Home / Torino e Provincia / Montanaro / MONTANARO. I vecchi mestieri tra fine ‘800 e primi ‘900

MONTANARO. I vecchi mestieri tra fine ‘800 e primi ‘900

Una nostra informatrice che vuol tenere l’anonimato, M.P., classe 1930, ci ha raccontato uno spaccato di vita lavorativa montanarese, attingendo direttamente dalla preziosa fonte dei ricordi. Ecco la trascrizione dei suoi racconti.

Una precisazione: le parole in dialetto montanarese sono state scritte usando la grafia normalizzata di corrente uso.

I.

Montanaro era un paese prevalentemente agricolo nell’800 e nei primi anni del ‘900, pur essendoci anche molte persone dedite a vari tipi di artigianato.

Gli agricoltori erano tanti, ma non tutti erano possidenti dei terreni che coltivavano, vi erano, sì, i proprietari, ma anche i mezzadri e gli affittuari.

I proprietari non erano latifondisti, ma possedevano del terreno generalmente frazionato in piccoli appezzamenti sparsi in varie zone del territorio comunale, pertanto venivano chiamati particolar ed abitavano nel centro abitato, mentre alcune grandi quantità di terreno (parecchie giornate piemontesi abbaziali pari a 4174 metri quadrati cadauna) risultavano accentrate intorno a cascinali situati in aperta campagna e venivano lavorate da famiglie di mezzadri o di affittuari.

Gli anziani ricordavano la Cascina Bianca, la Cascina Nuova, la Cascina ‘d Barel, che ora non esistono più, la Cascina Damigella e quella della Prola, tuttora esistenti, nonché le due cascine dei Ronchi delle quali ne è rimasta una sola.

Nell’immediata periferia del paese, all’inizio della strada provinciale per Chivasso, c’era la Cascina dei Farinone, che non c’è più, e, oltrepassata la ferrovia verso levante troviamo la grande cascina dei Caffaro, poi ribattezzata dei Reffo, ora denominata “la Baropolina”, ma senza più l’azienda agricola che la contraddistingueva nel passato.

È curioso ricordare che molti particolar abitavano lungo la via di S. Grato che va alla stazione ferroviaria, e pertanto venivano chiamati dai compaesani i “particolar in fila”.

Festeggiavano San Valentino, mentre gli altri Sant’Isidoro, la cui festa onoravano tra la fienagione e la mietitura. Successivamente venne abolita la festa di San Valentino e rimase solo più quella di Sant’Isidoro, di cui esisteva pure un ritrovo a lui dedicato, dove i contadini si riunivano la domenica pomeriggio, dopo i vespri, per una partita a carte con gli amici, davanti a un buon bicchiere di vino. Esso si trovava ai Nivoj (attuale via Montebello, ndc).

Le coltivazioni principali erano il grano e il granoturco (melia), ma anche biada, segala, avena, miglio, fagioli e patate. Molti terreni erano tenuti a prato per ricavarne il fieno, destinato ai capi di bestiame, che, numerosi, servivano ottimamente nella lavorazione della terra in vece dei trattori non ancora inventati.

Le mucche da pascolo invece fornivano tutto il latte necessario alla popolazione, questo ancora fino a una ventina di anni fa. Era molto grasso, ricordo che mia madre dopo averlo bollito, la sera lo metteva in una terrina molto larga ed al mattino, prima di farlo scaldare per la colazione, lo “sfiorava”, cioè toglieva uno spesso strato di panna, tanto che con tre litri di latte ricavava un etto di buonissimo burro. Il burro lo faceva mettendo la panna in un fiasco spagliato per vederci dentro, ed occupando il nonno o un bambino di casa a scuotere il fiasco per una mezzora circa, quando andava bene.  Ultimamente i contadini si erano costituiti in cooperativa per il latte, e lo vendevano ai caseifici, che passavano ogni giorno a ritirarlo. 

A quel tempo era particolarmente fiorente la coltivazione delle arachidi da cui si ricavava il gustosissimo olio, ed in paese c’erano alcuni frantoi per tale scopo frequentati volentieri dai ragazzini  che ne ricevevano “’l nusij” (la pasta residua dopo la torchiatura), una vera ghiottoneria. Durante l’ultima guerra l’olio di arachide è stato una vera manna per tutti, sia per i paesani che per i moltissimi sfollati che qui si erano rifugiati da Torino a seguito dei feroci bombardamenti sulla città.

