Giuseppe Valesio

E se fosse buonsenso? di: Giuseppe Valesio

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MONTEU DA PO. C’era una volta INDUSTRIA

Il sito archeologico di Industria (veduta aerea) si trova a Monteu da Po, a due passi da Chivasso

Siamo sulla destra del Po,  sulla statale che dal ponte di Chivasso conduce  a Verrua Savoia, ultimo comune della provincia di Torino, in un territorio ricco di presenze culturali ancora poco conosciute e poco valorizzate. Però ci  sono associazioni  che propongono itinerari in queste  zone, come quello realizzato dall’Associazione culturale Athena, all’interno del GranTour. Ci sono iniziative del comune e della ProLoco. Da questo numero iniziamo anche noi un piccolo viaggio, turistico ma non solo, in cui si può leggere la reale successione della storia attraverso le costruzioni e le opere d’arte che le popolazioni antiche ci hanno lasciato e che, per ora, sono  ancora  visibili.

Fondazione e sviluppo della città

“Il vociare confuso e il rumore dell’acqua del fiume Po, ci faceva intuire l’avvicinamento al porto. Alle sue spalle si trovavano gli “horrea (magazzini del porto)…” Così raccontava Plinio il Vecchio  nel I secolo d.C., riferendosi   al porto  di una zona sulle cui colline si trovava Bodingus Magus, abitato da popolazioni liguri che  commerciavano sul  Bodingus (il Po) con un proprio mercato. Siamo a Monteu da Po. Di tutto questo, il porto, le banchine, le chiatte, non è ancora apparso nulla. Se qualcosa è rimasto, è ancora sepolto. Ma oltre  2000  anni fa   era l’ingresso di una città  importante e conosciuta nell’impero romano, Industria,  denominata con questo termine (benaugurale nella civiltà classica) che in latino sta a indicare intelligenza, ingegno unito alla diligenza e all’attività manuale, significato alquanto diverso da quello usato ai tempi nostri. La città si sviluppò dopo le campagne militari del 124-123 a.C., condotte dal console Marco Fulvio Flacco, contro le popolazioni liguri non ancora pacificate. A seguito delle conquiste furono fondate nuove colonie, venne potenziata la rete stradale e vennero assegnati lotti di terreno ai nuovi abitanti.   Situata in posizione strategica, Industria dominava tutto il versante meridionale del Po, dalla periferia di Torino sino a Pontestura  nel punto in cui l’acqua  era più profonda e più navigabile,  diventando così scalo di traffici  commerciali con  la Valle d’Aosta. Erano soprattutto estrazioni e  lavorazioni del ferro, proveniente dalle miniere di Cogne, trasportato, risalendo il Po attraverso la Dora, fino a Industria, trasformato in manufatti  che poi venivano  commerciati nel resto dell’impero romano. Il commercio era in mano a ricche famiglie come gli Avilli e i Lollii, appartenenti alla categoria dei  “mercatores”, originarie delle zone di Padova e Aquileia, anch’esse città  fiorenti dei traffici sul Po.  Queste famiglie si servivano sopratutto di manovalanza proveniente dall’Oriente, in parte composta da artigiani liberi in parte da schiavi, e fu il loro grande numero a rendere necessario  la costruzione di un grande  tempio dedicato al culto di Iside. Fu riscoperto solo a metà del  Settecento come tutta la città, anche se i grandi lavori furono continuati  soprattutto su impulso del conte Bernardino Morra  di Lauriano all’inizio dell’Ottocento. Tutto nacque dal ritrovamento di una lastra in bronzo , nel 1745, che ricorda gli antichi “pastophoroi”, sacerdoti di Iside, portatori dei sacri oggetti. Ed oggi tutti i reperti ritrovati,  pregevoli manufatti in bronzo come la danzatrice e il toro simbolo di Torino,  sono  conservati presso il Museo Archeologico di Torino.   

