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Cronaca

Dal Carnevalone di Chivasso a quello di Rio: quanto vale un biglietto per la festa più pazza dell’anno?

Dalle arance di Ivrea ai fiori di Nizza, dai carri infiorati di Acireale alle piume di Rio: ecco quanto pesa sul portafoglio la festa più antica e irriverente dell’anno

Dal Carnevalone di Chivasso a quello di Rio: quanto vale un biglietto per la festa più pazza dell’anno?

Dieci euro per entrare al Carnevalone di Chivasso. Gratis se hai meno di dodici anni, gratis se sei nato e cresciuto all’ombra del Duomo, ma se arrivi da fuori – da Torino, dal Canavese, magari anche solo dal paese accanto – il varco costa quanto una pizza margherita. È il prezzo dell’allegria 2026, versione piemontese. E non è un dettaglio.

Ieri, domenica 22 febbraio, Chivasso ha fatto il pieno. Via Torino, trasformata in fiume colorato, carri allegorici tirati a lucido, bande musicali, majorettes, coriandoli che si infilano nei cappotti e non escono più. Il Carnevalone è una tradizione che affonda le radici nel Novecento industriale della città, quando la festa era un momento di sospensione collettiva nella prima domenica di Quaresima - su dispensa del Vescovo - e insieme un momento di orgoglio civico: maschere locali, gruppi storici, la sfilata come rito identitario. Oggi è anche un evento che va messo in sicurezza, transennato, organizzato con steward e piani di emergenza. E tutto questo ha un costo.

Eppure, sotto la superficie festosa, si avverte una parabola discendente che in molti, tra i chivassesi, sussurrano da anni. Meno carri rispetto alle edizioni più brillanti del passato, meno gruppi mascherati arrivati da fuori, meno comitive organizzate. E soprattutto meno folla. Niente coda alle casse – un tempo serpentine di gente infreddolita in attesa del biglietto – niente ressa compatta sotto i portici di via Torino, dove si procedeva a passo lento, schiacciati tra coriandoli e zucchero filato.

Il percorso resta quello simbolico: il giro dei carri attraversa i viali, taglia la centralissima via Torino e gira in piazza d’Armi per poi rientrare verso i viali. Ma lungo quel tragitto, ieri, c’erano spazi vuoti che una volta non si vedevano. Zone in cui si poteva sostare senza essere spinti, fotografare i carri senza alzare il telefono sopra una foresta di teste. Per qualcuno è un sollievo, per altri è il segno che qualcosa si è incrinato.

Dieci euro non sono una cifra proibitiva, ma segnano un passaggio culturale: il carnevale di paese non è più solo la festa gratuita sotto casa. È uno spettacolo strutturato, con un biglietto d’ingresso per chi viene da fuori. La gratuità per i residenti e per i bambini fino ai 12 anni è una scelta politica precisa: proteggere la comunità, far pagare il pubblico “turistico”. Una linea che ritroviamo anche in altri carnevali storici del Piemonte.

A Ivrea, per esempio, lo Storico Carnevale – quello della Battaglia delle Arance – dura tre giorni e si paga solo la domenica. Quindici euro per gli adulti, ingresso gratuito per residenti, persone con disabilità e minori di 12 anni. Anche qui il messaggio è chiaro: la festa è del popolo eporediese, ma chi viene a vedere la battaglia – e sono migliaia – contribuisce.

Ivrea non è una semplice sfilata. È un racconto epico che affonda nel Medioevo, nella leggenda della Mugnaia che si ribella al tiranno e ne tronca la testa. La battaglia delle arance, con le squadre a piedi e i carri da getto, è una rappresentazione simbolica della rivolta contro il potere. Le arance – che arrivano a quintali dalla Sicilia – diventano munizioni sceniche. Dietro c’è un’organizzazione imponente, assicurazioni, pulizia straordinaria, sicurezza sanitaria. I quindici euro della domenica sono il contributo a un rito collettivo che trasforma la città in un teatro a cielo aperto.

Pochi chilometri più in là, a Santhià, nel vercellese il Carnevale Storico 2026 ha giocato su una formula più articolata: 10 euro (più 1,50 di prevendita online) per i Corsi Mascherati della domenica e del lunedì, 8 euro per il martedì. Anche qui residenti e bambini fino ai 12 anni entrano gratis. Il lunedì sera, il ballo in maschera aveva un costo di 10 euro. Santhià rivendica di essere il carnevale più antico del Piemonte, con documenti che risalgono al Trecento. Pagare è anche un segnale: il carnevale, per sopravvivere, deve reggersi su un equilibrio economico.

Quando si esce dal Piemonte, il termometro dei prezzi sale. Viareggio è il gigante toscano della cartapesta. I biglietti per il Carnevale 2026 partono da circa 22 euro per un singolo Corso Mascherato. L’abbonamento ai sei corsi costa 50 euro l’intero, 40 il ridotto. Qui non si paga solo l’ingresso a una sfilata, ma l’accesso a uno dei più grandi spettacoli satirici d’Europa. I carri di Viareggio sono cattedrali mobili alte decine di metri, con movimenti meccanici complessi, mesi di lavoro nei capannoni della Darsena, maestri della cartapesta che trasformano politica e costume in gigantografie grottesche. Il prezzo riflette la scala industriale dell’evento: tribune, sicurezza, ospiti internazionali, dirette televisive. È un carnevale che vive di turismo e che si vende come brand.

