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11 Febbraio 2026 - 19:12
Caccia in Piemonte, piano fermo al 2014. Scontro in aula: “Fermate tutto”
La Regione Piemonte continua a sparare nel mucchio. Non con le doppiette, ma con le risposte – giudicate “gravi” dall’opposizione – fornite in aula sul tema della pianificazione faunistico-venatoria. Al centro della polemica c’è l’assenza di un piano aggiornato, lo strumento principale che regola l’attività di caccia e tutela la biodiversità.
A sollevare il caso è Sarah Disabato, capogruppo regionale del Movimento 5 Stelle, che dopo il question time di ieri punta il dito contro la Giunta. In aula, l’assessore Vignale, rispondendo per conto del collega Bongioanni, ha confermato che il Piemonte è ancora fermo al piano adottato nel 2014. Un documento che, nei fatti, fotografa una realtà di dodici anni fa.
“Completo menefreghismo verso la tutela della biodiversità e della fauna piemontese”, attacca Disabato, che parla apertamente di un vuoto di pianificazione inaccettabile. Il piano faunistico-venatorio non è un atto secondario: è lo strumento che stabilisce le zone di tutela, individua le aree in cui la caccia è vietata, definisce lo status delle specie, ne monitora la distribuzione e disciplina l’attività venatoria sul territorio regionale. Senza un aggiornamento, sostiene l’esponente pentastellata, si rischia di intervenire su ecosistemi mutati profondamente negli ultimi anni, tra cambiamenti climatici, trasformazioni ambientali e nuove pressioni antropiche.
L’iter per la revisione del piano è stato formalmente avviato nel dicembre 2024, ma ad oggi – denuncia il M5S – le previsioni restano quelle di oltre un decennio fa. “In queste condizioni, una Giunta lungimirante dovrebbe bloccare la caccia, per evitare danni irreversibili che l’attività venatoria potrebbe causare in mancanza di un quadro aggiornato su biodiversità, ambiente e fauna”, afferma Disabato, che accusa la maggioranza di continuare invece a strizzare l’occhio “alla lobby delle doppiette”.
Il tema è politico oltre che tecnico. Per l’opposizione, consentire l’attività venatoria senza un piano aggiornato significa anteporre gli interessi del mondo della caccia a quelli della tutela ambientale. Un’accusa netta, che si inserisce in un dibattito mai sopito in Piemonte, regione storicamente attraversata da tensioni tra associazioni venatorie e ambientaliste.
Dalla Giunta, intanto, arriva l’annuncio di un prossimo avviso pubblico per affidare il servizio di redazione della nuova proposta di piano. A bilancio, lo scorso novembre, sono stati stanziati 110mila euro. Potranno partecipare non solo enti universitari – inizialmente ipotizzati – ma anche soggetti pubblici e privati.
Una procedura che, promette la capogruppo M5S, sarà oggetto di vigilanza. “Seguiremo con attenzione l’iter verso il nuovo piano, affinché la tutela della biodiversità venga prima degli interessi della lobby venatoria”, conclude Disabato.
Resta il nodo politico: fermare o meno la caccia in attesa del nuovo piano. Per l’opposizione, senza una fotografia aggiornata della fauna piemontese il rischio è quello di procedere al buio. Per la maggioranza, invece, la revisione è in corso e l’attività può proseguire. Nel mezzo, un documento fermo al 2014 e una biodiversità che, nel frattempo, non è rimasta immobile.

La caccia in Piemonte oggi si regge su un equilibrio normativo che, almeno sulla carta, appare strutturato ma che nei fatti mostra un vuoto evidente: il piano faunistico-venatorio regionale è ancora quello adottato nel 2014.
Il quadro di riferimento parte dalla legge nazionale 157 del 1992, che stabilisce i principi generali: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e l’attività venatoria è consentita solo nel rispetto della tutela delle specie e degli equilibri naturali. Le Regioni hanno competenza in materia di programmazione e gestione, purché si muovano dentro i paletti fissati dallo Stato e dalla normativa europea.