Gli unici reperti rimasti in loco sono quelli murati (e molto degradati) sulla parete laterale della chiesa di San Giovanni e sulla chiesa di san Grato. Tra gli altri, nella zona archeologica fu ritrovato anche un bronzo fuso, rifinito a freddo e lucidato,  che rappresenta Iside  Fortuna che sostiene la cornucopia con la mano sinistra e  si appoggia al remo con la mano destra.

Il tempio e il culto di Iside

“Il tempio di Iside , grazie al suo alto podio, si vedeva da lontano. La sua forma con 4 colonne della facciata , rivelava l’aria classica di Roma, la sola padrona del mondo. … Vicino vi erano i due Aedides, organizzatori delle forniture alimentari della città…..”.  E’ ancora Plinio che parla. Doveva essere veramente colpito dal tempio che sovrastava la città. Il culto di Iside si diffuse dall’Egitto agli altri paesi del  Mediterraneo attraverso i mercanti ed i viaggiatori.  A partire dal secolo I a.C. il culto raggiunse Roma e attraverso il porto di Aquileia si irradiò in tutto il nord d’Italia.  Iside, Osiride e Horus rappresentavano la triade della vita oltre la morte.  Iconograficamente, Iside fu presentata in vari atteggiamenti, tra cui anche quello di allattare  il figlio Horus.  Nei secoli successivi, l’umanizzazione del sacro fu ripresa dalla cultura e dall’arte cristiana, attraverso i dipinti raffiguranti la  “Madonna allattante”.(cfr. Saggio di S. Inzerra). L’ingresso del tempio era rivolto ad est, al sorgere del sole, la pianta era rettangolare e davanti alla facciata una scalinata monumentale dava a tutto il luogo un senso di solennità. Iside-Fortuna posava il suo sguardo benigno sulla città.

Impianto urbano

Nel II secolo d. C., nello spazio delle offerte si costruì un grande santuario dedicato a Serapide (il dio greco-egizio, paragonabile al Giove romano) con un grande corridoio semicircolare, un cortile centrale e due ingressi. Dietro all’edificio , alcune strutture costituivano il percorso delle processioni durante le cerimonie, scandite dal suono di sonagli di bronzo, i sistri.  La città di Industria era costituita, a quei tempi, da diversi quartieri: “Attraversammo prima il quartiere artigianale, racconta ancora Plinio, a breve distanza dal porto, alla periferia di Industria. Le case erano piccole e sporche, ma c’era vita nei cortili, sotto le tettoie, nelle case. In molti punti si levava il fumo delle fornaci, attorno alle quali lavoravano robusti schiavi,  seminudi per il caldo. Nell’officina di fronte abili artigiani preparavano un piccolo Fauno di bronzo, togliendo il rivestimento di terra e lucidandolo….Pochi passi ancora e sembrava di essere in un’altra città: le vie erano pulite, le botteghe che si affacciavano erano animate. Sui marciapiedi, coperti da porticati, incedevano uomini in toga e matrone in lettiga. La  piazza del foro era splendida ,  e pavimentata con lastre ben connesse…”. 

Quindi Industria, oltre che porto di fiume, era importante come centro di mercato  e città santuario, che attirava pellegrini e viaggiatori anche da località lontane. Gli abitanti erano per lo più artigiani e commercianti. Gli ambienti delle case principali erano riscaldati, grazie all’impianto tipicamente romano delle “sospensurae”, cioè un doppio pavimento sostenuto da colonnine in mattoni, collegate ad un focolare, con cui si distribuiva l’aria calda. Le strade erano le tipiche strade romane, con incroci ad angolo retto. Vi sono ancora le pietre, messe di taglio, che fungevano da passaggio pedonale per evitare di essere calpestati dalle ruote dei carri.