Altra tipica coltivazione era la canapa coltivata nelle “canavere” (strette e lunghe strisce di terreno); c’erano le “marcite” dove la canapa veniva messa a bagno dopo la raccolta ed il “battendero” per estrarne le fibre da filare e tessere poi in buona e robusta tela da biancheria.

Inoltre c’erano le vigne; si produceva uva americana (fragola), bonarda, freisa, moscatello, clinto, ed il vino era interamente fatto dai contadini. Le vigne, come le siepi, erano fiancheggiate da lunghe piantagioni di gelsi poiché in Montanaro molte famiglie allevavano i bachi da seta. Anche nelle scuole montanaresi alcuni maestri, in collaborazione con gli alunni, allevavano bachi da seta. I ragazzi verso sera, dopo le lezioni, andavano lungo le rive alla periferia del paese a raccogliere il fogliame fresco dei gelsi per portarlo a scuola l’indomani mattina, e nutrire così i bachi, che crescendo facevano il bozzolo, dalla vendita degli stessi si ricavavano i fondi necessari per l’acquisto di materiale didattico.

Infine, verso e sulla sponda dell’Orco vi erano, e ci sono tuttora, ampie zone di bosco ceduo. A quei tempi i boschi venivano tenuti molto in ordine; puliti e sfrondati, il taglio veniva fatto a rotazione  e serviva sia per il riscaldamento che per dare lavoro a segherie e laboratori di “minusieri” esistenti in loco, intenti nella lavorazione di mobili e suppellettili varie utili nelle abitazioni, attrezzi agricoli, paratie per i canali di irrigazione, gioghi per i buoi. I carradori invece costruivano carri agricoli, carrettoni, barrocci.

II.

Una grossa corporazione era quella dei tessitori di canapa, i tessior o tessiau, artigiani che lavoravano in casa propria usando il telaio a mano in legno, tanto che transitando accanto a quelle case “se ne udiva il ritmo delle spole”, per dirla come Giovanni Cena, il nostro poeta.

Su ordinazione tessevano lunghe pezze di tela con il filo di canapa di diverse grossezze, a seconda delle esigenze di confezionare lenzuola, coperte, tovaglie, asciugamani o sacchi per i cereali. Preparavano corredi interi a 24 o a 12 capi in base alle possibilità economiche di chi li ordinava. Con il filo di scarto, filato più grossolanamente, tessevano la tela rada che chiamavano “fiorè”, la cui funzione era di filtrare la cenere con l’acqua insaponata nel mastello del bucato. Le famiglie dei tessitori abitavano principalmente nel centro storico di Montanaro, in particolare nel cantone detto breuil (Broglio).

Erano organizzati in corporazione, con i loro responsabili, ed ogni anno intorno al 5 febbraio festeggiavano con priorata la loro protettrice Sant’Agata, raffigurata dipinta sulla loro bandiera. L’attività si estinse definitivamente nei primi anni del secondo dopoguerra, gli ultimi lavoravano per le industrie anzi che per i privati, anche perché si era già precedentemente estinta la categoria delle filatrici, e da ancor prima non veniva più coltivata la canapa.

Una grossa parte del terreno montanarese è argilloso, ciò consentiva la fabbricazione di mattoni in due fornaci, di cui una attualmente ancora attiva. Negli ultimi due secoli esistevano laboratori artigianali in cui si fabbricavano stoviglie di creta: piatti, scodelle, assiette per le torte di zucca e di frutta (dolci tipici montanaresi, ndc), tofeje (pentole sferiche speciali per la cottura di fagioli e cotiche), vasi di diverse forme in terracotta e i picieuj, recipienti caratteristici utili per mantenere freschi acqua e vino da portare in campagna per dissetare i contadini.

Questa categoria è andata completamente estinta, ma viene ricordata ancora oggi nel carnevale con la figura della “bella ciaplera”, donna che si recava nei paesi vicini con la cesta al braccio per vendere le stoviglie prodotte dai vasai montanaresi.

Altra corporazione numerosa era quella dei calzolai (ciavatin, o caliè). In principio ognuno lavorava a casa propria, ma negli ultimi anni dell’800 e nei primi del ‘900 si riunirono in cooperativa per lavorare assieme presso una casa di via Loreto, nei pressi dell’antica chiesa di San Bernardino.

Colà lavoravano anche le donne, le quali si erano specializzate nel cucire le tomaie delle scarpe. Avevano un loro ritrovo domenicale situato in uno stabile di via Ubertini.

