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LANZO. Tommaso di Casasco. Un inquisitore trecentesco nelle Valli di Lanzo

L’11 giugno 1373 l’inquisitore Tommaso di Casasco, appartenente all’ordine dei frati domenicani fa il resoconto della sua attività inquisitoriale (1), svoltasi nelle Valli di Lanzo tra il 17 maggio e l’11 giugno 1373 (2).

Dopo aver espresso la volontà di «eliminare le spine e i rovi cresciuti nel campo del Signore e di trasformare il veleno dell’eresia in rose e gigli con il fuoco dello Spirito Santo e col pentimento», egli ritiene di aver smascherato la «dottrina sacrilega» e di aver riportato gli «agnelli erranti» all’ «ovile, al consorzio e all’unità dei fedeli in Cristo».

La sua attività inquisitoriale, iniziata nel castello di Leinì, prosegue in quello di Lanzo. Gli imputati sono Martino di Presbitero, Antonio di Brunetto, Giacomo di Agnesina, Micheletto di Raimondo, Giacomino di Andrico, tutti residenti in Viù (3). Costoro, nonostante la sentenza di scomunica emessa contro di loro e la pena consistente in una multa pari a cento fiorini e nella “perpetua infamia”, avevano inizialmente negato l’accusa di eresia loro mossa da testimoni presenti al processo. In un primo tempo spergiuri, essi hanno, infatti, successivamente confessato di credere negli eretici, di appoggiarli e di ospitarli a casa loro.

I capi di accusa principali consistono nel credere «che nel sacramento dell’altare non ci sia realmente il corpo di Cristo ma solo la divinità, che la croce non debba essere adorata, che le immagini non debbano essere riverite, che l’autorità del beato Pietro sia sottratta alla Chiesa per i peccati commessi dal clero, che i sacerdoti che abbiano commesso un peccato mortale non possano assolvere i fedeli nella confessione, che non esiste il purgatorio».

Gli accusati hanno insegnato queste dottrine, dando vita a piccoli gruppi di credenti. Inoltre la loro attività si è estesa al di fuori di Viù (4).

Tuttavia costoro, senza il ricorso alla tortura e alle pene corporali, si sono dimostrati disponibili al pentimento in quanto, dopo aver udito le ragioni addotte loro dall’inquisitore, hanno compreso di aver seguito delle dottrine sbagliate e sacrileghe.

Pertanto essi, toccando i Vangeli,  giurano, pena la perdita dei loro beni mobili e immobili, di attenersi in futuro alle disposizioni della Chiesa e dell’inquisitore, impegnandosi a difendere la fede e a combattere  l’eresia. I medesimi si impegnano ad accusare e a perseguire gli eretici.

Dietro questa promessa il tribunale assolve gli imputati dalla scomunica.

Tuttavia l’inquisitore infligge agli imputati le seguenti “penitenze salutari”.

Martino di Presbitero, recidivo nel professare l’eresia, è condannato alla detenzione nel castello di Viù o di Lanzo per tre anni. In carcere dovrà digiunare due volte alla settimana (una volta a pane ed acqua).

Ogni giorno dovrà recitare il “Santo Simbolo della fede” (5) con cento Padre Nostro e cento Ave Maria. Inoltre per tutta la durata delle detenzione egli dovrà portare direttamente “sulla carne” una fune stretta e ogni sei giorni e in ogni vigilia di un’importante festività religiosa dovrà indossare una veste di lana affinché il “giudice eterno” assuma nei suoi confronti un atteggiamento improntato a clemenza.

Inoltre per tutta la vita Martino non dovrà parlare con alcuno di questioni relative alla fede, evitando in particolare di riunire persone nella sua abitazione a questo scopo.

Tutti gli altri, entro un anno, dovranno visitare la chiesa del beato Giacomo di Galizia, all’interno della quale, prostrati di fronte all’altare, prima di alzarsi dovranno pronunciare 25 Padre Nostro e 25 Ave Maria. Inoltre dovranno consegnare, al termine del viaggio, delle lettere che testimonino lo svolgimento del  pellegrinaggio.

