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Leandro Marchetti

Leandro Marchetti per gli amici (LEO), nato nel 1917, racconta la “sua guerra”

È stato scritto dal fratello di mio papà quando era ospite dell’Umberto I di Cuorgnè.

 Osvaldo Marchetti, Alpette

A piedi, quasi sempre di notte, il 28 settembre raggiunsi il mio paese, Alpette, in tempo per formare con Goglio Battista <Titala>, Gino, Andrea, Tans ed altri il gruppo partigiano <Aquila> che divenne poi la 77° brigata Garibaldi e dette un valoroso contributo alla Lotta di liberazione.

Nel “pastino” dove facevano il pane per la Cooperativa, con Titala, Gino S. R., Fedele e il sottoscritto abbiamo formato il gruppo Partigiani Aquila, passato poi alla Garibaldi con il compito di radunare tutti coloro che erano scappati dalle caserme e  che purtroppo si dovevano “arrangiare poiché , necessità non vuol legge

Gli abitanti di Alpette, piccolo paese di montagna, non ricco, con tutto il cuore si  sono adoperati in aiuto a questa gente che arrivava dalle caserme di tutti i corpi militari: fanti, bersaglieri, alpini, avieri e fra questi ultimi c’erano gli aviatori inglesi che erano stati prigionieri a Cirié, quegli stessi che poi andarono a morire nella tormenta sopra Ceresole, Nivolet e Galisia. Anche  il nostro gruppo aveva lo scopo di raggruppare tutta quella gente e di dar loro aiuto per poter vivere e mangiare.

Noi avevamo avuto l’incarico di tagliare la legna nei boschi e di portarla a spalla fino al raggiungimento della strada carrabile. Così ci guadagnavamo qualche soldino per continuare a vivere e il tempo passava e si continuava a subire diversi rastrellamenti. In uno di questi è stato portato via anche il prete Don Barello, successivamente rilasciato.

Noi avevamo in dotazione qualche fucile e delle bombe a mano, ma la nostra coscienza non ci consentiva di usarle perché ci sarebbe stata una rappresaglia terribile e vendicativa. Ogni loro morto veniva vendicato con dieci dei nostri, presi a caso e bruciando le loro case.

Il nostro compito consisteva prevalentemente nell’alleggerire il fronte. Tuttavia una cosa è il sentir raccontare, un’altra è vedere e vivere ogni attimo di quella situazione. A mio parere ho visto comportamenti più crudeli, perpetrati da alcuni dei nostri repubblicani che dai tedeschi (che Dio li abbia in gloria e se al di là c’è San Pietro, come si dice, è stato compito suo valutare quello che hanno fatto. Viceversa, se qualcuna di queste persone è ancora vivente, pensa mai a ciò che ha commesso?)

Ricordo qualche ferito: B. Luciano, ferito dallo scoppio di una bomba a mano (una balilla), esplosa proprio ai suoi piedi ma per fortuna di scarsa potenza. Durante un rastrellamento, il nostro gruppo con il ferito, ci siamo dovuti nascondere nelle Pietraie sopra Sparone e per settimane la signora Marianna, che abitava in quella frazione, ha sempre provveduto al suo e nostro sostentamento: polenta, minestra, ecc.

Anche se da tempo non c’è più, non ho mai dimenticato la cara Marianna, donna generosa e forte, forte anche nell’affrontare i rischi che correva nell’aiutare tutti noi.

Sparone era occupata dai repubblicani e vennero a sapere per vie traverse che nelle Pietraie c’erano nascosti dei partigiani feriti. Il segretario comunale di Sparone e Alpette C.C.Giovanni, raccolse l’informazione che in quella notte stessa ci sarebbe stato un rastrellamento per snidare il nostro gruppo partigiano.

La cara Marianna corse a darci l’allarme così, sotto una leggera pioggia ho sistemato il ferito in una cesta per riuscire a trasportarlo fino ad arrivare in un posto sicuro. Con il compagno Ernesto abbiamo camminato per ore nella notte fino a raggiungere le baite sopra il Nero.

Ho dovuto portare Luciano da solo, perché solo io in quei tempi avevo un fisico abbastanza robusto per sopportare lo sforzo.

La zia di Ernesto , signora Angelina in estate spostava da Alpette all’alpeggio le sue mucche. Nella baita c’era il fienile nel quale aveva provveduto ad aprire una botola dall’accesso camuffato da un finto muro, attraverso la botola si accedeva ad un nascondiglio, così i miei compagni ed io con l’amico ferito abbiamo trovato riparo.

Luciano per tutto il tempo che siamo rimasti nel nascondiglio, non ha mai  potuto essere visto da un dottore, tuttavia io ho fatto tutto quello che sapevo per prestargli le cure necessarie. Ci aiutò anche sua sorella che ogni due giorni mi procurava le medicine di nascosto a Torino.

Nel nascondiglio siamo rimasti circa una quarantina di giorni, il locale era buio, privo di luce e dell’acqua con cui lavarsi. La condizione generò l’infestazione delle pulci. Mentre scrivo e ripenso, ancora adesso non so chi ci ha dato la forza per sopportare e superare quella vita. Le mie cure hanno evitato infezioni gravi ma solo a fine guerra Luciano fu operato e liberato dalle molte schegge che ancora teneva conficcate nella sua pelle.

Nel proseguire, rammento che ci fu un altro tremendo rastrellamento da parte delle brigate nere e noi, nelle nostre condizioni, non potevamo e non volevamo reagire in quanto avrebbe significato sparare e uccidere, l’esito sarebbe comunque stato di morte, o dei nostri o dei loro e per evitare, ci siamo ritirati sopra Ceresole. Al nostro gruppo si unirono altri fuggitivi dalle varie prigioni tedesche.

Nel periodo che ci vide appostati sopra Ceresole si verificò un grosso scontro con i nemici, lo sopportammo abbastanza bene perché i Cecoslovacchi che erano si erano uniti a noi, dimostrarono abilità nel combattere. In questo conflitto tuttavia, morì il nostro comandante Titala, colpito da un proiettile alla testa. Fu ferito gravemente anche il comandante fascista P., segretario nazionale del Fascio e tanti altri militari da entrambe le parti. Come in ogni conflitto, i giudizi e i pareri sono difformi a seconda di chi li esprime e per questo voglio spendere una parola che metta in chiaro chi erano i partigiani, perché dalla propaganda fascista ne ho sentite tante da far rabbrividire.

Noi partigiani eravamo gente comune che non desiderava la guerra ma io come gli altri, avevamo combattuto per la Patria, per cinque e più lunghi  anni; Sono certo che la mia mamma, nel mettermi al mondo aveva progettato per me una vita di crescita, di lavoro e di costruzione, non certamente per distruggere. La guerra però è una macchina di distruzione che calpesta e sovrasta le naturali inclinazioni degli esseri umani e così , fino alla fine della guerra, ciascuno ha maturato le sue considerazioni e scelte di schieramento.

Partendo da Ceresole una parte di noi andò in Francia per ritornare poi dal Moncenisio. Cercavamo di sopravvivere alla meglio e di lavorare al taglio della legna. Di  tanto in tanto, fino alla Liberazione del 25 aprile, ci attivavamo come gruppo partigiano nel creare qualche disturbo alle brigate fasciste.

La Liberazione, però non determinò un immediato cambiamento: i fascisti e i loro simpatizzanti mantennero i loro posti di comando o privilegio.

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