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Mantenere la parola data, una virtù in estinzione?

Mantenere la parola data, una virtù in estinzione?
Oggi viviamo in un epoca storica fatta di trasformismi e dominata da codardia, dove prevale sempre e comunque l’interesse del singolo, è difficile pensare che ci sia mai stato un tempo in cui la politica era nobile arte e la parola “cittadino” era piena di lealtà e dignità. Ma forse non ci credevano nemmeno gli antichi romani, tuttavia allora piaceva pensare che ci fosse un passato, relativo alla storia di Roma repubblicana, in cui gli uomini erano ancora capaci di compiere grandi gesta in nome di un ideale supremo: la “res publica!”. Se penso ai numerosi esempi di antichi romani che avevano la virtù, oggi merce rarissima, della parola data, mi viene in mente in primis Attilio Regolo, console al tempo della prima guerra punica. Il console Regolo viene catturato dai rivali cartaginesi. Questo fatto ci viene raccontato dallo storico Tito Livio e dal poeta Orazio. Narrano infatti che Cartagine decise di inviare proprio Attilio Regolo a Roma, benché prigioniero, per persuadere i Romani ad arrendersi, in tal caso lo avrebbero liberato, diversamente sarebbe dovuto rientrare a Cartagine ed essere condannato a morte. La leggenda vuole che Regolo, uomo di nobilissima indole e rara virtù, non solo, una volta giunto a Roma, persuase i connazionali del contrario, ossia a continuare la guerra, perché certo che ormai Cartagine non potesse più resistere, ma, per mantenere fede alla parola data, ritornò anche presso i nemici, andando dignitosamente incontro alla morte. Inutile dire che Roma vinse la guerra. Poi penso a Publio Decio Mure, altra figura eroica dell’età repubblicana. Anche lui console durante le guerre con i Sanniti. Durante una battaglia si accorse che le sorti della battaglia erano decisamente sfavorevoli per i suoi uomini, per amor di patria decise di ricorrere al rituale della “devotio”. Quest’ultima era una pratica antichissima, per cui il comandante dell’esercito si immolava agli dei Mani per ottenere, in cambio della propria vita, la salvezza e la vittoria dei suoi uomini e la morte degli avversari, secondo la logica magico-religiosa: una vita per una vita. Il rituale consisteva nell’indossare la toga praetexta, velandosi il capo, e recitare delle formule per attirare solo su di sé la collera degli dèi, per poi gettarsi a capofitto tra le schiere nemiche e portando con sé la maledizione. E poi, altra figura eroica, studiata a scuola: Muzio Scevola. Il cui nomen deriva dal latino “scaeva”, mancino! Si narra che nel 508 a.C., mentre Roma era assediata dal re etrusco Porsenna, il patrizio Muzio Cordo cercò di entrare nell’accampamento nemico per uccidere il re, ma fu catturato e portato al cospetto di Porsenna dove si dice affermò: “a mia mano ha commesso un errore ed io ora la punisco per questo imperdonabile errore”, ponendo la mano destra su un braciere ardente e lasciandola finché essa non fu completamente bruciata. Per questo gesto, denso di estremo coraggio, il re etrusco decise di salvargli la vita e di liberarlo. Da quel giorno il suo nome cambiò da Cordo a Scevola. Il principio è stato confermato dalla morale cristiana, per secoli sono bastate semplici lettere private in cui uno si impegnava a dare e l’altro a restituire enormi somme di denaro senza che ci fosse una legge o uno Stato a farle rispettare, ma solo la fiducia reciproca. Nel nostro mondo contadino le transazioni si facevano sulla parola, con una stretta di mano. Era un principio che si imparava fin da bambini: le promesse vanno mantenute. Molti di noi sono cresciuti in questa atmosfera morale, e quando incontro gente che si comporta diversamente vengo preso dal ribrezzo. La vita mi insegna ad essere prudente ma c’è sempre una zona protetta, dove do per assodato che venga sempre mantenuta la parola data: l’amicizia. L’amico è quello in cui ho fiducia. Anzi l’essenza dell’amicizia è proprio la fiducia. L’amicizia è sempre stata così anche nel passato, me lo ricordano Cicerone, Montaigne e Voltaire. E’ questo il motivo per cui quando l’amico non mantiene la parola data mi si lacera l’animo. Cosa avviene quando questo principio viene abbandonato nella società? Sfacelo politico e sociale, guerra e miseria. L’abbiamo visto durante l’anarchia dei signorotti feudali in lotta tutti contro tutti. L’abbiamo visto nella catastrofe dell’Italia del Cinquecento, il Paese più ricco e progredito d’Europa, ma fatto di staterelli in guerra fra di loro con un gioco continuo di alleanze e tradimenti. Prima con i francesi, poi con gli spagnoli, poi con i lanzichenecchi luterani quando il duca di Ferrara e di Mantova tradirono Giovanni delle Bande nere aprendo loro la strada al saccheggio di Roma. Nessuna società riuscirà mai a vivere e prosperare se il principio di mantenere la parola data non viene ribadito dalla legge e dalla morale, insegnato fin dall’infanzia e scolpito nel cuore degli uomini in modo che venga applicato in tutti i campi dell’esistenza.
Favria 7.12.2018 Giorgio Cortese

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