Inoltre, per tre anni, ogni sei giorni e in ogni vigilia della festività del Signore e della beata Vergine Maria dovranno portare una veste di lana direttamente sulla pelle. Per tutti i giorni della loro vita una volta alla settimana digiuneranno senza grassi. Per sette anni, in segno di correzione, porteranno una fune sopra la “nuda carne”.

Tutti dovranno compiere buone opere per la grazia loro concessa da Dio.

L’inquisitore, rinunciando a segnare con la croce gli imputati che hanno abiurato l’eresia, impone tuttavia ad essi un pagamento di «cento grossi fiorini di buon peso e oro per la fabbrica della chiesa di S. Domenico di Chieri», venti fiorini per la persona dell’inquisitore e i suoi “socii”, trenta fiorini per tutte le persone che, in qualità di testimoni, hanno dovuto affrontare delle spese.

Il tribunale infine dichiara assolti gli imputati, a patto che non perseverino nell’eresia e che accettino le pene imposte; in caso contrario essi saranno giudicati indegni di misericordia.

Tuttavia almeno Martino di Presbitero pare non aver prestato fede alle sue promesse, dato che –  come Antonio Provana e Pietro Gariglio – sarà messo successivamente  al rogo.

A questa sintesi dell’attività inquisitoriale seguono poi tutti i resoconti degli interrogatori dei presunti eretici. Un aspetto che occorre sottolineare è il comune riferimento di quasi tutti gli accusati alla figura di Pietro Gariglio. Questi era uno dei quattro eterodossi piemontesi (gli altri erano Antonio Provana, Pietro di Coazze e un anonimo di Moncalieri) messi al rogo in Avignone nella seconda metà del Trecento (6).

Non è chiaro che cosa abbia spinto questi eretici a superare le Alpi. Forse essi sono stati portati ad Avignone su richiesta del papa; forse la stessa corte pontificia esercitava una certa attrazione su chi «voleva avere conferma della propria opposizione alla “chiesa dei maligni”, visitandone personalmente il centro amministrativo e spirituale».

Infine non manca «la componente avventurosa, dell’avventura rischiosa, che si traduce per gli eterodossi più convinti nella predicazione itinerante proprio nell’area dominata dalla presenza della sede pontificia» (7).

Come è possibile evincere dalle sentenze del tribunale sopra riportate, la figura di spicco del movimento ereticale perseguito da Tommaso di Casasco è Martino di Presbitero. Questi, inizialmente citato dall’inquisitore, è invitato a presentarsi sotto la minaccia della scomunica e di una multa di 200 fiorini, a presentarsi personalmente domenica 22 maggio a Lanzo. E’ evidente che Martino già da molti anni è ritenuto «contumace e ribelle».

L’inquisitore aggiunge che nel caso egli non si presenti si procederà contro di lui, «invocato il braccio secolare e spirituale», come ribelle, contumace ed eretico, invitando gli stessi fedeli a collaborare con il tribunale (8). In particolare è richiesta la collaborazione dei curati Micheletto di Viù, Guglielmo di Usseglio, Pietro di Lemie, i quali sono convocati a Lanzo per domenica 22 maggio dall’inquisitore, il quale vuole avvalersi della loro testimonianza. Coloro che non si presenteranno senza valido motivo saranno colpiti da sentenze di condanna contenute in “lettere apostoliche” (9).

Il 23 maggio Martino di Presbitero compare finalmente di fronte all’inquisitore (10). Dopo aver ammesso di essere stato citato in giudizio due volte dal frate domenicano Ughetto Bergognino, egli sostiene di non essersi presentato di fronte all’inquisizione per i seguenti motivi:

– Ha avuto timore del balivo allora presente in Avigliana.

– Inoltre egli aveva inviato delle lettere all’inquisitore affinché potesse essere da lui interrogato in Leinì, Torino, Moncalieri, Chieri, Asti o Chivasso.

