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LEVONE – Mostra personale a tema con opere di Carlo Zoli

Levone – Villa Bertot Mostra d’arte contemporanea in ceramica. Le Streghe di Levone  

E’ della vicenda delle streghe di Levone che ha voluto occuparsi Carlo Zoli, interpretando con la sua straordinaria perizia una storia fatta di credenze popolari e di inquietudine. Ha riportato con la ceramica l’immagine dei crimini commessi realmente o solo partoriti dalla fantasia di irragionevoli giudici della Chiesa e dei tribunali, che portavano ad una sorta di esaltazione e dilatazione dei processi che a loro volta coinvolgevano interi paesi. La mostra “Le Streghe di Levone” è un viaggio fantastico tra creature inquietanti, ombre latenti, simboli di quella misteriosa ritualità che nei tempi antichi collegava l’uomo al mistero e che ancora oggi popolano il territorio levonese. Al tempo stesso la presenza della ceramica a Levone ripropone la tradizione dei ciaplin, ovvero di quegli oggetti venduti da un ambulante che erano utilizzati in cucina, come stoviglieria, pentolame, oggettistica di tuilità e venivano prodotti con la terra rossa di Castellamonte.

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Carlo Zoli Le Streghe di Levone (Villa Bertot – Levone)

Il termine “masca” è un termine dialettale piemontese che indica la “strega”, molto diffuso nelle Langhe e nel Canavese. La “masca”, secondo le credenze popolari, è in possesso di facoltà naturali ed opera incatesimi, toglie o indirizza fatture, utilizza medicamenti strani ed eredita la conoscenza dei poteri per via matrilineare dalla madre o dalla nonna. Oltre ai poteri ereditati per via orale, la strega eredita anche il “Libro del Comando”, dove con inchiostri di vari colori sono riportati formule e incantesimi. Nell’immaginario collettivo piemontese, le “masche” hanno un volto sgradevole, la pelle ruvida e scura, la fronte bassa e scavata da diverse rughe. Insomma, la vera immagine della strega cattiva delle fiabe di quando eravamo piccoli. Le streghe purtroppo non sono appartenute solo alla fantasia ed anche il Piemonte possiede la sua triste realtà legata ai processi per stregoneria. La donna accusata di stregoneria veniva sommariamente processata. In ossequio al precetto divino del perdono, l’inquisitore si tratteneva dal portare mano nel supplizio, ma ciò non era altro che un malizioso artificio. La condanna viene ufficialmente proclamata dal podestà. Un documento del 1474 rinvenuto tra le carte dei conti Valperga di Rivara, ci informa che il 23 settembre 1472, a Forno di Rivara vennero bruciate tre donne del luogo, si sa soltanto che si trattava di tre sorelle. Un altro documento sempre del 1474, riporta invece ben 55 capi d’accusa rivolti a quattro donne di Levone: Antonia De Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya, la quale tuttavia riuscì a fuggire ed a evitare il rogo. Il processo di cui parleremo portò al rogo due donne condannate per stregoneria e arse in una zona chiamata Pra Quazoglio, tra Levone e Barbania. Il drammatico avvenimento si verificò il 7 novembre 1474, forse davanti a una piccola folla di gente del posto. In quel rogo morirono Antonia De Alberto e Francesca Viglone. Insieme a loro, erano state accusate di stregoneria Bonaveria Viglone, forse parente di Francesca e Margarota Braja. Bonaveria nel 1475 risultava ancora carcerata, mentre Margarota era fuggita dalle carceri del castello di Rivara. I capi d’accusa raccolti contro le streghe di Levone ammontano a 55 e andavano dai perversi rapporti sessuali con il diavolo all’ammascamento di uomini e animali, dal volo verso il sabba alle pratiche magiche più disparate. Ogni accusa si chiudeva con la formula: “E ciò esser vero, notorio e manifesto, come lo dimostrano la forma e la voce pubblica”. All’inizio dell’elenco di colpe, troviamo l’iniziazione al culto demoniaco, che si effettuava calpestando una croce tracciata per terra e rinnegando il battesimo. Passiamo ora alle accuse; le streghe avrebbero prestato fedeltà ai loro demoni infernali, che avrebbero avuto come maestri ed amanti. In segno di fedeltà e omaggio, le streghe offrivano ogni anno ai diavoli l’una un pollo, l’altra un pollo nero, la terza un gallo o una gallina neri. Il rapporto tra le streghe e i demoni era descritto dalle prime come simile a quello con gli esseri umani, con l’unica differenza che i demoni al tatto davano un senso di freddo. Tra le accuse principali rivolte alle streghe vi era quella di aver partecipato al sabba. Nel luogo del sabba, si ballava, al suono ed ai canti dei diavoli; si