strada provinciale per Albiano. Fortunatamente l’incidente non ha causato feriti, ma si è trattato di un evento che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia.

Toh! Guarda... Il palo era già stato segnalato come pericolante, ma nonostante le segnalazioni non era stato effettuato alcun intervento.

Da questo episodio concreto parte la presa di posizione del sindaco di Bollengo Luigi Sergio Ricca. L’altro giorno ha deciso di portare all’attenzione dei vertici di FiberCop e delle istituzioni regionali e metropolitane il problema del deterioramento delle linee telefoniche fisse "ex TIM" presenti sul territorio. Una situazione che, secondo il primo cittadino, riguarda non solo Bollengo ma molti altri comuni del Canavese e più in generale del Piemonte. 

fiber

Nel documento inviato al presidente e amministratore delegato di FiberCop Massimo Sarmi, e per conoscenza al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e al sindaco della Città Metropolitana di Torino Stefano Lo Russo, il sindaco descrive una realtà che considera ormai non più accettabile.

Il tema, spiega il sindaco, riguarda infrastrutture che attraversano Bollengo ma anche molti altri territori del Canavese. 

“Sebbene oggi si parli soprattutto di smartphone e fibra ottica, la rete telefonica tradizionale continua a essere utilizzata in numerose aree del Piemonte, in particolare nelle zone agricole, nelle frazioni isolate e nei comuni che non sono ancora raggiunti da connessioni moderne…”.

In queste realtà la linea telefonica fissa rimane spesso un servizio essenziale, utilizzato soprattutto da una popolazione più anziana e meno abituata alle nuove tecnologie digitali.

È proprio in questo contesto che emergono i rischi legati allo stato delle infrastrutture. 

«Pali vecchi di decenni, logorati dal tempo o danneggiati da vento, piogge e neve, senza manutenzione continuativa, diventano minacce reali per l’incolumità pubblica», sottolinea Ricca nel suo intervento. 

«Ovunque si viaggi, basta guardarsi intorno per vedere linee telefoniche sorrette da pali inclinati, in alcuni casi quasi del tutto sradicati dal terreno, con i cavi che dondolano toccando quasi terra», scrive ancora il sindaco. 

«Non c’è alcuna giustificazione a tale situazione», afferma con decisione. E aggiunge: «Non si può abbandonare una rete in tale stato solo perché l’utenza è diminuita e con essa è diminuita la sua redditività. È anche una questione etica. Serve un piano di verifica e manutenzione straordinaria delle linee ancora attive, con un censimento completo dei pali pericolanti».

Ricca, evidenzia la necessità di tornare a investire su un’infrastruttura che, pur essendo oggi meno redditizia rispetto al passato, rimane ancora vitale per molte comunità. 

Il problema non riguarda soltanto i pali della rete. In diversi casi si verificano anche guasti sulle linee che collegano le cabine di distribuzione alle abitazioni del centro abitato. Quando questi guasti non vengono riparati in tempi rapidi, alcune utenze restano isolate per lunghi periodi.

Insomma una richiesta che nasce da un episodio concreto, ma che punta ad accendere i riflettori su un problema infrastrutturale più ampio, diffuso in molte aree del territorio dove la rete telefonica storica continua ancora oggi a rappresentare un servizio fondamentale per i cittadini.

Gira a destra o a sinistra

In Italia abbiamo un talento speciale: la capacità di convivere con le cose che non funzionano. Non è rassegnazione, è proprio un’arte. Una forma di adattamento evolutivo che probabilmente andrebbe studiata nelle università. Noi italiani non risolviamo i problemi: li osserviamo. Li commentiamo. Li fotografiamo. Talvolta li segnaliamo. Poi aspettiamo.

Prendiamo i pali della linea telefonica segnalati dal sindaco Luigi Sergio Ricca.

Ce ne sono alcuni che pendono con eleganza. Altri che oscillano lievemente al vento. Altri ancora che sembrano sorretti più dall’abitudine che dalla fisica. Eppure continuiamo a passarci sotto con una fiducia ammirevole.

Il palo è una creatura discreta della civiltà occidentale. Non chiede attenzione, non pretende riconoscimenti, non inaugura niente. Sta lì. Piantato. In silenzio. Regge fili, cavi, lampade, a volte cartelli che vietano qualcosa. Il palo non ha opinioni.

Per anni nessuno si accorge della sua esistenza. Si passa sotto il palo, accanto al palo, vicino al palo. Il palo è parte del paesaggio come l’erba o le nuvole. Invisibile.

Poi succede una cosa minuscola: il palo si inclina di tre gradi.

E improvvisamente diventiamo tutti esperti di pali. «Quel palo è storto». «Quel palo prima non era così». «Quel palo secondo me cade».

È straordinario: il palo vive quarant’anni nell’anonimato e diventa famoso nel momento in cui smette di fare il palo.

Il palo pericolante è uno di quei fenomeni tipicamente italiani: tutti lo vedono, tutti lo conoscono, tutti sanno che prima o poi succederà qualcosa. Ma finché non succede, resta parte del paesaggio. Un po’ come la buca sulla strada che ormai è diventata un punto di riferimento geografico anche per il Tom-Tom: «Gira a destra dopo la buca grande».

Il palo inclinato funziona allo stesso modo. «Attento lì che quello prima o poi cade».

E infatti, ogni tanto cade. A quel punto succede una cosa curiosa: improvvisamente tutti si accorgono del palo. Si scopre che era pericolante da tempo. Che qualcuno lo aveva anche segnalato. Che forse andava controllato. Che magari bisognerebbe fare manutenzione.

È una specie di rivelazione collettiva.

Ma la parte più affascinante della storia non è il palo che cade. È tutto quello che succede prima. Gli anni — a volte i decenni — in cui quel palo resta lì, inclinato come la Torre di Pisa ma con meno turismo intorno.

Perché il palo pericolante è un perfetto simbolo della nostra relazione con la manutenzione.

In Italia siamo bravissimi a costruire. Strade, ponti, linee telefoniche, infrastrutture. Poi però arriva la fase successiva, quella più noiosa: mantenerle. Ed è lì che il nostro entusiasmo tende a calare.

La manutenzione è la parte meno spettacolare delle opere pubbliche. Non si inaugura. Non si tagliano nastri. Non ci sono discorsi. Non ci sono fotografie con la fascia tricolore.

La manutenzione è silenziosa, invisibile, quasi ingrata. Finché non manca. E allora il palo cade.

A quel punto il palo diventa improvvisamente molto interessante. Si parla di sicurezza, di responsabilità, di verifiche, di controlli straordinari. Si scopre che i pali erano vecchi. Che il vento li logora. Che la pioggia li consuma. Che forse bisognerebbe guardarli ogni tanto.

Il palo, insomma, ci ricorda una verità piuttosto semplice: le cose non si rompono all’improvviso. Si rompono lentamente.

Solo che noi ce ne accorgiamo sempre all’ultimo momento.

E così, mentre continuiamo a camminare sotto pali leggermente inclinati, possiamo consolarci con un pensiero rassicurante: probabilmente qualcuno li ha segnalati. Il che, in Italia, è già metà del lavoro.

D’altra parte non si può pretendere troppo da un palo. Non parla, non protesta, non vota. Fa semplicemente il suo mestiere.

Il problema, semmai, è che a volte pretendiamo di più dai pali che da chi dovrebbe controllarli.

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