La fine di Industria

La ricchezza e l’importanza di Industria durarono fino alla fine del IV secolo d.C., e certamente la città fu visitata da alcuni imperatori romani del III secolo, che lasciarono doni votivi particolarmente preziosi. E’ sempre Plinio a raccontare: “…La città di Industria non era molto grande: l’abbiamo vista un giorno  scendendo da una vigna che Publius aveva sulla collina. Sulla strada che l’attraversava , parallela al corso del fiume, si trovavano alcuni grandiosi monumenti funebri delle famiglie più importanti. L’abitato era diviso in isolati regolari, e le strade principali in acciottolato, convergevano verso il centro ad angolo retto: la mole del tempio lo sovrastava. A parte   le magiche feste della dea Iside, non c’erano molti motivi di divertimento: l’anfiteatro più vicino era ad Augusta Taurinorum (Torino ndr).….” . 

La città di Vardacate (Casale Monferrato ndr) era ancora più distante.  Ma poi arrivò la fine. La zona intorno al tempio si spopolò e il tempio stesso subì un principio di incendio.   I suoi abitanti,  non autosufficienti sul piano alimentare,  si ridussero e si dispersero poco per volta. Alcuni isolati continuarono ad essere abitati fino al  VI-VII secolo, , ma il tempio andò in rovina e i suoi ruderi furono utilizzati per costruzioni civili. 

“La città è ora spopolata, distrutta. I ruderi incendiati di quello che era il grande tempio non sono altro che un cimitero. Iside-Fortuna sta guardando altrove. E’ pericoloso vivere qui….” Così scrive Adeodatus, un altro viaggiatore romano, qualche secolo dopo.  L’abitato, a seguito delle invasioni longobarde, si stabilì sulla collina, in posizione più facile da difendere in caso di attacco.  Si  perse anche memoria dell’esistenza di Industria, fino alla sua riscoperta.  E d’altra parte, le varie fasi storiche non permettevano grandi divagazioni oltre alla pura sopravvivenza.

Industria oggi

Sembra quasi incredibile. Si fa davvero fatica a  credere che un tempo ci fosse così tanta vita, così tanta ricchezza, così tanta attrazione culturale e religiosa. Cosa è rimasto di tutto questo? Non si vede la scalinata del grande tempio di Iside.  Ma le strutture  in elevazione sono ben riconoscibili e così tutte le altre che sono a livello di fondazione, sistemate e restaurate nel tempo, e che necessitano maggiori spiegazioni dagli addetti. Non si vede il foro , ancora da scavare.  Non ci sono tracce del porto fluviale.  Bisogna dire che l’area ad oggi visibile, circa 15mila mq,  rappresenta solo il 10% della superficie attribuita alla città, che pure non era grande. E chissà mai se un giorno si riuscirà a scavare tutta l’area. La proprietà è dello Stato e  la Soprintendenza per Beni Archeologici sta effettuando una campagna di scavi, a lato del tempio di Iside, sotto la direzione del funzionario responsabile Federico Barello.  Ma è questione di tempo e poi i soldi finiranno. La Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte, recentemente, ha  firmato un protocollo d’intesa con la Regione, il Politecnico e  il Parco Fluviale del Po e con l’amministrazione comunale, per  un progetto di valorizzazione dell’area.   

A Monteu  ci sono i volontari e   le Associazioni che si occupano dell’antica città.   C’è il signor Luigi Nigro,   che custodisce e mantiene faticosamente l’area per conto della Soprintendenza, con gli scarsi fondi statali per la manutenzione:   ne sa una più del diavolo ed è ben lieto di indirizzare i turisti. Che non sono poi pochi: circa 3500 all’anno. Ma non è solo questione di mancanza di fondi,  forse ancora  manca la volontà di fare conoscere questa come altre piccole fette del nostro territorio, inserendole a pieno titolo  nel vasto,  e ricco di risorse culturali, territorio italiano: che dovrebbe essere un grande, unico, inimitabile parco non solo archeologico e  artistico, ma rappresentazione di un  percorso storico e, soprattutto, umano.

di Beppe Valesio  con la collaborazione di Sara Inzerra

Bibliografia: L. Mercando, E. Zanda: Bronzi da Industria, Roma 1998; 

C’era una volta ..Industria, Rotary Club Chivasso, Chivasso 1998

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