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21 Febbraio 2026 - 15:45
Lavoratori Manitalidea
C’erano una volta le divise, i badge, gli appalti in tutta Italia, le trasferte, le notti a far quadrare turni e servizi. C’era un’azienda nata nel 1993 a Ivrea, cresciuta fino a superare i quattromila dipendenti, capogruppo di un consorzio che coinvolgeva oltre diecimila lavoratori. Un modello che si diceva ispirato a una certa cultura manageriale olivettiana, con un presidente proveniente da quella scuola lì. Qualcuno se lo ricorda ancora Graziano Cimadom? Forse no....
Oggi, di tutto questo, restano soprattutto loro.
Sono una trentina, ma rappresentano una platea molto più ampia. Ex dipendenti di Manitalidea S.p.A., uomini e donne che hanno lavorato per anni in una delle realtà più strutturate del territorio. Nomi e cognomi che non sono numeri: Valentina Caserio, Mara Bezzan, Claudia Jorio, Giovanni Guarneri, Alessandra Saccomani, Emanuela Ragusa, Monica Basso, Mariela Rotondo, Giovanna Sirna, Igor Granieri, Stefano Fruttidoro, Federico Dematteis, Beniamino Mazzola, Paolo De Luca, Marco Alessandrini, Andrea Vasino, Laura Moretti, Raffaella Picardi, Moris Zagarrio, Cristina Biava, Vito Lasorella, Davide Lunetta, Davide Campofranco, Antonio Stelitano, Claudia Franchetto, Valentina Stefano, Francesca Terzi, Francesca Frizzi, Fiorella Dalcanton, Michele Miracco, Mauro Bilotto, Barbara Berruti.
Nel 2019, per circa un migliaio di dipendenti, comincia l’incubo. La quattordicesima non arriva. Poi saltano gli stipendi fino a dicembre. Mesi di lavoro regolarmente svolto, servizi garantiti, turni coperti. Ma la retribuzione no. “Non abbiamo percepito gli stipendi dalla 14esima mensilità fino a dicembre dello stesso anno”, scrivono oggi. Una frase semplice, che dentro contiene bollette, mutui, figli, affitti, rate.
Nel gennaio 2020 l’azienda viene posta in amministrazione straordinaria. Da quel momento tutti sono costretti a insinuarsi al passivo presso il Tribunale di Torino, sezione fallimentare. Una procedura tecnica, fredda, necessaria. Ma dietro ogni pratica c’è una persona che aspetta ciò che ha già guadagnato.
Sono passati sei anni. Sei anni che loro definiscono senza giri di parole “silenzi assordanti”. Sei anni senza una comunicazione concreta sul destino dei loro crediti. Né positiva né negativa. Nessuna certezza, nessuna previsione, nessun calendario. “Siamo completamente al buio”, scrivono. E il buio, quando riguarda il proprio lavoro e il proprio stipendio, non è solo una metafora.
I commissari straordinari nel tempo sono cambiati, nominati dal Ministero delle Imprese. Avrebbero dovuto mappare e verificare i crediti, gestire l’azienda durante la procedura, valutare e attuare un programma di risanamento o cessione, informare i creditori con relazioni periodiche, liquidare i crediti iniziando dai lavoratori, che sono creditori privilegiati. Ma per loro, almeno fino ad oggi, tutto questo si traduce in una parola sola: attesa.
Un’attesa che non trova spiegazioni pubbliche, che non viene accompagnata da comunicazioni dirette, che non offre neppure un orizzonte temporale. Il cambio dei commissari può aver rallentato il percorso, ma non cancella la sensazione di essere rimasti sospesi, come pratiche archiviate in qualche faldone.
Eppure qui non si parla solo di carte. Si parla di un’azienda che ha avuto un ruolo enorme nel Canavese, di un indotto che ha inciso sull’economia locale, di migliaia di famiglie coinvolte. Un pezzo di territorio che ha perso un pilastro economico e sociale. E loro hanno la percezione che quell’impatto sia stato assorbito nel silenzio generale, quasi fosse una parentesi da dimenticare.
“Parliamo di migliaia di famiglie coinvolte, di un territorio che ha perso un pilastro economico e sociale, e di lavoratori che ancora oggi attendono ciò che hanno regolarmente guadagnato”. La parola “regolarmente” è scritta in maiuscolo nel loro appello ideale, perché è lì il punto: non chiedono favori, non chiedono sussidi, non chiedono scorciatoie. Chiedono il pagamento di stipendi maturati lavorando.
Hanno tentato le strade legali possibili. Hanno presentato istanze, si sono insinuati al passivo, hanno seguito l’evoluzione della procedura. Ma senza risposte chiare. Per questo oggi chiedono visibilità. Non una battaglia ideologica, ma un riflettore acceso su una vicenda che rischia di sbiadire nella memoria collettiva.
