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Roberto Rosso
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‘Ndrangheta, il clan dell’inchiesta su Rosso era preoccupato da un decreto del governo

Il clan della ‘ndrangheta sgominato a Torino dall’inchiesta Fenice era “preoccupato” da un decreto legge del governo che, con l’entrata in vigore, il primo gennaio 2020, avrebbe colpito “i due pilastri portanti” del “sistema” messo a punto per entrare nel mondo degli affari.

E’ quanto si ricava da un’annotazione della guardia di finanza depositata agli atti del procedimento sfociato ieri in 11 rinvii a giudizio (di cui uno per l’ex assessore regionale Roberto Rosso, chiamato in causa solo per una vicenda di voto di scambio). I

l provvedimento in questione è noto come “il decreto fiscale“, il numero 124/19, collegato alla legge di bilancio del 2020, che modificava la disciplina delle “compensazioni” e di contratti d’appalto. L’imprenditore torinese Mario Burlò, che secondo gli inquirenti era il punto di riferimento della gang (anche se lui nega ogni coinvolgimento), l’11 novembre andò a esternare le sue preoccupazioni agli Stati generali delle Imprese presso la Camera dei Deputati.

La guardia di finanza annota che il decreto introdusse, fra l’altro, una serie di misure per “contrastare i sempre più frequenti illeciti tributari operati con la metodologia della ‘compensazione‘”. Problemi a quello che gli investigatori hanno definito il “gruppo Burlò” sarebbero stati creati anche da un cambiamento nella disciplina dell’esternazionalizzazione della manodopera.

L’imprenditore Mario Burlò, nel corso dell’intervento alla Camera, dove parlava in qualità di vicepresidente delle Pmi e di presidente dell’Uni (unione nazionale imprenditori), si era lamentato del fatto che “si sta trattando tutti come criminali“. I finanzieri, nel documento, rilevano “la solennità” dell’evento citando la presenza di “autorevoli esponenti delle istituzioni“.

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