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Messer cardo!

Messer cardo!
Il cardo non è un ortaggio molto amato, la sua spinosità già richiamata nell’etimologia, greca, poi riformulata in “cardum” dai romani, assieme alla consistenza dura e al sapore piuttosto amaro hanno reso difficile renderlo noto fuori dai confini, prettamente regionali, di appassionati estimatori. Eppure, il cardo è stato recentemente riscoperto e ricercato in cucina, soprattutto se addolcito nei suoi tratti con una coltivazione, detta imbiancamento, che avviene lontana dall’esposizione solare, sotto sotto il terreno, fino al momento della raccolta. Già nel ‘700 viene citato nella più classica ricetta piemontese, la bagna cauda, o caoda, piatto simbolo della gastronomia del Piemonte. Nel corso dei secoli le coltivazioni di cardi hanno aiutato i poveri contadini a sopravvivere quando il carciofo spopolava in Europa e arricchiva le tavole dei nobili. Le prime tracce del cardo sono state rinvenute in Etiopia e successivamente anche nei corredi funebri conservati nelle tombe egizie. Gli antichi Romani lo ritenevano un ortaggio pregiato e varie leggende associano questo ortaggio al pastore siciliano Dafne, alla cui morte, grazie all’intervento di Pan e Diana, la Terra, piena di dolore, fece nascere una pianta piena di spine, il “cardo” appunto. Tra gli antichi Germani il cardo era associato al dio Thor, dio della guerra e dei fulmini. Fin dai tempi antichissimi germogli e semi di cardo servivano poi per produrre il caglio dei formaggi, ma solo nel ‘500 si hanno le prime testimonianze della sua presenza in cucina. Curiosa è la storia che ha portato il cardo ad essere simbolo della Scozia e della sua squadra di rugby. Già nel 1470 l’effige del cardo appare su alcune monete d’argento emesse durante il regno di Giacomo III e, a partire dagli inizi del XVI secolo fu incorporato nello stemma reale della Scozia, e questo perché, secondo la leggenda narra che, intorno all’anno mille, un gruppo di guerrieri scozzesi fu sorpreso nel cuore della notte dai vichinghi i quali si tolsero gli stivali per non fare rumore, ma uno di loro mise un piede nudo sopra un cardo selvatico e gli scozzesi, risvegliatisi per l’urlo di dolore del guerriero norvegese, riuscirono a organizzare un contrattacco. Il cardo salvò gli scozzesi che, in segno di ringraziamento, lo chiamarono Guardian Thistle (cardo protettore) e venne adottato come simbolo della Scozia. Non esiste alcuna testimonianza storica che sostenga questa leggenda, ma qualunque siano le sue origini, il cardo è uno dei più importanti simboli scozzesi da più di 500 anni. In Abruzzo viene mangiato in un brodo tipico nel periodo natalizio, c’è chi lo mangia sulla pizza come parmigiana o chi preferisce prepararci sfiziose insalate. Il nome marianum del Cardo è legato alla leggenda secondo la quale sulle sue foglie caddero gocce del latte della Madonna, mentre nascondeva il bambino Gesù, durante la fuga in Egitto. Il cardo è anche detto carciofo selvatico, caglio, cardo spinoso. Si narra che le antiche popolazioni italiche conobbero l’uso del Cardo mariano, imparando dagli animali, infatti tutt’oggi talpe, istrici e cinghiali ne mangiano le radici. Tra le molte varietà di cardo, Vi ricordo il cardo di Bologna senza spine, il piemontese cardo di Chieri, il pregiato cardo di Tours, il cardo gigante di Romagna, il cardo triste, con i fori rosso scuro, il cardo alato delle zone umide.
Favria, 12.12.2019 Giorgio Cortese

Che sotto l’albero possiate trovare la felicità, che sia in un regalo o in chi vi sta intorno.

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