In Puglia, Putignano – uno dei carnevali più antichi d’Europa, nato nel 1394 – mantiene una dimensione più popolare: ingresso gratuito fino ai 10 anni, 5 euro per i ragazzi tra 11 e 14 anni. È la terra delle Propaggini, dei versi satirici in dialetto declamati il 26 dicembre, quando ufficialmente si apre il periodo carnevalesco più lungo d’Italia. Qui la festa è ancora fortemente comunitaria, anche se negli ultimi anni si è strutturata per attrarre visitatori da tutta la regione.

In Sicilia, Acireale offre un modello quasi “democratico”: tra 3,50 e 10,60 euro per le giornate di sfilata. Carri allegorico-grotteschi, gruppi in maschera, carri infiorati nel centro barocco. È un carnevale che unisce spettacolo e paesaggio, con piazze settecentesche che fanno da scenografia naturale. I prezzi contenuti sono una scelta che punta a tenere alta la partecipazione popolare in un contesto economicamente più fragile rispetto al Nord.

Poi c’è Venezia, che gioca un campionato a parte. Vedere il Carnevale è in gran parte gratuito: sfilate, cortei sull’acqua, maschere in Piazza San Marco sono aperti a tutti. Si paga eventualmente il contributo di accesso alla città, tra 5 e 10 euro in date specifiche. Ma Venezia è la capitale del carnevale a due velocità: quello popolare e quello dei palazzi. I balli in maschera nei palazzi storici possono costare dai 3.000 ai 5.000 euro, come il celebre Ballo del Doge. Qui il carnevale diventa esperienza esclusiva, lusso internazionale, turismo d’élite. La maschera non è più solo tradizione, ma status symbol.

In Emilia-Romagna, il Carnevale di Centogemellato con Rio de Janeiro – propone un biglietto intero da 19 euro per le sfilate in Corso Guercino. Gratis sotto il metro e venti di altezza, 15 euro ridotto fino ai 14 anni. I carri sono imponenti, spesso ispirati proprio allo stile brasiliano, e a fine giornata lanciano sulla folla gadget e peluche. È un carnevale-spettacolo che ha fatto della contaminazione con Rio la propria cifra distintiva.

E poi c’è Rio de Janeiro, il carnevale più famoso al mondo. Qui il prezzo varia in modo vertiginoso: circa 23 euro per le gradinate più popolari fino a oltre 900 euro per i box coperti. La parata dei campioni è ancora più cara: 120 euro per le gradinate, tra 302 e 937 per i posti migliori. Ma al Sambodromo non si assiste semplicemente a una sfilata: si entra in un rito identitario nazionale, in una competizione feroce tra scuole di samba che investono milioni di euro in costumi, coreografie, carri monumentali. È industria culturale allo stato puro, con sponsor, televisioni, turismo globale.

In Europa, Nizza propone un carnevale dai prezzi variabili: 7-14 euro per le zone pedonali, 28-32 per le tribune. La celebre battaglia dei fiori – con migliaia di corolle lanciate sulla folla – è uno spettacolo che mescola eleganza francese e vocazione turistica della Costa Azzurra. A Santa Cruz de Tenerife, considerato secondo solo a Rio per imponenza, la maggior parte degli eventi in strada è gratuita. Si pagano i gala e i concorsi principali: circa 15 euro per l’elezione della Regina degli Adulti, 12 euro (8 in piedi) per le finali delle Murgas. È un carnevale che vive soprattutto di partecipazione popolare, di notti infinite in strada.

Alla fine del viaggio, la domanda resta: il carnevale è ancora la festa del popolo o è diventato un prodotto? La risposta è sfumata. Ovunque si va, la gratuità resiste per bambini e residenti, come a dire che la tradizione non si tocca. Ma per il visitatore, il carnevale ha un prezzo crescente, proporzionato alla spettacolarità e alla macchina organizzativa.

Chivasso, con i suoi dieci euro per i non residenti, sta nel mezzo. Non è Viareggio, non è Rio. Ma oggi non è nemmeno il Carnevalone travolgente di qualche anno fa. È una festa che resiste, orgogliosa, ma che deve fare i conti con numeri più leggeri e un entusiasmo meno oceanico. Il rischio non è il prezzo del biglietto: è l’assuefazione, la concorrenza di eventi più grandi, la fatica di rinnovarsi senza perdere l’anima.

E allora quei dieci euro diventano anche una domanda sospesa: quanto vale, per una comunità, la propria festa identitaria? Perché il carnevale, da sempre, è uno specchio della società. E oggi racconta anche questo: che la gioia collettiva ha un costo. Ma soprattutto che, per non scivolare in una lenta malinconia, ha bisogno di ritrovare la sua folla.

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