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Aigues-Mortes

L’impiccato del London Bridge e le mura di Aigues Mortes

Una riflessione nel Giorno della Memoria

Venerdì 24 gennaio, al Teatro Bertagnolio di Chiaverano, abbiamo assistito al concerto dei Foce Carmosina, Fabrizio Zanotti e Lino Ricco, che ha aperto le cerimonie del Giorno della Memoria, assai numerose anche nel nostro territorio. Ascoltarli è stato rinnovare un’esperienza emozionale intensa. Oh, se sono bravi Fabrizio e Lino! La struttura dello spettacolo la spiegano gli stessi Autori: “Un’opera multimediale, emozionante e coraggiosa, tratta dall’omonimo film, mantenendone intatti la sceneggiatura e i dialoghi che meglio incarnano lo spirito di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”. Le drammatiche sequenze del processo-farsa ai due anarchici, e della loro morte scontata, nel clima razzistico dell’America primi Novecento, si alternano alle immagini d’archivio del Movimento Operaio e dell’Istituto Luce.

Le canzoni, alcune proprie, altre di De Andrè, Guccini, Lolli, Bruce Springsteen, Simon&Garfunkel, Stormy Six, ci riportano agli anni della nostra maturazione, della “protesta”, fornendoci gli spunti per una “profonda riflessione su temi attuali e vicini a tutti, quali la violenza e la pena di morte, la censura e la speranza, la xenofobia e la ricerca di una vita libera, dignitosa”.

Proprio da tali pensieri, che inevitabilmente scaturiscono, vogliamo partire, per collegare fra loro alcune idee forse anch’esse “anarchiche”, ma necessarie.

Dunque, il Giorno della Memoria, che ricorda la liberazione di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, nel 1945… L’orrore, che peraltro già si conosceva, balzò immediato agli occhi e alle coscienze. Nessuno poteva più dire: “non sapevo”.

Ma l’istituzione da parte delle Nazioni Unite, quindici anni fa, di questa data, rischia di far sbiadire, col tempo, la reale essenza dell’universo concentrazionario, trasformandolo in un simbolo che richiede, per essere mantenuto, le cerimonie dei Capi di Stato, le dichiarazioni spesso vuote e le gite scolastiche (e purtroppo vedemmo, a Birkenau, un’intera classe di studenti con magliette e kipà ebraiche, ridere e divertirsi fra le baracche ed il filo spinato, segno dell’usura della Memoria).

Va innanzitutto detto che nei lager finirono Ebrei (in un numero impressionante), ma anche Zingari, Testimoni di Geova, preti di ogni religione, oppositori politici, omosessuali, portatori di handicap, popolazioni slave… Ce lo ha ricordato benissimo la rappresentante di Emergency che, assieme all’Anpi, ha patrocinato l’evento. A tutte le vittime, nessuna esclusa, va il nostro pensiero.

Sarebbe anche scontato, ma necessario, affermare che tali date simboliche, come la Giornata mondiale per la Pace e tutte le altre che ci richiamano ai doveri inderogabili della convivenza civile, non devono esaurirsi alla mezzanotte di quel giorno, bensì restare nella nostra consapevolezza e nel nostro agire OGNI GIORNO dell’anno.

E qui sta il punto. Proviamo a tornare allo spettacolo, alle indecorose immagini di folle che, negli anni ’20 del secolo scorso inalberavano cartelli con “America for Americans”, e paragoniamole alle nostre attuali piazze, dominate dagli slogan “L’Italia agli Italiani”. Non vi corre un brivido di indignazione, una resipiscenza morale? Esattamente un secolo dopo, il razzismo, la xenofobia, l’odio appaiono inalterati. Così, quando vediamo, in una scena del film, un anarchico italiano cadere dalle finestre della polizia americana, non possiamo non riandare ad una analoga sequenza di qualche decennio fa, a Milano.

La Shoah fu definita una tragedia indicibile, inconoscibile, tanto esula dalla capacità di capirla, interpretarla, narrarla. Non fu però un modello irripetibile; pensarlo significa illudere sé stessi e consentire che essa ritorni. Il concetto di eugenetica nasce già nell’Ottocento, facendo proprie le idee del darwinismo, come selezione degli esseri umani. Se ne parla dapprima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti, dove venne persino applicata su basi scientifiche la sterilizzazione obbligatoria. La teoria era in voga tra gli scienziati europei negli anni Venti (la politica di infanticidio selettiva praticata da Sparta venne approvata in Austria come “trattamento eugenico ante-litteram degli infanti deformi”. Hitler e le leggi razziali sarebbero venute solo dopo.

Lo stesso capo del nazismo si sentì incoraggiato a mettere in atto la brutale persecuzione degli Ebrei, la lotta per la purezza del sangue, l’ideologia della guerra e della morte, la distruzione sistematica delle supposte “razze inferiori” dopo che il genocidio degli Armeni, attuato con brutale ferocia dai Turchi, venne accolto con tiepida indifferenza dall’intera Europa. La marcia verso il nulla, verso la morte, nelle steppe, di milioni di Armeni non sarà mai abbastanza raccontata: i piedi dei bambini costretti a camminare inchiodati ai ferri di cavallo, e le donne stuprate e crocifisse dovrebbero essere patrimonio di conoscenza storica, e invece sono relegate a capitoli marginali della nostra storia recente.

Poi, appunto, vennero gli Ebrei, cui seguirono Zingari, Preti, Omosessuali, Comunisti, in un macabro elenco. I lager, così come li ricordiamo in queste giornate, furono il frutto della tecnologia, che rese possibili quei numeri incredibili di morti: le ferrovie, la chimica, l’industria (che faceva a gara per gli appalti dei forni crematori). Dice Bauman che fu “la cecità della burocrazia moderna a rendere possibile lo sterminio”.

Che, non dimentichiamolo, continua con diversi numeri e luoghi. L’elenco è infinito: si soffre e muore nei lager libici, a pochi chilometri da noi, nei campi profughi delle isole greche, fra le macerie del Medio Oriente trasformato in un inferno di distruzione, nelle foreste amazzoniche bruciate dalla sete di guadagno, col nuovo genocidio dei Rohingya in Myanmar, nell’inestricabile nodo palestinese…

La Shoah fu, sì, un fenomeno irripetibile nei termini con i quali è solitamente definita, ma guai a credere che esso non possa ritornare sotto altre forme. L’odio e l’egoismo umani restano inalterati.

E’ necessario, anche, uscire dalla prigione delle parole che racchiudono un solo significato. Genocidio, di una “razza”, di un popolo.

Proviamo a ruotare il binocolo col quale osserviamo la Storia. Se sostituiamo il termine “razza” con “ceto, classe sociale”, osserveremo che il liberismo, l’industria, la finanza, non sono aliene dall’oppressione sui più poveri e indifesi. Ne fanno, anzi, uno dei capisaldi della proprie “mission”. Sfruttare sempre, ovunque, sino ai limiti massimi, sino alla distruzione del pianeta. Il genocidio della Terra come ultimo atto suicida.

Lotta per l’ambiente o la ormai desueta lotta “di classe”? Chi ricorda il massacro di Ludlow del 1914, in Colorado, dove le guardie private della miniera, spalleggiate dalla guardia nazionale repressero gli scioperi? O la strage razzista di Aigues Mortes che, nata da una fake news, portò i lavoratori francesi all’omicidio di tanti italiani nel 1893? O le morti sul lavoro che ancor oggi avvengono purtroppo con regolarità? E se anche un solo uomo, come ci ricordano Fabrizio e Lino in Geordie, viene impiccato “con una corda d’oro” per aver rubato cervi nel parco del re”, non cambia il giudizio, perché ogni uomo è un’intera umanità.

La Memoria va esercitata ogni giorno, soprattutto ora che sono stati “sdoganati” il fascismo, le dittature, il razzismo, la xenofobia, l’odio, il colonialismo di ultima generazione.

Anche l’antisemitismo è tornato in primo piano. E’ oggi, anche sui social, il primo obiettivo degli “haters”, seguito a ruota dall’altra categoria onnipresente di vittime: le donne. “Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni”; questa la frase choc rivolta ad un ragazzino ebreo aggredito dai compagni di classe. Avviene a Ferrara, e tale clima di odio non nasce dal nulla…

Ideologie feroci ed ottuse fanno emergere il peggio dell’uomo. Esse negano la Shoah come la forbice della povertà estrema, la questione Migranti (che sarebbero solo ricchi turisti che vengono a rubarci il lavoro) e la distruzione dell’ambiente, rifiutandosi alla consapevolezza che siamo TUTTI (anche loro) oltre il baratro. Una stupidità assoluta.

Grazie quindi a Fabrizio e Lino, che col loro spettacolo ci hanno dato modi e spunti di riflessione.

Al termine, il sottoscritto ha concluso il suo breve intervento a nome dell’Anpi ricordando le parole di Calamandrei: “Su queste strade se vorrai tornare/ai nostri posti ci ritroverai/morti e vivi collo stesso impegno…” In un luogo culla di Partigiani non potevamo non richiamarci alla Resistenza, ed al monito che ci lasciò Primo Levi nella seconda parte di “Se questo è un uomo”: “Meditate che questo è stato:/vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/stando in casa andando per via,/coricandovi, alzandovi./Ripetetele ai vostri figli./O vi si sfaccia la casa,/la malattia vi impedisca,/i vostri nati torcano il viso da voi.

Ricordare, come imperativo morale di tutti noi, giorno dopo giorno, ed agire di conseguenza.

Mario Beiletti

P.S.: Mondovì, la scritta in tedesco “Qui ebrei” sulla porta dell’ex Deportata. Uno sfregio alla staffetta partigiana Lidia Rolfi che ha suscitato l’unanime condanna. La cultura dell’odio cresce. L’Anpi, nello stigmatizzare questo ennesimo episodio, aderisce senz’altro ad ogni iniziativa che verrà presa in queste ore a sostegno di Lidia.

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Oh bella ciao

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