La loro richiesta è semplice e potente insieme: che qualcuno si assuma la responsabilità di dare risposte, a cominciare da chi ha un ruolo politico, dall'assessore regionale al lavoro Elena Chiorino. Che venga spiegato a che punto è la procedura. Che si dica, con chiarezza, cosa possono aspettarsi e quando. Perché il tempo, per chi aspetta il proprio stipendio da sei anni, non è un dettaglio tecnico. È vita.
Dietro ogni nome c’è una storia diversa. C’è chi ha dovuto reinventarsi, chi ha cambiato settore, chi ha stretto i denti, chi ha contato sui risparmi, chi si è appoggiato alla famiglia. Ma tutti condividono la stessa domanda rimasta sospesa: quando finirà questa attesa?
Non chiedono privilegi. Chiedono risposte. E soprattutto chiedono che la loro vicenda non venga archiviata come un capitolo chiuso, quando chiuso non è. Perché finché quei crediti resteranno senza un destino chiaro, la storia di Manitalidea S.p.A. non sarà solo una vicenda industriale. Sarà la storia di lavoratori che, dopo aver dato anni di professionalità e impegno, si sono ritrovati a inseguire ciò che spettava loro di diritto.

foto archivio
È una delle più grandi crisi industriali degli ultimi anni in Piemonte, eppure il nome Manitalidea S.p.A. continua a scorrere quasi in silenzio tra decreti ministeriali, udienze fallimentari e pubblicazioni in Gazzetta Ufficiale. La società con sede a Ivrea, un tempo colosso del facility management con migliaia di dipendenti in tutta Italia, oggi è ancora formalmente dentro la procedura di amministrazione straordinaria, entrata ormai nella sua fase liquidatoria.
La data spartiacque è il 4 febbraio 2020, quando il Tribunale di Torino dichiara lo stato di insolvenza. Da quel momento si apre una delle procedure concorsuali più complesse del territorio. Non un semplice fallimento, ma un’amministrazione straordinaria, lo strumento previsto per le grandi imprese, con l’obiettivo – almeno in teoria – di salvaguardare l’attività produttiva e tutelare i livelli occupazionali.
Nei primi anni la gestione è affidata a una terna di commissari straordinari: Antonio Casilli, Francesco Schiavone Panni e Antonio Zecca. È la fase più delicata: conservazione dell’azienda, tentativi di cessione di rami d’impresa, gestione dei rapporti sindacali, ricerca di soluzioni per garantire continuità ai servizi e, soprattutto, per limitare l’impatto sociale di una crisi che coinvolge migliaia di lavoratori sparsi in tutta Italia. In quegli anni si susseguono bandi, cessioni di asset, trattative e verifiche dello stato passivo davanti al Tribunale di Torino.
Con il passare del tempo, però, l’obiettivo della continuità aziendale lascia spazio a una realtà più dura: la procedura entra nella fase liquidatoria. Il passaggio formale arriva con decreto ministeriale del 30 maggio 2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 giugno dello stesso anno. È un momento decisivo: si apre ufficialmente la fase conclusiva, quella in cui non si tenta più di rilanciare l’impresa, ma si punta alla liquidazione degli asset residui e alla soddisfazione dei creditori secondo l’ordine previsto dalla legge.
A guidare questa fase sono tre nuovi commissari straordinari liquidatori: Paolo Maria Ciabattoni, Paola Rossi e Giacomo Gargano. A loro spetta il compito di chiudere una delle partite economiche più intricate degli ultimi anni sul territorio eporediese. La platea dei creditori è ampia, le verifiche dello stato passivo si sono protratte nel tempo e le udienze davanti al Tribunale di Torino sono proseguite almeno fino alla primavera del 2025.
Oggi Manitalidea non è più un soggetto operativo nel mercato dei servizi come lo era prima del 2020. Non risultano segnali di riattivazione dell’attività imprenditoriale sotto la stessa società. La procedura è ancora attiva, ma il suo orizzonte è esclusivamente liquidatorio: vendere ciò che resta, chiudere i conti, distribuire quanto possibile ai creditori.
Resta il peso di una vicenda che ha segnato profondamente Ivrea e non solo. Manitalidea era nata e cresciuta nel Canavese, diventando negli anni un player nazionale nei servizi di facility management, pulizie, manutenzioni e gestione integrata di patrimoni immobiliari pubblici e privati. La crisi e l’insolvenza hanno lasciato dietro di sé un lungo strascico di contenziosi, incertezze e interrogativi ancora aperti.
La macchina giudiziaria e ministeriale continua a lavorare, lontano dai riflettori. I decreti si susseguono, le verifiche proseguono, i commissari liquidatori portano avanti il loro mandato. È la fase meno visibile ma più tecnica, quella in cui si tirano le somme definitive di una parabola industriale che, nel giro di pochi anni, è passata da simbolo di crescita a caso emblematico di crisi.
E mentre le carte si accumulano nei fascicoli del Tribunale e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, resta una domanda che accompagna ogni grande amministrazione straordinaria: quanto si riuscirà davvero a recuperare, e per chi? Insomma, la storia di Manitalidea S.p.A. non è ancora chiusa. È entrata nella sua ultima fase, ma il capitolo finale deve ancora essere scritto.
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