Spunta, con il deposito degli atti dell'inchiesta sui fondi della Lega Nord, un inedito 'retroscena familiare' sull'ormai celebre laurea in Albania di Renzo Bossi.
Il padre Umberto, infatti, sarebbe stato del tutto all'oscuro del fatto che il figlio si era, in pratica, comprato quel diploma nel Paese balcanico. E al prezzo, secondo l'accusa, di ben 77mila euro pagati dal Carroccio coi soldi pubblici dei rimborsi elettorali. Anzi il Senatur pare andasse fiero di lui e dei suoi risultati accademici, perché il ragazzo gli raccontava che stava studiando negli Usa e che prendeva bei voti.
Il racconto delle presunte bugie di Renzo, detto il 'Trota', al padre è stato messo a verbale dall'ex segretaria della Lega, Nadia Dagrada, davanti ai pm di Milano che, nei giorni scorsi, hanno chiuso l'inchiesta cosiddetta 'The Family' a carico dell'ormai ex leader del Carroccio, dei figli Riccardo e Renzo e dell'ex tesoriere del partito, Francesco Belsito. ''So che Renzo - ha spiegato, lo scorso aprile, Dagrada ai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini - diceva al padre di sostenere esami universitari ora a Londra o negli Stati Uniti, ed anzi a volte ci aveva amareggiato sentire Umberto, orgoglioso, parlare dei bei voti che il figlio Renzo aveva detto lui di aver conseguito''. Il Senatur, quindi, secondo la testimone, ''non era a conoscenza'' del fatto che Renzo avesse preso la laurea in Albania, episodio poi contestato come appropriazione indebita dei soldi della Lega, ottenuti dal partito con i rimborsi elettorali (Umberto Bossi risponde di truffa e appropriazione indebita). Dagrada ha aggiunto, inoltre, che secondo lei l'ex tesoriere Francesco Belsito, colui che si occupava dei pagamenti, avrebbe fatto bene, invece, a ''dire a Umberto la verità, ossia che Renzo non solo non era laureato, ma neppure diplomato''. Nei 13 faldoni di atti depositati con la chiusura delle indagini, che vedono al centro una presunta truffa aggravata ai danni dello Stato da 40 milioni di euro, ci sono, tra le altre cose, centinaia e centinaia di pagine di verbali dell'ex tesoriere Belsito. Come hanno precisato, però, negli avvisi di conclusione dell'inchiesta gli stessi pm, coordinati dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo, è stata 'fatta la tara' alle dichiarazioni dell'ex tesoriere. E gli inquirenti poi, anche nel prendere in considerazione le spese coi soldi del partito, si sono attenuti a un rigido criterio: contestare come reato soltanto quelle a puri fini privati. E' stato accantonato, dunque, anche il tanto ''nero'', ossia i contanti, che Belsito ha raccontato di aver distribuito 'a pioggia' negli anni. In contanti, ad esempio, secondo l'ex gestore dei conti, venivano pagate le continue ''bonifiche'' da microspie chieste dai vertici del partito: nella Lega, ha raccontato Belsito lo scorso 29 maggio, ''andava di moda fare le bonifiche'' perché ''loro temevano'' di essere spiati dai ''servizi segreti''. E ha aggiunto: ''Su Bossi ne abbiamo fatte due o tre in via Nomentana a Roma (...) da Bossi le avevano trovate'', le 'cimici'.
Belsito ha parlato anche di Roberto Cota - governatore del Piemonte ora al centro del presunto scandalo dei rimborsi in Regione - che avrebbe avuto ''in dotazione'' un'auto con autista pagata dalla Lega. Da alcune dichiarazioni di Belsito, inoltre, è nata recentemente una nuova 'tranche' d'inchiesta che ha portato il Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano a effettuare, nei giorni scorsi, perquisizioni a carico dell'ex presidente del Consiglio regionale del Veneto, Enrico Cavaliere.
E' accusato di corruzione per una presunta tangente da 850mila euro che avrebbe ricevuto assieme ad un ex manager dalla Siram, multinazionale dell'energia. Per Belsito ''Cavaliere è una persona molto importante nella Lega''.
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