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LEINI. Soldati e assistenza alle famiglie negli anni della Grande Guerra. Il Bollettino Ufficiale di Leini

«Per fortuna – ha scritto in tono caustico e dissacrante Umberto Eco (1) – c’è stata la Seconda guerra mondiale coi suoi cinquanta milioni di morti, altrimenti la Prima avrebbe avuto il primato tra tutte le tragiche follie della Storia».

Che un gran macello umano sia stato non ci sono dubbi, se non altro per il coinvolgimento contemporaneo delle maggiori potenze del vecchio continente (gli Stati Uniti entreranno nel conflitto soltanto nella seconda metà del 1917) in una lotta fratricida mai prima combattuta che conduce a dieci milioni di morti – civili esclusi –, 650.000 dei quali italiani. A quasi novant’anni dal suo epilogo, e mentre gli ultimi «Ragazzi del ‘99» da qualche tempo se ne sono andati con i loro trascorsi di assalti e di trincee, è proprio la Grande Guerra che continua ad alimentare la memoria collettiva non solo attraverso documenti, memoriali e ricerche storiografiche, ma con l’interesse anche di campi che a prima vista ne parrebbero esclusi, come la psicologia, la sociologia, l’antropologia e la linguistica. «Nell’offrirsi come naturale laboratorio, fra l’altro, per la storia della memoria e la geologia dell’immaginario, la Prima guerra mondiale ha riscoperto per forza di cose i suoi stretti rapporti con il territorio in cui a suo tempo si combatté» (2) rileva Mario Isnenghi in uno dei suoi libri dedicati all’interpretazione politica e culturale della Guerra del ’15.

Fra le carte che il culto per la memoria raccoglie, conserva e cataloga, consapevole del valore documentario che esse racchiudono per il patrimonio (minimo o rilevante poco importa) storico di una comunità, ci s’imbatte talvolta in fonti che sarebbe sbagliato mantenere nel chiuso di un armadio. Una di queste documentazioni, e tutt’altro che secondaria, è costituita dalla raccolta di un periodico che viene pubblicato a Leinì durante la Prima guerra mondiale per l’appunto, e del quale sono conservati, forse non tutti, ma comunque la quasi totalità degli esemplari stampati, ora custoditi nell’archivio privato del leinicese Battistino Depaoli.

Compresi nel periodo luglio 1915-marzo 1918 ed usciti a cadenza mensile (bimestrale dalla primavera ‘17), sono 23 i numeri presenti nella collezione, ognuno dei quali composto di quattro o sei pagine formato tabloid. Il titolo esplicativo ricalca la moda abbastanza usuale in quell’epoca: «Bollettino Ufficiale del Comitato Leynicese per i Provvedimenti Economici a favore delle Famiglie dei Richiamati durante la Guerra»; la testata è preceduta dallo stemma di Leinì – l’ortografia oggi adottata di questa località della prima cintura torinese è quella tramandata dal ventennio fascista, quando i nomi con sembianze straniere subiscono una forzata italianizzazione –, croce trifogliata all’interno dello scudo, il costo è di 10 centesimi a copia e l’abbonamento, molto caldeggiato dal Comitato, di 1 lira a semestre.

Abbandonarsi alla lettura, anche soltanto trasversale, lasciandosi attirare di solito da una serie di nomi o curiosità che appaiono sui fogli del «Bollettino», non è soltanto percorrere una serie uniforme di argomenti relativi alla guerra e alla necessità assoluta di raggiungere la «vittoria» sconfiggendo lo straniero invasore, e collegati alle richieste di soccorso materiale alle famiglie aventi i loro cari impegnati al fronte, ma anche, seppure in filigrana, di quanto succede nelle istituzioni, nella società e nell’economia di questo paese.

Nemmeno cinquanta giorni sono trascorsi dalla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria     che in data 11 luglio 1915 il «Bollettino» fa la sua apparizione con un corsivo molto esplicito: «Nessuno s’illuda di trovar su queste colonne – inizia l’editoriale – articoli di politica, critica o di qualunque altro argomento che formano la storia quotidiana d’un paese in tempi normali», e sebbene di «limitata importanza» ma volendo seguire l’indicazione del capo del governo che auspica la mobilitazione civile in appoggio all’intervento, «non volle Leynì esser da meno delle grandi metropoli» nel promuovere aiuti, e per questo la giunta comunale ha da subito istituito un Comitato. «Il “Bollettino” seguirà l’opera di questo Comitato, la illustrerà in ogni suo dettaglio, pubblicando periodicamente i verbali delle sedute, resoconti, elenchi degli oblatori, distribuzione dei sussidi unitamente ad ogni altra singola cosa, come leggi e decreti, che sia d’interesse generale». Intento del mensile sarà non soltanto la diffusione in paese, ma quello di farlo arrivare «a tutti i nostri richiamati, interessandoci specialmente di coloro che stanno al fronte perché possano, nei periodi di riposo, rendersi edotti di quanto, noi rimasti, facciamo per loro e per le loro famiglie».

Un Comitato, dunque, con il compito di raccogliere ogni sussidio che possa rendersi utile ai soldati ed alle famiglie, poi reso pubblico dalla divulgazione del periodico, che assolve così il compito sia di rendiconto di introiti e distribuzioni, sia di megafono sostenitore dell’intervento armato. A farne parte è chiamato il notabilato leinicese che, l’8 giugno, su proposta del sindaco Guglielmo Violante, ha nominato il cavalier Giacomo Miglietti presidente e, dopo votazione, ne ha eletto i componenti: il vicesindaco Lorenzo Osella, il prevosto, teologo Giorgio Gioda, i medici Filippo Vallino e Giovanni Debernardi, il notaio Paolo Luigi Varetti, il geometra (e conciliatore comunale) Luigi Ronco, il tesoriere municipale Alberto Goy, i vari presidenti delle associazioni – dall’Unione esercenti all’Associazione sportiva, dalla Società agricola operaia alla Società militare santa Barbara e all’Asilo d’infanzia – oltre ad alcuni leinicesi privi di cariche ufficiali. Il passo successivo è la nomina dei membri delle sette commissioni che si divideranno gli incarichi, e così articolate: commissione di distribuzione dei sussidi, commissione legale e di informazioni, commissione agricola, commissione finanziaria, commissione per i bimbi, commissione pietosa, commissione per la pubblicazione dell’opera del Comitato.

Dalle parole ai fatti, viene da dire, perché fin dal numero successivo, datato 8 agosto, il «Bollettino» prende subito l’impronta alla quale rimarrà fedele per l’intero ciclo di uscita, con poche e quasi insignificanti modifiche dovute soprattutto all’andamento del conflitto ed alla necessità quindi di adeguare il messaggio patriottico all’intensità del momento, ma l’ossatura del giornale si può riassumere in una serie di filoni che, schematicamente, possono essere così identificati: a) editoriali; b) necrologio dei soldati morti in combattimento; c) richiami al patriottismo; d) iniziative del comitato; e) elenco delle offerte e sussidi elargiti; f) racconti patriottici; g) lettere dei combattenti; h) consigli pratici in tempo di guerra.

A margine di queste principali direttrici talvolta compaiono brevi (se non brevissime) incursioni nella vita sociale di Leinì e, ciò che in questo contesto maggiormente interessa, lunghi elenchi di compaesani chiamati alle armi. A questo proposito, impressionante è un’ intera pagina del n. 2, anno 1915, che contiene una sequenza ininterrotta di uomini «Leynicesi chiamati dalla Patria alle armi a tutto il 15 luglio» come sta scritto nel cappello introduttivo, «e siamo orgogliosi che Leynì abbia tanto efficacemente contribuito per la redenzione delle terre ancora sotto la tirannia del nemico»; segue la lista dei richiamati, aperta con i nomi di tre emigrati tornati volontariamente dalle «lontane Americhe», seguiti da quelli degli ufficiali (tra cui il sindaco, con il grado di maggiore, e don Francesco Facta, cappellano con il grado di tenente), poi, in ordine alfabetico, dai soldati semplici: da Aimo Luigi Giuseppe, di Giovanni e Albertazzi Giovanni Luigi, di Pietro, fino a Verderone Lorenzo, fu Giuseppe, quattro colonne di giornale fitte fitte, per un totale di 361 nominativi. Considerando che la popolazione di Leinì al censimento del 1911 conta 3915 abitanti (che nella decade successiva scenderà a 3534), il conto è presto fatto: quasi il 10 per cento dell’intera cittadinanza va sotto le armi alla prima chiamata.

Di più: calcolando che nell’autunno-inverno del 1915 l’esercito italiano (comprensivo di fanti, bersaglieri e alpini) tiene impegnati al fronte circa 548.000 uomini, è facile immaginare quale sia il grado di mobilitazione ed il numero di famiglie coinvolte. Per quanto riguarda Leinì, nell’elenco dato dal «Bollettino» si contano: 10 soldati di cognome Benedetto, 14 Bianco, 19 Depaoli, 16 Facta, 12 Ferrero, 15 Garino, 15 Perino, più altri cognomi che compaiono da una volta sola a sei volte. In tempi successivi sulla pubblicazione compariranno altre elencazioni di militari richiamati – quelli compresi dalla classe 1876 alla classe 1898 oltre ai «Ragazzi del ‘99», 13 leinicesi in procinto di compiere il 18° anno di età, anche loro chiamati alle armi ed i cui nomi figurano nella lista del periodico datato febbraio 1917 – che, complessivamente, raggiungeranno la cifra di 280. Per cui, tenendo conto dei soli nominativi pubblicati nei numeri del «Bollettino» a noi pervenuti, e dunque una cifra quasi certamente incompleta, si hanno 641 uomini chiamati a combattere in tre anni e mezzo di guerra.   

Questi, invece, i grandi numeri elencati dallo storico Rochat: «In cifre tonde, 4.200.000 italiani (oltre il dieci per cento della popolazione, circa metà dei maschi tra i 18 e i 40 anni) andarono al fronte: 500.000 morirono di ferite o malattie prima della fine del conflitto, 600.000 caddero prigionieri (e 100.000 di costoro non tornarono), quasi mezzo milione riportarono invalidità permanenti più o meno gravi, 2 milioni erano al fronte nell’estate del 1918».

Ma non solo gli uomini fanno la guerra, anche le donne – mamme e mogli, madrine di guerra e crocerossine – sono impegnate. Proprio le donne di Leinì hanno risposto immediatamente all’appello lanciato dal Comitato che ha «chiamato al lavoro tante abili mani che sotto la guida paziente ed esercitata delle Reverendissime Suore di S. Anna del nostro Asilo Infantile» fanno «miracoli nella confezione di passamontagne, guanti e calze di lana» acquistata dal Comitato stesso per i soldati al fronte. Le suore ad esempio – com’è riportato nel numero di ottobre, quando il freddo è ormai alle porte – con l’aiuto della signora Caterina Caglieris producono 78 passamontagna e 121 paia di guanti (con le calze gli indumenti più lavorati), ma c’è chi invia flanelle, ginocchiere e mutande, ed altri che fanno pervenire somme in denaro; saranno 200 i pacchi mandati nelle linee dove si trovano gli uomini di Leinì, ed ogni pacco contiene un passamontagna, un paio di guanti, un sapone disinfettante ed una cartolina affrancata per ricevuta di ritorno. Alcuni pacchi, inoltre, contengono in aggiunta un secondo paio di calze e mutande ed una pelliccia di coniglio conciata.

Questo accade nel primo autunno-inverno di guerra, mentre si svolgono le terribili terza e quarta battaglie dell’Isonzo (l’undicesima, e ultima, avrà termine nel settembre ’17), secondo molti protagonisti le più dure dell’intero conflitto, con lo schieramento italiano attestato al massiccio del Monte Nero, sotto la pioggia, il fango, il freddo, fra epidemie di tifo e di colera: entrambe s’interrompono per esaurimento delle truppe e senza significativi guadagni territoriali. Le perdite italiane ammontano a 67.000 uomini nella terza battaglia, a 49.000 nella quarta; inferiori ma ugualmente catastrofiche quelle austriache, ferme a 42.000 e 25.000.

Come annunciato al suo apparire, il «Bollettino» si pone su due binari che corrono paralleli: innanzitutto aiutare materialmente e psicologicamente sia i militari al fronte che le loro famiglie, e conseguentemente alimentare la sottoscrizione attraverso l’ideologia del patriottismo con cui fare leva per motivare gli aiuti. Il filone del patriottismo a sua volta percorre tre sentieri che sovente s’intrecciano e sconfinano l’uno nell’altro, ma con risultati dal punto di vista narrativo molto efficaci. Ogni editoriale (chiamo per comodità con questo termine giornalistico l’articolo di prima pagina che compare ad ogni uscita del foglio) diventa esaltazione del patriottismo, incitamento alla lotta, demolizione del nemico teutonico, che ognuno – da casa o da soldato al fronte, tutti si è in guerra – ha il dovere di compiere, senza dar credito alle voci che sempre soffiano per alimentare disfattismo.

L’ampollosità della prosa talvolta si fa dialogante, tessendo efficaci siparietti che spezzano la monotonia dell’articolo. Riferendosi ai compaesani che ancora non hanno contribuito con offerte all’appello, ad esempio, nell’ottobre 1915 il «Bollettino» scrive che parecchie persone:

o non sentono, o non vogliono sentire, la campana del risveglio. Ma possibile! Che ci vuole per costoro onde poterli scuotere dalla loro sonnolenza ed apatia? Non sentono dessi quale dolce brezza di novello patriottismo spira per tutta Italia? Non provano dessi nel loro cuore rimorso alcuno e vergogna del loro egoismo?

– Noi, risponde qualcuno, non abbiamo voluto la guerra, provveda chi la volle.

– Ma chi, chi la vuole la guerra? È una necessità, la dobbiamo subire, e per questo tutti dobbiamo essere uniti in un pensiero solo di fraterna carità.

Sulla medesima pagina, in un diverso articolo c’è un altro affondo. Sotto il titolo È vero, l’articolista ammonisce e ammaestra: 

Che, se i carabinieri sentono qualcuno a parlare della guerra lo mettono subito in prigione? Non è vero: ciascuno può parlare della guerra a suo piacimento. Se in questi giorni non si parla di guerra di che si dovrà parlare? Solamente non bisogna dire cose non vere, né esagerare le vere in senso cattivo. […] La guerra non mancherà a suo tempo di portare immensi vantaggi alla Nazione ed alla Religione. Tra gli altri vantaggi vi sarà: maggior rispetto dell’Italia da parte delle altre grandi Nazioni, l’eliminazione definitiva del pericolo continuo che l’Austria potesse una brutta volta invadere l’Italia o per terra o per mare, senza contare un commercio più florido, una più florida industria, maggiore ricchezza nazionale, un rinnovamento di vita spirituale ecc.

Quasi un anno dopo – nell’inverno è stata chiamata alle armi la classe 1896 e richiamate le classi più anziane, fino ai quarantenni del 1876, a marzo la quinta battaglia dell’Isonzo ha provocato l’offensiva austriaca di maggio, la Strafexpedition (Spedizione punitiva), arginata ad un costo altissimo (147.700 perdite italiane e 82.000 austriache, più gli ammalati), poi la sesta battaglia dell’Isonzo permetterà la conquista di Gorizia, «il primo autentico successo della guerra italiana» come rimarca Rochat –, nell’agosto 1916, il «Bollettino» esordisce in tono trionfale:

Ai Leynicesi tutti! Come vedete, buone nuove per noi dappertutto: i Russi mettono in fuga e sbaragliano gli austro-tedeschi senza posa; francesi, inglesi e belgi ricacciano indietro continuamente i tedeschi; l’Italia, in virtù del valore dei comandanti e dell’eroismo dei combattenti, rifulge più che mai gloriosa sui campi di Gorizia e del Trentino, facendo sentire agli austriaci tutto il peso della sua potenza militare.

Il vento della propaganda che soffia dall’alto contagia necessariamente il basso e, pur di raggiungere lo scopo, semplicemente sorvola un aspetto delicato che va il più possibile taciuto: quello che gli Stati europei in guerra fra loro sono cristiani, che la croce, emblema di civiltà e redenzione, viene sbandierata un po’ da tutti i contendenti. Come precisa Isnenghi, quattro potenze contemplano l’alleanza fra trono e altare: «sono Chiese di Stato l’anglicana in Gran Bretagna, la luterana in Germania, l’ortodossa in Russia, la cattolica in Austria-Ungheria. La separazione tra Chiesa e Stato vige soltanto in due paesi fortemente cattolici come la Francia e l’Italia, i cui eserciti reintroducono i cappellani soltanto per la guerra». Non appare strano dunque che, commemorando i caduti leinicesi, l’editoriale del mese di ottobre 1916 commenti:

Era questo il loro destino: così stava scritto lassù! Iddio volle che la nostra balda gioventù fosse lo strumento della redenzione di tanti poveri Italiani torturati dall’Austria, volle che fosse la difesa, il baluardo dell’Italia contro i barbari invasori, come al tempo delle Crociate inspirò ai cavalieri di Cristo di marciare in guerra contro il feroce Turco che voleva sterminare le nazioni cristiane.   

E accanto ai racconti di fantasia – formalmente strutturati in forma di dialogo, in cui si rincorrono i richiami ai Savoia, ai «figli di Roma», ad episodi di un glorioso passato –, alla biografia di Andrea Provana – «Signore di Leynì» vissuto nel XVI secolo, che guerreggia per l’intera esistenza, come suol dirsi –, ed a bozzetti di vita quotidiana, ecco un esempio vivente di eroismo da proporre ai lettori: «Vegeto e robusto vive tuttora, stimato e ammirato, nella nostra Leynì, nella rispettabile età di 84 anni» Carlo Gremo, combattente nel 1859 della seconda guerra d’Indipendenza con il grado di caporale, al quale il piombo austriaco ha portato via una gamba nella battaglia di San Martino. E dopo aver abbondantemente descritto l’episodio del ferimento il «Bollettino» prosegue specificando che il caporale Gremo, ricevuta nel lettuccio dell’ospedale la medaglia d’argento al valore, in segno di ringraziamento esclama: «È vero, ho perduto una gamba, ma abbiamo vinto gli austriaci». «Orgogliosa può essere Leynì – conclude l’articolo – di questi suoi figli! E come allora, oggi: il soldato d’Italia non si smentisce mai».

Sempre in prima pagina, dunque con il massimo risalto, ad iniziare dall’agosto 1915 compaiono i necrologi che danno conto dei soldati morti, sovente corredati dalle fotografie-ritratto (per molti di essi rimarrà l’unica immagine della loro esistenza in mano ai famigliari) realizzate da fotografi professionisti, che si possono ancora oggi vedere sulle lapidi dei cimiteri.

Quasi superfluo sembra a questo punto registrare la retorica e la ridondanza della prosa, tipica sia del momento storico – si è nella fase di più acuto nazionalismo, il nemico viene dipinto a tinte cruente grazie all’appoggio delle Chiese (quantunque papa Benedetto XV il 1° agosto 1917 deplori «l’inutile strage») e degli Stati, aiutati in questo da un’ampia gamma di intellettuali – sia di ogni periodo bellico. Come s’è già visto per gli editoriali, non potrà stupire che i commenti per i soldati caduti mantengano il medesimo stile: così è per tutti i poveri giovani, giovanissimi e per quelli che tanto giovani più non sono, che lasciano la vita nelle pianure e sulle montagne venete, trentine e friulane. Per ogni nome di caduto il periodico riporta l’anno di nascita, il corpo di appartenenza, il luogo di morte e la causa che l’ha determinata, segnalandone il «sacrificio donato alla Patria». Dal più giovane – il diciottenne Mesere Paolo, fante, classe 1900 – ai più anziani – Bolonotto Giuseppe, geniere, e Crosetto Giovanni Battista, fante, entrambi della classe 1879, morti rispettivamente a 37 e 38 anni –, sono 71 (3) i soldati di Leinì che non ritorneranno.

Che il «Bollettino» non sia soltanto un foglio di pura propaganda e un collettore di oboli da distribuire alle famiglie dei richiamati in guerra è reso evidente a mano a mano che il conflitto si prolunga nel tempo ed assorbe risorse economiche sempre più consistenti. Una spia di tutto ciò si avverte fin dal mese di aprile 1916 per una notarella di fondo pagina che lamenta quanto la gente ora dica che «si stava troppo bene prima della guerra», e «tutto fa pensare che andando innanzi, si starà peggio ancora», perciò «che fare?» domanda il giornale, poi consiglia:

economia su tutta la linea […]. Si deve risparmiare nei viaggi, nei vestiti; riguardo al vitto, il necessario, e nulla più. […] Poi previdenza: nell’imminente primavera si semini molto e di tutto. Sarà bene seminare patate, fagiuoli, ortaggi, e meliga ovunque. Poi, le donne diano grande importanza al pollaio e alla conigliera: molte galline, molti pulcini e molti conigli.

E le donne in «una cosa non devono far troppa economia: nella cura agli uomini, che son restati a casa: essi, per lo più hanno già i capelli bianchi, devono assoggettarsi a fatiche, che, negli anni passati, lasciavano ai più giovani, quindi abbisognano di nutrimento speciale, proporzionato all’età e alle fatiche».

Il tasto del risparmio è ribattuto nella primavera dell’anno seguente, quando la penuria di materie prime, l’industria in gran parte votata alla produzione bellica, l’agricoltura spossessata di manodopera, l’aumento vertiginoso del carovita, rendono sempre più grama l’esistenza. Il «Bollettino» riprende la parola d’ordine del governo ed esorta: «Risparmiate. E noi lo ripetiamo da queste colonne nella certezza di far cosa ottima. […] Ora, dopo le difficoltà create ai trasporti sul mare dalla guerra subacquea, i generi alimentari e necessari diminuiranno a tal segno, che se non si vuol arrivare alla fame, una vera e generale economia in tutti e da tutti si impone». Considera solo qualche dato: «Gli olii da lire 140 son saliti a lire 400 il quintale, il burro da 3 a 6 lire il chilo, così il lardo; e questi rialzi non si fermeranno qui. Dove andremo se non si pensa ad economizzare il più che sia possibile?».

Propone quindi ai lettori alcune raccomandazioni, o piuttosto ingiunzioni, visto il tono:  Economia nel mangiare: non più pranzi, non più partite, non più albergo. Economia nei vestiti: portiamo i vecchi finché saranno decenti; niente lusso, niente ambizione. […] Consumare qualsiasi prodotto del suolo o dell’industria in quantità, anche minima, maggiore di quella che sia necessaria alla vita, è far opera delittuosa contro la patria specie se si tratti di prodotti che in tutto od in parte debbono acquistarsi all’estero.

E riprende nuovamente l’invocazione alle donne, più che mai salvatrici dell’economia non soltanto domestica: «Esse devono comprendere che anche nel vestire bisogna rispettare la severità e la gravità dell’ora presente. La Patria non si serve soltanto negli Ospedali, nei campi, nelle officine; si serve compiendo il proprio dovere in ogni manifestazione dell’attività femminile».

Il 22 agosto 1917 a Torino scoppia la rivolta operaia: il capoluogo piemontese è una città che conta 500.000 abitanti, 100.000 lavorano nelle fabbriche, manca il pane e nella piazza in tumulto, domati dalla forza pubblica che spara e provoca diverse decine di morti, si grida «pane!» ma si sottintende «pace!», dice Isnenghi. 

Il forte aumento del prezzo del fabbisogno alimentare e del combustibile è denunciato nell’articolo di fondo del numero di luglio-agosto 1917, che riferisce della preoccupazione che ha la direzione dell’Asilo infantile Vittorio Ferrero di dover lasciare o al gelo o a casa i bambini nel prossimo inverno, ma subito lancia una proposta: «ogni famiglia che dovrà mandare alla scuola un suo bambino, procuri di mandare all’Asilo uno, due o tre fasci di legna, cioè tanti in proporzione dei propri mezzi». Un suggerimento viene indicato anche per coloro che non vogliono rinunciare al caffè, ora che questa bevanda ha raggiunto un costo elevato e un po’ di autarchia domestica è possibile fabbricando in casa «un caffè molto e molto economico, e quindi molto indicato pel periodo che traversiamo. Provate». Questa la ricetta:  Si fa torrefare il frumento come si fa col caffè, impiegandovi egual tempo che s’impiega nel torrefare il caffè, e poi si macina, come si macina il caffè. Nel fare il caffè bevanda se ne impiega eguale quantità del caffè vero. Questo caffè di frumento – prosegue il «Bollettino» nel decantarne le virtù – è molto igienico e nutritivo, si amalgama bene col latte, così che dà un caffè-latte d’un leggerissimo amaro gustosissimo, il quale non richiede di essere zuccherato, perché molto gusta quel leggiero amaro, così che il volerlo temperare collo zucchero sarebbe un guastarlo.

