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Giancarlo Caselli
Il procuratore capo Giancarlo Caselli

‘Ndrangheta: la buona fede non basta…! Sentenza per gli indagati che hanno scelto il rito abbreviato. Il processo continua per gli altri 73

“La ‘ndrangheta in Piemonte è “in grado di infettare le istituzioni”. Lo scrive un giudice torinese, Cristiano Trevisan, in una delle 2.500 pagine in cui ha raccolto le motivazioni di una sentenza. Si tratta della prima tranche, quella condotta con il rito abbreviato, del maxi-processo Minotauro, sfociata lo scorso ottobre in una sessantina di condanne. La seconda, che annovera 73 imputati, è in corso in questi giorni. La sentenza parla degli otto “locali” (le cellule di base) e del “crimine” (il supergruppo adibito alle azioni violente) attivi a Torino e nel circondario: organizzazioni guidate secondo l’accusa dai clan dei Marando, dei Crea, degli Iaria e altri, che pur essendo “giuridicamente autonomi” dalle case madri calabresi, hanno “la tipica struttura ‘ndranghetistica”, con i capi, le gerarchie, i gradi (le “doti”), i riti, l’aiuto ai latitanti, la capacità di intimidire e “assoggettare larghi strati della popolazione”. Il giudice mette nero su bianco i numerosi tentativi delle cosche di condizionare la vita politica locale: di imputati ce n’é uno solo, Nevio Coral, all’epoca sindaco di Leinì, ma di episodi ce ne sono tanti. Un piccolo imprenditore, Salvatore Demasi detto ‘Giorgio’, che nelle carte è indicato come un presunto boss, viene contattato nel 2011 dal deputato Domenico Lucà (Pd) perché porti voti a Piero Fassino durante le primarie del centrosinistra per la carica di sindaco di Torino: il suo aiuto é prezioso, visto che anche un altro candidato (si legge nelle intercettazioni) si sta facendo “aiutare dai calabresi”. Poi si parla di Claudia Porchietto, assessore regionale (Pdl) al lavoro, che nel 2009 incontra dei personaggi già nel mirino dei carabinieri mentre tenta di diventare Presidente della Provincia. Di un deputato dell’Idv, Gaetano Porcino, di un consigliere regionale del Pd, di sindaci o aspiranti tali di diversi paesini. Tutti i politici risultano all’oscuro, tanto è vero che non vengono nemmeno indagati. “Ma indipendentemente dalla buona fede – commenta il giudice – ciò non può non allarmare”. La sentenza di Trevisan è considerata importante negli ambienti giudiziari torinesi perché, di fatto, è di tenore opposto rispetto a quella di un processo di poco precedente, chiamato “Albachiara”, sulle cosche del Basso Piemonte, finito con una serie di assoluzioni che avevano irritato non poco la Direzione distrettuale antimafia. E sottolinea che, in linea generale, per arrivare a una condanna non si deve “pretendere” che la ‘ndrangheta del Piemonte sia esattamente come quella della Calabria: non occorre un ”assoggettamento totalizzante della società civile”, ma è “sufficiente che risulti provata una situazione di asservimento limitata a settori della comunità”.

‘Ndrangheta e politica

Dalla lettura delle motivazioni si ricava che, nel 2011, il deputato Domenico Lucà (Pd) contattò Salvatore Demasi, che nelle carte del processo viene indicato come il capo del “locale” di Rivoli, e gli chiese di “attivarsi per ottenere e reperire consensi” per la candidatura di Fassino alle primarie. In una delle conversazioni telefoniche intercettate dagli inquirenti, Demasi comunica di avere provveduto “per il nostro amico”, anche se “la battaglia è complicata” perché “anche l’altro si è dato da fare”; e Lucà conferma che l’avversario (che altrove indica in Davide Gariglio) “si è dato molto da fare con i calabresi”. Sono numerosi gli episodi di tentativo di condizionamento della politica che il giudice Trevisan elenca nella sentenza. Demasi, per esempio, ha avuto contatti, a vario titolo, con Gaetano Porcino, deputato Idv, il consigliere regionale Antonino Boeti (Pd), l’assessore all’istruzione del comune di Alpignano, Carmelo Tromby (Idv), e si è interessato alla campagna elettorale per l’elezione a sindaco di Cirié del candidato Francesco Brizio. E’ inoltre “altamente rappresentativo dell’influenza che la ‘ndrangheta assume nella vita democratica” l’incontro del 2009 fra i presunti boss e Claudia Porchietto, assessore regionale al Lavoro, che all’epoca era candidata del Pdl alla Provincia di Torino. Il giudice afferma inoltre che già nel 2003 uno degli esponenti dei “locali” aveva “intravisto nell’allora assessore regionale ai lavori pubblici, Caterina Ferrero, un possibile referente, a dire degli interlocutori, per l’aggiudicazione di lavori”. Si citano poi episodi avvenuti nei paesi di Leinì, Castellamonte, Borgaro Torinese. E tutti sono, in generale, “alquanto eloquenti – commenta il gup Trevisan – per comprendere come gli uomini della consorteria intendano i rapporti con gli uomini politici in termini di continuo sinallagma tra favori fatti e favori da rendere. Ciò non può non allarmare, indipendentemente dall’eventuale buona fede del candidato politico”.

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