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03 Agosto 2015 - 18:12
Conso Giovanni
Accademico autorevole, presidente della Corte Costituzionale e dell'Accademia dei Lincei, candidato al Colle. Tanti e diversi sono i ruoli che Giovanni Conso, morto questa notte a 93 anni, ha ricoperto nel panorama istituzionale della Repubblica. Ma il suo nome, nella cronaca politica, sarà forse ricordato soprattutto per quei tredici mesi - dal febbraio 1993 al maggio 1994 - nei quali guidò il ministero della Giustizia. Mesi 'oscuri', segnati da attentati in tutta Italia e dallo tsunami Mani Pulite, duranti i quali l'allora Guardasigilli fu in qualche modo protagonista. La scomparsa di Conso, nato a Torino il 23 marzo del 1992, ha suscitato l'immediato e trasversale cordoglio della politica (e del mondo giuridico), da quello del presidente del Senato Pietro Grasso alla presidente della Camera Laura Boldrini, fino al Csm. Mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio ai familiari di Conso, ha evidenziato, oltre alle "altissime qualità di giurista" la sua "grande passione civica, sostenuta da rigore personale e spirito di indipendenza".
Il rapporto tra Conso (esponente della corrente dei giuristi cattolici) e la politica comincia già nel 1976, quando venne eletto dal Parlamento in seduta comune membro del Csm, del quale dall'aprile al luglio 1981 fu vicepresidente. L'anno dopo venne nominato dal capo dello Stato Sandro Pertini membro della Consulta, della quale divenne poi presidente, dal 18 ottobre del 1990 al 3 febbraio 1991. Nel 1992 è lui, al quattordicesimo scrutinio, il candidato ufficiale del Pds per Quirinale, arrivando a prendere 235 voti.
Di li a poco, il presidente del Consiglio Giuliano Amato lo chiamava al ministero della Giustizia, dove venne confermato dal governo guidato da Carlo Azeglio Ciampi. Sono quelli i mesi più 'burrascosi' della carriera del giurista, segnati da attentati come quelli in via dei Georgofili a Firenze o San Giorgio al Velabro a Roma. E, anche per questo, fece rumore la sua decisione, nel marzo del '93, di non rinnovare il 41 bis per 300 mafiosi sottoposti a carcere duro. Decisione che Conso ha sempre rivendicato come "scelta personale" smentendo qualsiasi partecipazione a quella trattativa Stato-mafia per la quale, il 3 febbraio scorso, venne citato a deporre dal tribunale di Palermo, non presentandosi per motivi di salute.
Sempre nel marzo del '93, e questa volta in relazione alla vicenda Tangentopoli, arrivò il decreto-Conso (essendo lui il ministro proponente) ad accendere la polemica: con il decreto, dotato di valore retroattivo, si disciplinava la depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti, 'graziando', di fatto, diversi inquisiti di Mani Pulite. Il decreto, definito dai suoi detrattori 'un colpo di spugna' entrò subito nell'occhio del ciclone, provocando le dimissioni del ministro Carlo Ripa di Meana e le proteste dei pm. Ma alla fine, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro decise di non firmarlo. Conso offrì allora le sue dimissioni che però Amato respinse, confermandolo a via Arenula. Il decreto che portava il suo nome fu invece definitivamente archiviato.
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