C’erano poi gli zoccolai (soclè), artigiani che lavorando in casa propria erano specializzati nella confezione di zoccoli di legno, socle e zabò, pratici per camminare in campagna sui terreni umidi e nelle stalle. I zabò (pronuncia ciabò), erano calzari costituiti da un unico pezzo di legno scavato nella forma del piede. Le socle, invece, erano di due specie; i soclòn, calzari alti alla caviglia, e le soclette o socline, calzari bassi aperti dietro come le ciabatte, usati particolarmente dalle donne. Anche i bambini calzavano le socle, d’inverno andavano a scuola con i soclòn, mentre in primavera ed autunno le bambine usavano le soclette.

Una categoria numerosissima era quella dei muratori; esperti, apprezzati e richiesti quanto quelli provenienti dal biellese e dal Canton Ticino.

Verso la fine dell’800 la maggioranza dei muratori si recava a lavorare a Torino, poiché là era un fermento di lavori per la costruzione di fabbriche, palazzi, uffici, scuole e ospedali. La stagione durava da febbraio ai primi di dicembre, quando il gelo obbligava l’interruzione dei lavori, e il conseguente ritorno dei lavoratori a casa. Durante la stagione invernale i muratori andavano nei boschi ad aiutare i contadini a far legna, bisognava sbarcare il lunario in qualche maniera poiché non esisteva la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione.

I muratori montanaresi prendevano alloggio a Torino in gruppi di tre o quattro nelle soffitte all’ultimo piano dei palazzi che sorgevano dietro la stazione di Porta Susa, in via S. Donato, via Cibrario, via Gropello, via Drovetti, via Beaumont, via Principi d’Acaja, ecc., zona allora chiamata “el cit Turin”.

I padri portavano i figli maschi appena terminata la quarta elementare (a quel tempo a Montanaro la quinta non c’era ancora), per fargli fare i bicc (garzoni). In genere smettevano di lavorare un’ora prima degli adulti (comunque dopo undici ore) e portando sotto le ascelle le assette del cantiere, percorrevano a piedi alcuni chilometri (il tram costava) per tornare nella soffitta.

Lì accendevano il fuoco nel camino, lo alimentavano con le assi del cantiere, e poi cuocevano pasta e fagioli o polenta. Le madri, a turno, venivano ogni tanto a pulire la soffitta e a cambiare la biancheria.

I muratori si fermavano a Torino quasi tutto l’anno perché, pur essendoci già una ferrovia che passava per Montanaro, non tutti i giorni, qui, il treno si fermava. È stata poi opera meritoria l’interessamento del senatore Secondo Frola (sindaco di Torino per due volte), che ha ottenuto la fermata quotidiana a Montanaro proprio per facilitare lo spostamento operaio, tanto che detto treno venne chiamato “treno operaio”.

Nei primi tempi venivano anche da Rodallo e dintorni per potervici salire. Si può dire che mezza Torino sia stata costruita da muratori montanaresi; diversi di loro sono poi diventati impresari importanti, tratti di vie e corsi centrali, come per esempio via Roma o un buon tratto di corso Francia, nonché i primi grattacieli di via Viotti e piazza Solferino sono loro opere, e così pure molti grandi condomini dell’ampliamento della città. Ricordiamo anche lo stabilimento della Snia Viscosa con l’adiacente complesso delle sue case operaie, costruito negli anni 1928 – 29, reparti del complesso Fiat ed altri stabilimenti minori.

I murador erano bravi nella muratura in genere, specie con i mattoni “faccia a vista”, ma alcuni si specializzarono nella costruzione di ciminiere per fabbriche, fornaci, distillerie, ecc. delle quali ancora oggi ne rimangono testimonianze in tutto il Piemonte, in altre regioni d’Italia ed anche all’estero.

Nei periodi di crisi edilizia alcuni emigrarono in Svizzera, in Francia, in America del sud: in particolare in Argentina a Buenos Aires, Mendoza, Cordoba, Villa Mercedes, provincia St. Louis, nelle pampas ai piedi delle Ande, in Paraguaj, in Brasile a Belo Horizonte, ed anche in Algeria, Stati Uniti, Canada ed Australia.

Esiste tuttora la società dei muratori che festeggia la sua patrona Sant’Anna nel mese di luglio con una festa nella cappella a lei dedicata. Un tempo i festeggiamenti erano d’inverno a causa dei rigori invernali, ora con l’antigelo non ci sono più pause (da alcuni anni è stato eretto un monumento al muratore davanti alla biblioteca comunale, inaugurato il 29 novembre ‘92, a ricordo di questa importante categoria che ha dato lustro al paese).

