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LOCANA. Il ritorno della trota marmorata

Nella mattinata di sabato 26 agosto il Parco Nazionale del Gran Paradiso ha inaugurato ufficialmente, nel Vallone di Piantonetto, l’incubatoio ittico realizzato nel corso degli ultimi anni e destinato alla riproduzione ed all’allevamento della Trota marmorata.

Cos’ha di particolare questo pesce? Si tratta di una specie autoctona, che era scomparsa dalle nostre acque e che ora comincia con  successo a reinsediarvisi grazie al progetto “Life-BioAquae”. L’operazione è complessa, deve essere guidata e seguita passo passo dagli esperti e richiede l’allevamento in vasca con successiva immissione nei torrenti. Per questo è stato realizzato un incubatoio, ospitato al pianterreno di un fabbricato di proprietà del Parco in frazione Ghiglieri (il Comune è quello di Locana). Nel prato adiacente all’edificio, sotto un sole caldo e gradevole, le autorità presenti (fra cui il presidente dell’Ente Parco Italo Cerise, il sindaco di Locana Giovanni Bruno Mattiet, il sindaco di Ribordone e presidente dell’Unione Montana “Gran Paradiso” Guido Bellardo Gioli) hanno portato il loro saluto. Il Responsabile del Servizio Veterinario Bruno Bassano ha spiegato le finalità del progetto; Rocco Iacobuzzi, il ricercatore che lo porta avanti, è entrato nel dettaglio, conducendo poi i presenti  a visitare l’incubatoio.

Come spesso accade per i progetti scientifici, si potrebbe pensare che questa reintroduzione sia un fatto che interessa solo il mondo ristretto degli esperti, senza ricadute sulle comunità locali. Non è così e lo hanno sottolineato con  forza sia Bassano che Iacobuzzi. Ha detto quest’ultimo: “Bisogna far capire agli abitanti di queste vallate e soprattutto ai bambini quanto grande sia la loro fortuna nel vivere in un simile ambiente: la Natura è la loro ricchezza”. Anche la collaborazione con i pescatori  e le loro associazioni è fondamentale: del resto – ha affermato Belardo Gioli  – “la pesca rappresenta una grande risorsa per la nostra economia”.

La trota

Il progetto “Life Bioaquae” , avviato nel 2012, ha lo scopo di salvaguardare gli ecosistemi acquatici d’alta quota. Nel caso della Trota marmorata, la reintroduzione è stata necessariamente preceduta dall’eradicazione della Trota Fario e del Salmerino di fontana, specie estranee all’ambiente alpino, introdotte decenni addietro perché ambite dai pescatori e poi divenute dominanti. Il secondo, soprattutto, di origine nordamericana, si era ben ambientato nelle fredde acque dei laghi del Parco ed, essendo un vorace carnivoro, ne aveva sconvolto gli equilibri. Il dato che colpisce e che fa riflettere è che la responsabilità di quell’introduzione sbagliata fu… dell’Ente Parco! Lo ha spiegato Bruno Bassano: “Negli Anni Sessanta il Parco pensò di incrementare le sue scarse risorse puntando sugli introiti derivanti dai Diritti di Pesca. Era l’epoca in cui, con le stesso obiettivo, si permetteva l’abbattimento di camosci  e stambecchi”.

Per ripristinare le condizioni precedenti e  tutelare la biodiversità dei torrenti alpini, il primo passo è stato eliminare la competizione sleale per dare la possibilità ai vecchi abitatori di quelle acque di riprendere il proprio posto. La cattura dei Salmerini e delle Fario avviene attraverso il sistema classico delle reti ma anche tramite un generatore di campo elettrico: il campo elettrico viene scaricato nell’acqua, stordisce i pesci e li porta  a galla consentendone la cattura.

I risultati sono già tangibili: è ricomparsa la Rana temporaria, che era completamente scomparsa.

“Gli esemplari di Trota marmorata utilizzati per la reintroduzione – ha detto Bassanonon provengono dal territorio, dove non ce n’erano più, ma dalla Bassa Valle Orco. Abbiamo convinto i pescatori a catturarli ed a consegnarceli ed abbiamo constatato che il grado di purezza della specie è molto più elevato rispetto agli esemplari che fornisce la Città Metropolitana  (ibridati con la Fario in una percentuale che va dal 20 al 40%). Abbiamo anche scoperto che la Marmorata era presente in alcuni laghi di alta quota dove non poteva essere arrivata da sola a causa dei salti troppo alti: venne immessa nei primi anni del Dopoguerra, probabilmente da un  guardaparco, e si è ben ambientata. Nel Vallone del Roc abbiamo riscontrato una purezza generica del 100%”.

L’incubatoio

Reintrodurre una specie scomparsa non significa semplicemente prelevare un certo numero di esemplari là dove abbondano  e trasportarli nel nuovo ambiente: sarebbe troppo semplice. Il lavoro da compiere è molto più lungo e delicato e prevede la fecondazione delle uova e la crescita degli avannotti in condizioni protette per ridurne la mortalità. L’incubatoio serve a questo. Rocco Iacobuzzi, che si occupa da anni della Trota marmorata, anche trascurando i suoi compiti di ricercatore presso l’Università di Milano (“Quello che faccio qui è più importante”), ha spiegato le modalità di riproduzione della specie: “Le femmine raggiungono la maturità sessuale intorno ai 3-4 anni; i maschi fra i 2 ed i 3 ma, in condizioni di forte competizione ambientale, i tempi si accelerano. La deposizione delle uova avviene in novembre su un fondo ghiaioso e, dopo essere state fecondate, vengono ricoperte di ghiaia. La schiusa, con temperature di 6,5 °, si verifica dopo 65 giorni”.  Con la fecondazione artificiale, i pesci vengono catturati tramite elettro-stordimento e, dopo la spremitura delle uova e dello sperma, vengono rimessi in libertà al più presto. La crescita degli avannotti viene seguita con attenzione: misurazione continua dell’acqua per controllarne temperatura ed ossigenazione; cure giornaliere ed asportazione dei soggetti morti. Nonostante tutte le precauzioni, allorché avviene l’immissione nelle acque libere il grado di mortalità è impressionante: “Nel primo anno – ha spiegato Iacobuzzi – ne perdiamo il 90%. Del 10% rimasto, un altro 90% muore nel corso del secondo anno”. Ciononostante i risultati sono più che soddisfacenti. “Queste acque sono ottime: rientrano nella classe migliore. Anche se ogni tanto riscontriamo degli sversamenti provenienti  dagli allevamenti, non succede nulla”.

Appassionato del suo lavoro, ha concluso le spiegazioni con alcune considerazioni filosofiche: “I pesci hanno qualcosa di trascendentale. Camosci e stambecchi li conosciamo bene, li vediamo nel loro

habitat. Di quanto avviene sott’acqua invece non sappiamo nulla eppure lì vi è una vita incredibile, che nemmeno immaginiamo. I pesci sono sinonimo di abbondanza ma anche di purezza”.

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Blogger: Caterina Ceresa

Caterina Ceresa
Autore e collaboratore de La Voce del Canavese nell'alto Canavese

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