Fin dall’inizio della guerra, quella che dai fogli del periodico viene a più riprese chiamata – ed a ragione – la «mobilitazione civile» di Leinì, trova il puntuale riscontro in quasi tutte le uscite del giornale. Sottoscrizioni ricevute, spese sostenute, sussidi dati alle famiglie, tutto è segnato al centesimo, così come il lavoro delle commissioni è relazionato nel dettaglio. Certo, lo slancio registrato all’inizio viene a mancare nel prosieguo del conflitto, segno che la sfiducia crescente nell’alternarsi di avanzate dell’esercito e repentini ripiegamenti, ma soprattutto le difficoltà sempre maggiori dei ceti popolari nel fronteggiare l’economia di guerra si fanno sentire, e la lettura di queste pagine, che vede l’assottigliarsi sia delle offerte mensili che le sottoscrizioni una tantum già al secondo anno di guerra, ne sono indice visibile.

Eppure, inviti, richiami, incitamenti e pungoli che ad ogni puntata si ripetono, alla fine sono premiati. Accanto ai cospicui contributi di istituzioni, professionisti, imprenditori (opportunamente catalogati nella «Rubrica d’Oro»), figurano l’una, le due, le tre e le cinque lire della gente comune che non vuole sottrarsi dal partecipare all’azione collettiva di un intero paese. Quando, al termine di 42 mesi di guerra si tirano le somme e l’opera svolta dal Comitato e dalla popolazione leinicese viene elencata in cifre, il risultato è lusinghiero: a fronte di un incasso di 36.449,35 lire, dovuto a sottoscrizioni e proventi vari (commedie teatrali, trebbiatura elettrica ed altro), corrisponde un’uscita di 33.598 lire, devoluta per tre quarti alle famiglie dei militari ed ai militari stessi, ed il rimanente speso per gli indumenti di lana destinati ai combattenti, per l’invio di pane ai leinicesi prigionieri e per la refezione dei bambini dei militari. Il denaro restante, 2.851,35 lire, andrà come primo fondo per l’erezione del monumento in bronzo – opera dello scultore Campi – che sarà posto in piazza Vittorio Emanuele II e lì rimarrà fino al 1941, quando il Duce penserà di fonderlo per farne cannoni.

Sono molto grato a Battistino Depaoli per aver messo a mia disposizione la sua collezione del «Bollettino» ed a Gianluca Martinengo che per primo me ne ha fatto apprezzare l’importanza.

Bibliografia

1 U. Eco, A passo di gambero, Bompiani, Milano 2006, p. 48.

 2 Ogni citazione e riferimento, cifre comprese, non attribuite esplicitamente al «Bollettino» stesso, le traggo dall’ottimo lavoro di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra, 1914-1918, La Nuova Italia, Firenze 2000.

 3 Mi attengo a questa cifra che riprendo da un opuscolo commemorativo della Grande Guerra a cura del comune di Leinì stampato nel 1920, il quale riporta l’elenco dei soldati caduti in combattimento o deceduti in seguito alle ferite riportate. Una ricerca fatta sulla base dei nomi che compaiono sui monumenti del territorio dagli allievi delle classi 2ª B e 2ª E della Scuola media statale «Carlo Casalegno» di Leinì, anno scolastico 2006-2007, coordinati dagli insegnanti Annamaria Genga e Gianluca Martinengo, dà invece un totale di 69.

Aleardo Fioccone

Le lettere di soldati dalle trincee

Le lettere che i combattenti spediscono a casa sono ovviamente passate al vaglio dalla censura e non contengono, di conseguenza, indicazioni diverse da quelle fatte trapelare dalla propaganda. Esse, tuttavia, costituiscono il legame indispensabile che permette sia al soldato che ai famigliari di mantenere accesa la fiamma della speranza in un ricongiungimento. Il movimento complessivo delle corrispondenze (dal paese all’esercito-dall’esercito al paese e dal fronte per il fronte) è stato calcolato in quasi 3 miliardi e mezzo di pezzi. Ne proponiamo qualcuna dei soldati di Leinì.

23 settembre 1915.  Spett. Comitato Leynicese, ieri ricevetti il vostro grazioso pacco, contenente un passamontagna, un paio di guanti, e una saponetta medicinale, che da voi gentilmente furono spediti. Non vi posso descrivere la mia felicità, vedendo che nel mio caro paese nativo, pur nel suo piccolo, si pensa all’aiuto dei giovani Leynicesi che trovansi al fronte; coprendoli con indumenti di lana, riparandoli dal freddo. A me non resta altro che mandare a voi tutti del Comitato, e alle Signore e Signorine, che prestarono la loro cara mano d’opera per la confezione degli indumenti, i miei più sinceri e vivi ringraziamenti e con stima salutandovi mi dico vostro obbligatissimo.

Faussone Lorenzo, soldato 7° Regg. Artiglieria Fortezza

2 febbraio 1916. Caro Giacolin [Giacomo Miglietti, presidente del Comitato], ti mando la fotografia della Villa Leynì di papà Corgiat che mi sono costrutta e dove passo il tempo fuori servizio. Come vedi dalla fotografia io sto benissimo, per quanto a 1500 metri. Ti ringrazio di quanto fai per la mia famiglia e per il paese. Bravo! La riconoscenza del soldato sia il premio a te ed al benemerito Comitato. Ricordami alla tua Maria ed agli amici, a te un’affettuosa stretta di mano e a presto arrivederci.

Aff.mo amico Mini

[Senza data] […] Prima di tutto vi dico che son vivo proprio per miracolo, ossia perché qualche Santo mi ha aiutato. Il giorno 10 abbiamo iniziato l’attacco verso le ore 12 contro le trincee nemiche che dominavano Oslavia; ben tre volte di dette l’assalto, fummo sempre respinti perché davanti ad esse avevamo un reticolato di una profondità di metri sei, ed il nemico ci faceva addosso un fuoco infernale. Ci ritirammo 100 metri sotto le sue trincee e verso sera si ritentò una quarta volta l’assalto e siamo riusciti a scovarlo. […] Eravamo nelle trincee da noi conquistate in pochissimi, tutti sfiniti dalla fatica; tutto ad un tratto sento il Tenente gridare: «Aiuto, ragazzi!», e nessuno si muoveva, perché chi alzava la testa era secco. Mi alzai io e corsi per trarlo in salvo, me lo caricai sulle spalle e sotto una pioggia di pallottole me ne andavo via di corsa. Trovato un piccolo riparo mi fermai per prendere un po’ di fiato ma il mio povero Tenente era in fin di vita, perché era già colpito da due pallottole in pieno petto e mentre lo trasportavo ne ebbe altre due, una al ventre e l’altra, esplosiva, ad una gamba; infine morì quasi subito nelle mie braccia. […]

Chiesa Giulio, sergente

[Senza data] Egregio comitato, dalla quota … di M… ove giorni addietro il nemico tentò di passare e cacciarci dalle linee da Noi conquistate, ma che colla calma e arditezza di Noi soldati ed Ufficiali della… Divisione ha dovuto limitarsi a coprire il suolo di cadaveri e ritornarsene alle sue posizioni. Mi impressionò molto la luttuosa notizia della morte dell’amato Dottor Cav. Filippo Vallino [medico di Leinì], uomo buono e generoso per noi Leynicesi, cosa per cui conserverò con cura il Bollettino che di Lui giustamente dice tutto il gran bene. Saluti cordiali e di riconoscenza dal

Vana Secondo, caporale

[Senza data] Onorevole Comitato, da più mesi che mi trovo quassù per la difesa del Nostro Paese, il momento più bello è il giorno che ricevo il tanto caro Bollettino Ufficiale che sempre leggo con grande interesse ed ammirazione per l’opera così benefica del nostro Comitato Leynicese, che certamente deve essere uno dei più importanti del Piemonte. […]

Grogno Paolo, soldato

22 settembre 1916, zona guerra. Spettabile Comitato, con gran piacere mi giunse ieri il suo caro Bollettino, graditissimo per le notizie del nostro amato paese. Di cuore ringrazio e saluto tutti i membri del Comitato che si dedicano con tanta cortesia e che sempre ricordano tutti i Leynicesi che si trovano al fronte. Dalla zona oltre il S. Michele invio i miei più cordiali saluti alla mia famiglia, parenti e amici tutti.

Bianco Giovanni, bersagliere

[Senza data] Gentil Comitato, noi poveri soldati trovandoci sulle alte montagne del Trentino, noi tutti uniti inviamo i più affettuosi saluti alle signorine del Comitato del nostro paese. Sempre si spera di potere ad epoca non lontana ottenere la vittoria delle nostre armi e ritornare alle nostre famiglie, alle ragazze che ci stanno a cuore.

Grivetti Luigi, soldato

 

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