III.

Le sarte (sartoire) a Montanaro erano tante, quasi tute le famiglie ne avevano almeno una poiché, dopo la quarta elementare durante l’800, e la quinta nel secondo decennio del ‘900, quasi tutte le ragazze andavano ad apprendere il mestiere. D’inverno, per tre o quattro stagioni, anche le contadine. Alcune sarte si erano talmente specializzate che avevano avviato in casa propria un laboratorio con apprendiste, e creavano capi d’abbigliamento che non avevano niente da invidiare all’alta moda! Erano conosciute nel circondario ed anche a Torino, dove avevano clienti prestigiose. Le sartoire festeggiavano con i pochi sartor  (sarti per uomo) il loro patrono Sant’Omobono nel lunedì più prossimo al 13 novembre, giorno in cui il nome del santo era scritto sul calendario.

Vi era inoltre, presso il monastero delle Suore “figlie di carità della SS Annunziata”, un laboratorio di ricamo, che lavorava per negozi di Torino e per famiglie benestanti. Anche questo laboratorio era frequentato da molte ragazze che, lavorando a titolo gratuito, imparavano l’arte del ricamo. Naturalmente soltanto le più brave ed esperte lavoravano su ordinazione, le altre, specialmente all’inizio, si impratichivano sul proprio materiale preparandosi così il corredo. Era un vanto per le donne montanaresi poter dire di aver frequentato il laboratorio di ricamo, ed alcune di esse, dopo la chiusura del laboratorio, ne fecero una propria attività professionale.

Una categoria di lavoratrici penalizzata dalla mancanza di comodità era certamente quella delle lavandaie che tutti i giorni lavoravano sulle rogge, attraversanti l’abitato, con qualunque temperatura, anche la più inclemente. Esse lavoravano per le famiglie più abbienti e per le suore della casa Madre. Il bucato lo facevano in un grande mastello di legno al quale aggiungevano, in alto, altre doghe per renderlo più capiente. In detto mastello adagiavano le lenzuola e la biancheria, le coprivano con la tela rada di canapa filata tessuta grossolanamente (’l fiorè ‘d la lessìa), riempivano il telo di cenere di legna, e su di essa versavano l’acqua bollente in cui era sciolto il sapone (1), ripetendo numerosissime volte l’operazione per filtrare la cenere che, passando sulla biancheria, la puliva perfettamente. La lasciavano poi a bagno tutta la notte. L’acqua che usciva dal foro inferiore del mastello era chiamata “sciass” (ranno).

L’indomani mattina la biancheria veniva trasportata con le carriole a mano ai lavatoi sulle rogge per essere risciacquata. I panni li battevano sulle panche, assi di legno immerse nella roggia, col posto per le ginocchia della lavandaia, due o tre si aiutavano a torcere le lenzuola grandi, e dopo averle risistemate sulla carriola le riportavano sulle aie padronali per stenderle al sole su lunghe corde tese sostenute da paletti (forchin) infissi al suolo.

Le lavandaie esercitavano il loro mestiere anche d’inverno immergendo i panni nell’acqua gelida delle rogge, se l’acqua era ghiacciata rompevano il ghiaccio con il martello. Ragazzine, vecchi o uomini in quel momento non occupati facevano la spola da casa al lavatoio per portare acqua calda, affinché  le lavandaie potessero immergervi le dita arrossate dal gelo.

Vi erano diversi punti sulle rogge utilizzati, specialmente lungo tutto il tratto della roggia grossa. Nei primi decenni del ‘900 un impresario edile montanarese residente a Torino, in memoria di sua madre aveva fatto costruire a sue spese un grande lavatoio coperto in cemento armato sulla roggia grossa in confluenza tra via Dante e via San Rocco. Tale lavatoio venne poi demolito negli anni 1976-78. Ne rimane un altro, ancora visibile, in via Loreto. Ad onor del vero bisogna ricordare che l’acqua era limpidissima e la passeggiata sul viale tra le due rogge era a quei tempi piacevolissima.

IV.