svolgeva anche una sorta di parodia della messa, in cui i demoni predicavano il peccato; in occasione di questi incontri, gli adepti rubavano cibo e bevande nelle case private; erano anche rubati dei manzi, necessari a fornire grandi quantità di cibo per il gruppo. Il sabba dunque era una sorta di culto pagano, un’orgia, una totale trasgressione. Un’altra delle accuse che veniva spesso rivolta alle streghe era quella di compiere malefici utilizzando erbe, unguenti, polveri ecc. Si legge negli atti del processo di Levone: “[…] d’essere andate le predette inquisite con i loro complici nottetempo, più e più volte, al cimitero di San Giacomo di Levone e d’avervi disseppellito fanciulli e prese piccole ossa e midolli, con cui fabbricavano unguento e polveri velenose, per uccidere ed avvelenare persone ed animali, mescolando colle dette polveri dei rospi ed altre materie velenose …“ E’ vero che di solito le donne accusate di stregoneria conoscevano le virtù delle erbe, che sapevano raccogliere nei periodi più adatti, per sfruttarne le potenzialità. Molte accuse alle streghe riguardavano il cosiddetto “stregamento” di uomini ed animali, per il puro gusto di provocare dolore, sofferenza e morte: “[…] d’avere la predetta Antonia, istigatada spirito diabolico, stretta colle mani sul petto, stregata ed ammaliata una bambina di tre mesi, che il di lei figlio Giovanni aveva avuta da sua moglie Beatrice, così fattamente che la bimba visse solo quattro o cinque giorni, quindi morì …” “[…] d’aver ugualmente stregato ed ammaliato un bue di Tommaso Fiorio di Levone, cosicché dopo un certo tempo ne seguì la morte …” A Levone la storia delle streghe non è certo finita con l’Inquisizione. Una, vissuta nel XIX secolo, conosciuta con il nome di “Cestlìna” e di cui esistono flebili tracce, tra cui un toponimo riportato nelle mappe catastali, “Vigne della Cestlìna”, che pare corrispondesse ad uno dei luoghi prescelti per la raccolta di altre “masche”. C’è in paese chi giura di aver conosciuto, in tempi recentissimi, alcune donne discendenti dirette di quelle streghe portate sul rogo. Tra cui una, conosciuta con il soprannome di “Ghitì-n d’la Vùna”.Di questa si riportano strane cantilene che non possono che rifarsi ai rituali perversi d’altri tempi: “Ah, mèrdansòn, mèrdansòn”. Ancora ai giorni nostri di notte si possano sentire urla tra i boschi e vedere ombre di magici rituali. Le presunte streghe si recherebbero di notte, in compagnia di demoni e di una moltitudine di stregoni, in alcuni luoghi destinati al sabba: al Pian del Roc, sul monte Soglio, al luogo detto al Porcher, nel prato Aviglio e in altri luoghi. E’ di questa vicenda che ha voluto occuparsi Carlo Zoli, interpretando con la sua straordinaria perizia una storia fatta di credenze popolari e di inquietudine. Ha riportato con la ceramica l’immagine dei crimini commessi realmente o solo partoriti dalla fantasia di irragionevoli giudici della Chiesa e dei tribunali, che portavano ad una sorta di esaltazione e dilatazione dei processi che a loro volta coinvolgevano interi paesi. La mostra “Le Streghe di Levone” è un viaggio fantastico tra creature inquietanti, ombre latenti, simboli di quella misteriosa ritualità che nei tempi antichi collegava l’uomo al mistero e che ancora oggi popolano il territorio levonese. Figure femminili dalla silhouette delicata, si stagliano entro uno spazio bidimensionale, distruggendo l’illusione e rivelando la verità icastica della forma che vive di vita propria. Un senso di umana sacralità percorre però le opere di Carlo Zoli, da sempre interessato ad indagare i territori profondi e misteriosi del primitivo e dell’arcaico. Con le sue opere, Zoli vuole dimostrare, a torto o a ragione, che la storia popolare delle streghe è ancora tra noi. Carlo Zoli scolpisce i corpi delle streghe con quella serena plasticità come di chi ha contiguità con la creatività della natura. Come sempre l’artista non si è fermato a un’osservazione superficiale, ma ha espresso un concetto ben più complesso di identità interiore resa manifesta da specifici connotati esteriori. Zoli, però, non cede a facili interpretazioni e arricchisce l’opera di nuovi interrogativi: riaffiora, infatti, quello sdoppiamento tipico vissuto dai suoi personaggi, nei capelli che da neri divengono rosso porpora e nel busto che si allarga in un volume asimmetrico, rispetto al collo sottile e allungato. Emerge il ritratto di streghe forti e sicure della loro fisicità, che liberano con disinvoltura le folte chiome rosse in cascate di onde.

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