In Piemonte la disciplina è contenuta nella Legge regionale 5 del 2018, che regola la tutela della fauna e la gestione faunistico-venatoria. È questa norma che attribuisce alla Regione la responsabilità di redigere il piano faunistico-venatorio e di approvare, ogni anno, il calendario venatorio. Il calendario – quello attualmente in vigore per la stagione 2025-2026 – stabilisce periodi di apertura e chiusura, limiti di carniere, specie cacciabili, giornate consentite e modalità di prelievo. È l’atto operativo che consente concretamente l’esercizio della caccia.
Ma sopra il calendario dovrebbe esserci la pianificazione strategica. Ed è qui che si apre il nodo.
L’attuale piano faunistico-venatorio regionale, adottato nel 2014, è lo strumento di programmazione generale della gestione faunistica. Non si limita a dire quando si può cacciare: definisce l’assetto complessivo del territorio, individua le aree destinate alla protezione della fauna e quelle vocate all’attività venatoria, stabilisce criteri di conservazione delle specie e orienta la gestione degli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) e dei Comprensori Alpini (CA).
Il piano del 2014 contiene una fotografia delle popolazioni faunistiche piemontesi basata sui dati disponibili oltre dieci anni fa. Analizza la distribuzione delle specie stanziali e migratorie, individua gli obiettivi di conservazione, disciplina i criteri per i piani di prelievo selettivo – in particolare per ungulati come cinghiale, capriolo e cervo – e stabilisce il rapporto tra territorio agricolo, aree protette e zone di caccia programmata.
Prevede, inoltre, la suddivisione del territorio agro-silvo-pastorale in percentuali precise: una quota minima destinata alla protezione della fauna (oasi, zone di ripopolamento e cattura, parchi), una parte alla gestione programmata della caccia e una alle aziende faunistico-venatorie private. Stabilisce anche criteri per il ripopolamento, il controllo delle specie invasive e la gestione dei danni arrecati dalla fauna alle colture agricole.
In teoria, il piano dovrebbe essere uno strumento dinamico, capace di aggiornarsi in base ai cambiamenti ambientali, climatici e demografici delle specie. Negli ultimi dodici anni, però, il Piemonte ha visto mutare profondamente il quadro: l’espansione del cinghiale, l’arrivo e la diffusione di specie alloctone, gli effetti della peste suina africana, la pressione sugli ecosistemi alpini, le trasformazioni dell’uso del suolo e l’impatto del cambiamento climatico sulle rotte migratorie.
Nonostante ciò, il piano vigente resta formalmente quello del 2014. L’iter per la sua revisione è stato avviato a fine 2024, ma il nuovo documento non è ancora stato adottato. Nel frattempo, l’attività venatoria continua a svolgersi sulla base del calendario annuale, che però si innesta su una pianificazione generale non aggiornata.
Questo significa che le zone di tutela, le aree interdette alla caccia e i criteri di gestione faunistica fanno ancora riferimento a uno scenario elaborato oltre un decennio fa. Il piano in vigore prevede il principio della “conservazione attiva”, ossia una gestione che dovrebbe garantire il mantenimento degli equilibri ecologici, ma la sua base conoscitiva non riflette pienamente la situazione attuale.
La Regione ha annunciato l’avvio di una procedura pubblica per affidare la redazione della nuova proposta di piano, con uno stanziamento di 110 mila euro. L’obiettivo dichiarato è aggiornare dati, cartografie e indirizzi gestionali, ridefinendo il quadro delle specie cacciabili e delle misure di tutela della biodiversità.
Ad oggi, dunque, la regolamentazione della caccia in Piemonte si fonda su tre pilastri: la legge nazionale 157/1992, la legge regionale 5/2018 e il calendario venatorio annuale. Il piano faunistico-venatorio regionale, che dovrebbe rappresentare la bussola strategica della gestione, è ancora quello del 2014.
Formalmente la caccia è consentita e regolata. Ma la cornice programmatoria su cui si regge è datata. Ed è proprio su questo scarto temporale – tra norme operative aggiornate ogni anno e pianificazione generale ferma da dodici – che si concentra oggi il confronto politico e istituzionale.
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