In Montanaro non ci furono mai grandi industrie, soltanto qualche piccolo laboratorio di maglieria e biancheria intima, il più grande dei quali fu senz’altro la manifattura Gallo, che all’uopo aveva costruito lo stabilimento su corso Regina Margherita, ora corso Primo Maggio, e che negli anni venti del ‘900 occupava un centinaio di donne e ragazze. Attualmente, dopo alcuni passaggi di proprietà, tale stabilimento è stato completamente demolito per far posto a fabbricati di civile abitazione, dove c’era la porta principale ora si trova l’ingresso della farmacia comunale.

La comunità è sempre stata discretamente autonoma nella sua semplicità, poiché il necessario lo si è sempre reperito in loco, per le esigenze del tempo.

Dal 1682 si svolge il mercato settimanale al martedì, nonché due fiere annuali: una in primavera di stampo prevalentemente agricolo, ed una in autunno nel terzo sabato del mese di novembre, e denominata di “Santa Cecilia”. Le fiere si sono sempre svolte quasi senza interruzione fino al tempo di guerra. Ora è rimasta solo più quella di Santa Cecilia, ripristinata una quindicina d’anni fa.

Il mercato del martedì ha avuto l’interruzione quando è stato istituito il mercato del sabato nel 1935, per poi riprendere ormai da alcuni decenni. Attualmente si svolgono questi due mercati settimanali.

C’erano due mulini con macine in pietra per la macinazione dei cereali; uno antichissimo (le prime notizie datano dal XIV secolo) situato sulla roggia grossa, che dava il nome al borgo sovrastante costruito tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 e che si chiama tuttora Borgo Molino, e l’altro, chiamato Mulino dei boschi, di costruzione più recente, è situato sulla roggia di San Marco.

Ora è stato trasformato in soggiorno di vacanza dalla parrocchia di San Benedetto di Torino. Il mulino del borgo invece è andato completamente distrutto da un incendio verificatosi il 17 novembre 1977.

In esso, nei primi anni del novecento, era stata installata una piccola centrale elettrica, gestita dal Comune con propri incaricati, che usufruiva del salto dell’acqua della roggia per alimentare il paese di corrente elettrica, tramite una dinamo azionata dalla ruota del mulino. In quegli anni vennero installate nelle strade pubbliche le prime sessanta lampadine elettriche, un discreto numero considerando i tempi! L’impianto venne poi assorbito dalla società Alta Italia (successivamente chiamata SIP) il cui logo si poteva ancora vedere scritto sul fabbricato prima che l’incendio lo cancellasse.

Inoltre a fianco vi era un maglio ed una pista di canapa. Davanti al maglio era stata costruita la fabbrica del mulino per la tessitura della seta e del cotone, dentro ad essa nel tempo sono cambiate diverse lavorazioni, ma l’attività in campo artigianale continua tuttora.

Ogni cantone aveva un forno a legna (oltre alle già presenti varie panetterie), dove settimanalmente ogni famiglia, volendo, si cuoceva il pane che preparava a casa propria. Terminata la cottura del pane nel forno ancora caldo si ponevano le tofeje di terracotta per cuocere i fagioli con le cotiche, lentamente, tutta la notte. Il pane veniva cotto il sabato, ed i fagioli con le cotiche costituivano una succulenta colazione la domenica mattina, poiché le tofeje venivano prelevate fumanti dai forni dopo la messa prima delle ore sei.

Nota

Ho scritto questi ricordi, non tutti miei, ma alcuni sentiti raccontare dai miei antenati, perché ritengo utile far sapere ai giovani quanto sia cambiato il modo di vivere nei paesi di campagna e perché, se pur la vita sia diventata più comoda con la diffusione della tecnologia in tutte le case, un pizzico di nostalgia per la perduta semplicità del buon tempo antico a volte riaffiora, ed allora il pensiero corre riconoscente e memore a chi, con tanta fatica, ci ha preceduti, e non ultimo a far capire come una volta si imparavano i mestieri!

1. Diverse famiglie, soprattutto quelle contadine, si confezionavano il sapone autonomamente, utilizzando il grasso dei maiali che allevavano, ndc.

Articolo tratto dalla Rivista Canavèis (autunno 2006)

a cura di Igor Ferro

Commenti

Blogger: Redazione

Redazione

Leggi anche

CIRIACESE-VALLI. Rivoluzione nella differenziata, così il Cisa evolve la raccolta

Il primo di agosto ha visto il debutto di una nuova metodologia nella raccolta differenziata, …

LANZO. Un paese abbandonato al degrado?

È lo scenario di un paese abbandonato al degrado quello descritto durante l’ultima seduta consiliare dagli …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *