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Luva serviera della Favriasca.

Luva serviera della Favriasca.
Narrano alcuni anziani di storie che gli sono state tramandate dai loro nonni, quando tutto il territorio a sud dell’abitato di Favria era un enorme bosco detto Favriasca! Narrano di questa storia quando ancora di doveva costruire la roggia di Favria ed era in parte ancora selvaggio composto da enormi frassini, querce ed ontani. La leggenda parla di una Luva Serviera, Lupa Cerviera, di una lince. Questo animale ha avuto tanti nomi nei secoli: Gatto-Lupo, Gattopardo, Lonza, Lupo Cerviero, perché aggrediva i cervi. La lince è un animale mitico, presente nei bestiari medievali con connotazioni sia positive, legate ad esempio alla vista proverbiale, per questo motivo simbolo dei Lincei, l’Accademia scientifica più prestigiosa d’Italia, che negative, simbolo di meschinità e lussuria. Il nome deriva dal termine greco Lynx e significa luce, brillare, come i suoi occhi che risplendono nelle tenebre, ma la parola deriva dal lemma indoeuropeo lewk, che significa luminoso, chiaro. In passato si credeva che nel fondo della pupilla custodisse una gemma in grado di donare a colui che la sottraesse, il dono di predire il futuro, semplicemente ponendola per un breve istante sotto la lingua. Un animale intorno al quale sono fiorite numerose leggende ma che ha avuto l’infausto destino di essere cacciato dall’uomo fino alla quasi totale estinzione. Il suo manto e l’erronea convinzione che strappasse all’uomo selvaggina preziosa ha determinato una vera e propria mattanza, cui si è aggiunta la distruzione del suo habitat attraverso l’estremo diboscamento degli ultimi due secoli. In origine la lince popolava, salvo alcune eccezioni, tutta l’Europa. All’inizio del ‘900 era estinta in Europa occidentale e meridionale, mentre popolazioni residue sopravvivevano nei Pirenei, Balcani e Scandinavia. Sull’arco alpino piemontese e valdostano l’ultima cattura sarebbe stata effettuata in Val Roja nel 1918. La leggenda che vi narro parla di una Luva Serviera, quando in una mattina d’estate, soldati ribaldi dell’ennesimo esercito che invadeva periodicamente il Piemonte in quei anni erano in cerca di case e persone da razziare. Il protagonista della storia di cui si è perso il nome viveva in un misero ayrale ai bordi della foresta della Favriasca e per sfuggire alla masnada della soldataglia decise di fuggire con la moglie ed i due figli nel folto della foresta della Favriasca, addentrandosi sempre di più, in zone che non aveva mai esplorato e che aveva sempre accuratamente evitato in quando di notte, da quei luoghi oscuri nel folto del bosco provenivano sordi miagoli che segnalavano la presenza della dama del bosco o meglio della Luva Serviera. Il poveretto proseguendo la sua fuga con la famiglia, più si addentrava nel bosco e ogni tanto trovava la terribile testimonianza della sua presenza, come lunghe incisioni lasciate da artigli affilati che solcavano la corteccia di giovani querce. Qua e là, ciuffi di pelo morbido, i variopinti segnali del passaggio del fantasma dei boschi, la Luva Serviera raccontata dagli anziani nei racconti invernali nella veglia delle stalle, era capace con un solo balzo di atterrare un cervo e quando aveva fame non disdegnava di attaccare anche le persone. Ma la paura di essere ucciso dalla soldataglia era troppo forte anche se sentiva con la sua famiglia la sua presenza silenziosa. Dopo aver vagato per ore giunse vicino ad una radura e li videro un lupo che cercava di aggredire una piccola lince. Il contadino per istinto si fece avanti e con un bastone allontanò il lupo che ringhiando si allontanò! Si allontanarono anche loro furtivamente da quella radura per paura della Luva Serviera, come veniva chiamata in dialetto, raccomandando la loro anima alla Vergine Maria. Poco dopo un miagolio sordo li vicino nella buia notte segnalò la presenza della fiera. Ed ecco che un balzo si presento davanti a loro con le sue orecchie che sull’apice si presentano con dei peli ritti e scuri con le basette sulle guance simili a dei favoriti. La coda cortissima, ma con delle zampe grosse e poderose. Li osservò a lungo e poi si mise a parlare cosi: “Dato che avete salvato il mio cucciolo avrete salva la vita e vi indico al limitare del bosco verso nord est una grande quercia, impossibile da non scambiarla con altre, vista sua maestosità, e li alla base se scavate troverete un sacco con delle monete d’oro, un tesoro che dei briganti avevano nascosto, frutto delle loro ruberie!” Questo disse la Luva Serviera con la sua capacità di discernere tra le ombre della notte e dell’intelletto. Mentre gli parlava i suoi occhi brillavano nel buio della notte. Con quei soldi quella famiglia costruì un ayrale che esiste ancora adesso a Favria. Di quella Lince ed il suo cucciolo dopo quella notte non si seppe mai più nulla e non si trovarono più traccia della sua presenza!
Favria, 12.10.2019 Giorgio Cortese

La vita certi giorni è come una cipolla, se ne stacca un pezzo alla volta e ogni tanto si piange per le sue emanazioni.

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