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MILANO. Pedofilia: Fondazione Carolina, no WhatsApp a bimbi

In seguito al caso di Lodi, dove un pedofilo si fingeva bambina su una chat e ha abusato di tre piccole, la “Fondazione Carolina”, dedicata a Carolina Picchio – la quattordicenne che si suicidò a Novara dopo essere stata vittima di cyberbullismo – lancia un manifesto per richiamare istituzioni e colossi del web alle proprie responsabilità. Quella di Lodi è “una storia terrificante che spaventa genitori e insegnanti. Eppure i media preferiscono soffermarsi sulle ‘capacità di manipolazione del criminale’, piuttosto che informare l’opinione pubblica sulle responsabilità e sulle violazioni che sottendono questo caso”, osserva Ivano Zoppi, direttore della Fondazione. “A undici anni non si può stare su WhatsApp. Neppure a 13 – prosegue – L’età minima per frequentare la chat più diffusa a livello globale, per gli Stati dell’Unione europea è pari a 16 anni”. “Cosa fanno i socialnetwork per rispettare questa direttiva? Cosa fanno i colossi del web per contrastare le false identità nel web?”, incalza Paolo Picchio, papà di Carolina, evidenziando che “in una chat di gruppo, mentre si gioca su internet, all’interno di un social network, ogni “amico online” dovrebbe corrispondere ad una persona reale, conosciuta e coetanea dei propri figli. Invece sono i genitori stessi ad iscrivere i priori bambini sui social… ‘così stanno buoni'”. Fondazione Carolina mette a disposizione delle scuole la sua equipe interdisciplinare per garantire alle scuole un supporto di prossimità e tempestivo nei casi più gravi di bullismo e cyberbullismo. Un servizio che abbiamo esteso in via sperimentale per gli educatori di 120 oratori estivi, che possono segnale gli episodi direttamente tramite la App 1SAFE”, spiega Ivano Zoppi. “Ma tutto questo non basta – prosegue il direttore di Fondazione Carolina – serve un patto di corresponsabilità, in cui nessuno si può sottrarre”.

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