– Infine ammette di non essersi presentato perché il vescovo di Torino, dopo aver inviato la sua richiesta all’inquisitore affinché questi lo assolvesse dalla scomunica, in seguito al rifiuto dell’inquisitore, lo aveva egli stesso personalmente assolto mediante il cappellano di Viù, essendo egli infermo.

Dall’interrogatorio emerge che Martino non ha mai parlato di cose attinenti alla fede con alcun sacerdote; tuttavia egli ha spesso spiegato pubblicamente i Vangeli, predicando nella sua abitazione, in piazza, al pascolo o in altri luoghi dove aveva ritenuto opportuno farlo.

In ordine alle figure di Pietro Gariglio e di Antonio Provana, egli, se prima della loro condanna riteneva che essi avessero condotto una vita “buona e perfetta”, tuttavia dopo la loro morte ha cambiato idea.

Lo stesso Martino confessa di non aver creduto in passato all’esistenza del Purgatorio, ma di essersi in seguito allineato alla vera dottrina.

Per quanto concerne il destino riservato all’anima dei defunti, egli esprime le seguenti considerazioni:

– Le anime dei santi che muoiono in santità in seguito al martirio vanno in Paradiso.

– Egli non crede che le anime non “purgate” dei loro peccati si incarnino in altri corpi in cui possano scontare i precedenti peccati con buone opere.

– Le anime dei bambini che hanno ricevuto il battesimo accedono subito al Paradiso.

Inoltre, dal verbale dell’interrogatorio, emergono le seguenti opinioni espresse da Martino sul clero:

– Egli ritiene che la Chiesa Romana sia la vera chiesa.

– Inoltre crede che il papa Gregorio e gli altri sacerdoti siano in grado di trasformare, mediante la consacrazione, il pane dell’eucaristia nel corpo di Cristo.

– Infine sostiene che i sacerdoti che abbiano commesso un peccato mortale possano assolvere i fedeli.

Tuttavia egli ritiene che il crocifisso, di qualunque materiale sia composto, non debba essere adorato.

Nello stesso tempo cominciano a verificarsi delle delazioni da parte dei membri appartenenti al gruppo eterodosso ruotante attorno a Martino (11).

In particolare Antonio di Brunetto di Viù rivela che Martino riteneva che la dottrina di Pietro Gariglio fosse vera e  che quest’ultimo fosse un “buon uomo”.

Giacomo Borello di Viù muove a Martino le seguenti accuse:

– Non crede che il papa e il clero romano costituiscano la vera Chiesa.

– Ritiene che i sacerdoti che abbiano commesso un peccato mortale non possano assolvere i fedeli.

– Martino, dopo la morte di Pietro Gariglio, diventa il maestro della “setta”.

– Infine egli ha accolto più volte nella sua abitazione gli eretici.

Altri testimoni, estranei al gruppo, muovono a Martino le seguenti accuse:

– Un certo “frate Geraldo” rivela che, secondo Martino, il sacerdote non somministra ai fedeli il corpo di Cristo.

– Giacomo “Brechus” lo accusa di essere eretico, contumace per molti anni nei confronti dell’inquisitore e dedito ad immischiarsi nelle cose divine. Inoltre, secondo lo stesso testimone, Martino ha predicato pubblicamente spiegando i Vangeli e ha negato l’esistenza del Purgatorio.

Il 2 giugno Martino compare di nuovo di fronte all’inquisitore nel castello di Leinì, nella cappella di Santa Caterina. Quando questi gli comunica i “mandata” (ossia gli ordini) del sommo pontefice, egli ritiene che siano «contro ragione, cattivi e ingiusti» (12).

Come si evince da un documento successivo (13), l’inquisitore stabilisce che Martino sia incarcerato nel castello di Leinì legato mani e piedi ai ceppi fino al termine del suo mandato. Tuttavia nello stesso documento si legge che Martino fugge da Leinì a Lanzo, dove è rinchiuso nel castello dall’inquisitore.

Proprio a Lanzo il 25 maggio dello stesso anno è interrogata di fronte all’inquisitore una certa Fina di Lanzo (14). Durante l’interrogatorio emerge che ella è venuta in contatto con Pietro Gariglio e Antonio Provana (15). Inoltre, alla domanda se ella creda o meno nel purgatorio, risponde di sì, aggiungendo tuttavia che ha sentito dire da Martino di Presbitero che dopo la morte esistono solo due luoghi destinati all’anima, l’Inferno e il Paradiso.

Pur avendo rivelato il nome di Martino e degli altri eterodossi, inizialmente ella cerca di non riportare interamente la loro dottrina.

In particolare ella afferma che i tre eretici sostengono che, nonostante i loro peccati, il papa e i sacerdoti possono assolvere i fedeli e che il corpo di Cristo può essere somministrato anche dai sacerdoti peccatori. Aggiunge poi che anche lei è d’accordo con loro.

Tuttavia due giorni dopo la stessa Fina ritratta la sua dichiarazione, affermando che i suddetti Antonio Provana, Pietro Gariglio e Martino di Presbitero sostengono che la Chiesa Romana non possa definirsi chiesa per i peccati degli ecclesiastici, i quali, di conseguenza, non possono consacrare il corpo di Cristo, assolvere i fedeli dai peccati e concedere indulgenze (16).

Al termine degli interrogatori il tribunale emette la sua sentenza. Dopo aver riassunto i capi di accusa mossi a Fina (aver creduto che Pietro Gariglio e Antonio Provana fossero santi e giusti anche dopo la loro condanna, che i sacerdoti peccatori non possano assolvere i fedeli, che la vera chiesa è formata da coloro che fanno penitenza e si attengono ai “mandati” di Dio; essersi confessata agli eretici e aver mostrato riverenza nei loro confronti; aver accolto gli eretici in casa sua) il tribunale condanna l’imputata al carcere perpetuo.

Tuttavia , tenendo conto che Fina ha abiurato l’eresia e ha supplicato clemenza, il tribunale commuta la sentenza nelle seguenti penitenze:

– Fina dovrà portare due croci color zafferano, una sul petto e l’altra sulla schiena, su una veste che non sia di color zafferano. Con questa veste ella dovrà essere presente nella chiesa di S. Pietro di Lanzo durante la celebrazione della messa principale della domenica e dei giorni festivi. Inoltre dovrà presenziare a tutte le processioni. Ella dovrà attenersi a questi obblighi per la durata di sette anni.

– Inoltre dovrà digiunare a pane e acqua due giorni alla settimana, a meno che sia ammalata o troppo vecchia.

– Ogni giorno dovrà prostrarsi dodici volte sulla nuda terra.

– Non potrà accogliere nessuno nella sua abitazione. Potrà avere con sé solamente una serva nel caso in cui sia malata o troppo vecchia.

– Non potrà entrare più in nessun luogo chiuso che non sia la chiesa o la sua dimora. Le saranno consentite delle eccezioni solo previa il permesso del castellano del luogo, dei sacerdoti della chiesa di S. Pietro e di sei “honestiores” (17), i quali dovranno giudicare dell’opportunità della sua visita ad altre persone. La visita non potrà tuttavia essere superiore a tre ore.

Il tribunale precisa che nel caso Fina commetta in futuro degli errori in materia di fede, si dimostri recidiva o si rifiuti di assolvere gli obblighi impostigli, esso la riterrà eretica e contumace, punendola nel modo dovuto.

Inoltre lo stesso tribunale si arroga la facoltà, per comprovati motivi, di cambiare la sentenza, mitigandola o inasprendola (18).

Fina non è tuttavia l’unica imputata a ritrattare la sua deposizione. Infatti lo stesso Martino, riconvocato dall’inquisitore nel castello di Lanzo il 4 giugno, corregge in parte le sue precedenti affermazioni (19).

In primo luogo ritiene che nell’eucaristia sia presente la sola divinità di Cristo e non il suo corpo, poiché non ha mai sentito dire da qualcuno che nell’ostia consacrata Cristo sia presente in carne e ossa.

In secondo luogo egli ammette di aver creduto, in passato, che il papa, i sacerdoti e gli ecclesiastici non potessero esercitare il potere e l’autorità conferita da Cristo al beato Pietro apostolo a causa dei loro cattivi costumi. Aggiunge tuttavia di aver cambiato opinione in seguito ad una discussione tenuta con il “dominus” Michele di Baratonia.

Egli confessa, poi, di aver creduto che anche coloro che muoiono senza aver scontato interamente la penitenza loro inflitta dopo la confessione e il pentimento andassero in Paradiso.

Egli, inoltre, ammette di non aver mai creduto all’esistenza del Purgatorio.

Infine egli confessa che la stessa Fina ha detto, in sua presenza, che i sacerdoti che hanno commesso un peccato mortale non possono assolvere i fedeli né consacrare il corpo di Cristo.

Evitando di soffermarci su altri interrogatori è possibile formulare qualche riflessione conclusiva sui movimenti ereticali presenti nell’area subalpina e sulla loro repressione.

Le Valli di Lanzo costituiscono un’area dove l’eresia si sviluppa con una certa ampiezza e con tratti propri, in particolare attorno ad alcuni maestri particolarmente venerati. In particolare la setta ruotante attorno alla figura di Martino di Presbitero doveva avere una certa consistenza (20).

Tuttavia «si ha comunque l’impressione che [il movimento ereticale] non fosse molto esteso e che la sua vitalità dipendesse dalla presenza di personaggi di prestigio. Messi al rogo Pietro Gariglio, Martino di Presbitero e quasi tutti i loro più stretti seguaci, le capacità di sopravvivenza dell’eterodossia in forme istituzionali, anche se ridotte ai minimi termini, diminuirono notevolmente» (21).

Dall’esame della documentazione contenuta nel manoscritto è possibile inoltre ricavare qualche utile informazione sull’allestimento e sul funzionamento di un processo inquisitoriale nonché sull’organizzazione dell’inquisizione nell’area oggetto del nostro studio.

Per quanto concerne la figura degli inquisitori piemontesi essi erano reclutati solitamente nella regione stessa ed erano personaggi di prestigio dell’ordine dei predicatori. Lo stesso Tommaso di Casasco, inquisitore nel decennio 1370-1380, diventerà in seguito cardinale.

L’inquisitore può disporre di un “socius”, un frate appartenente al suo stesso ordine, che tuttavia può cambiare durante il periodo del mandato inquisitoriale. Il compito del “socius” consiste nel controllare le eventuali irregolarità commesse dall’inquisitore nell’ordinare la tortura dei sospetti di eresia, secondo quanto contenuto in una bolla di Urbano VI del 1262.

Talvolta l’inquisitore è assistito da un vicario (si tratta tuttavia di una figura attestata solo per i primi decenni del Trecento)

Troviamo poi i funzionari, i “familiares” o “officiales”, chierici e laici, che oltre a svolgere generici compiti di assistenza, spesso assolvono le funzioni di testimoni.

L’inquisitore non si serve di propri armati, potendo contare, all’occorrenza, sull’aiuto fornitogli dai signori locali o dai funzionari pubblici.

I notai presenti durante gli interrogatori potevano essere laici o chierici; in prevalenza erano professionisti.

Gli atti dell’ufficio, numerosi ed eterogenei (lettere di citazione, “monitiones” da leggere nelle chiese, verbali di interrogatori, documenti di abiura, sentenze, corrispondenze varie, disposizioni testimoniali) erano registrate in un “Liber” che attestava l’attività globale dell’inquisitore e garantiva la continuità d’azione tra un inquisitore e l’altro.

La legislazione canonica prevedeva che gli inquisitori non potessero perseguire alcuno senza il concorso del vescovo o di un suo delegato.

Inoltre tutte le forze ecclesiastiche locali devono collaborare con l’inquisitore. Gli stessi parroci, se sollecitati dagli inquisitori, devono collaborare, talvolta pagandone le conseguenze (22).

In ordine alla organizzazione dell’inquisizione in Valle di Lanzo «il territorio della diocesi di Torino cadeva sotto la competenza dei frati domenicani della provincia di Lombardia superiore e marca genovese, secondo le suddivisioni che si erano venute a creare dopo la metà del secolo XIII. La provincia di Lombardia nel 1304 era stata suddivisa da Benedetto XI in due parti, la “Lombardia superior” e la “Lombardia inferior”; in seguito a tale suddivisione erano sette gli inquisitori di quell’ordine operanti nella Lombardia superiore» (23).

Infine, per quanto concerne il numero delle condanne effettuate dall’inquisizione nella diocesi di Torino tra il 1312 e il 1395, ci troviamo di fronte a ventidue esecuzioni capitali e quarantuno crocesegnati (24), (ossia «coloro che devono portare per un periodo variabile due croci color zafferano ben visibili sul vestito») (25).

Nulla a che vedere con le 636 condanne pronunciate in quindici anni circa all’inizio del Trecento dal noto inquisitore Bernardo Gui nella diocesi di Tolosa.

I motivi che possono spiegare la “scarsa efficienza” dell’inquisizione subalpina sono i seguenti:

– Il papato, pur lamentando il fatto che il Piemonte fosse una zona di transito e di rifugio per gli eretici transalpini, non si mostra molto deciso. Infatti, deciso ed insistente per il versante francese, non lo è per quello italiano.

– Gli inquisitori piemontesi non comprendono l’importanza che può rivestire una loro efficace azione nell’impedire il passaggio degli eretici. La stessa inquisizione subalpina rivela quindi una scarsa efficienza e una modesta comprensione delle prospettive strategiche che si aprono nella sua zona.

A parziale discolpa dell’“inefficienza” dell’inquisizione piemontese si può considerare la difficoltà di tenere sotto controllo un’area alquanto vasta (dalle Alpi Marittime a quelle Graie) e la presenza di un movimento ereticale articolato in gruppi clandestini, difficili da individuare e perseguire.

Articolo tratto dalla rivista Canavèis

Giovanni Riccabone

Note

1. G.G. Merlo, Eretici e inquisitori nella società piemontese, Claudiana, Torino 1977, doc. 1, p. 259-261.

2. Gli atti del processo sono contenuti nel manoscritto 3217 della Biblioteca Casanatense di Roma.

La trascrizione del manoscritto di cui sopra è stata curata da Grado Merlo nell’opera succitata, testo al quale ho fatto riferimento nella stesura del presente articolo.

3. «La “setta” che faceva capo a Martino di Presbitero pare avesse una certa diffusione, che secondo un testimone coinvolgerebbe tutti o gran parte degli abitanti di Viù, mentre per Giacomo Borello (uno degli accusati) i seguaci del Presbitero non sarebbero stati più di venti» (G. G. Merlo, cit., p. 85).

4. Non è da escludere l’appartenenza dei membri della setta all’eresia valdese. Un indizio che potrebbe farci propendere per questa ipotesi è la presunta appartenenza alla setta dei valdesi di Fina di Lanzo, personaggio quest’ultimo gravitante attorno a Martino di Presbitero.

Giacomo di Borello, tuttavia, durante l’interrogatorio mossogli dall’inquisitore, risponde di non aver mai impartito il “consolamentum” (Cfr. doc. 31, p. 276). essendo il “consolamentum” una pratica adottata dai Catari e consistente nell’iniziazione dei fedeli da parte dei sacerdoti, ossia i “perfetti”, sembra quindi di trovarsi di fronte alla presenza di un gruppo professante l’eresia catara.

Il fatto che, a partire dal XII secolo, i Valdesi «furono tuttavia rapidamente spinti ad organizzarsi in una chiesa, con una gerarchia di perfetti ed una iniziazione che ricorda il “consolamentum” dei Catari» (Cfr. A. Benvenuti, La religiosità eterodossa, in Manuale di storia medievale, Donzelli, Roma 1999, p. 514) può indurci a sostenere che con il nome di “consolamentum” fosse indicato il rituale di iniziazione adottato dai Valdesi.

Tuttavia, in assenza di dati certi, è inopportuno definire Valdesi i componenti di questa “setta”.

5. Si allude forse al Credo.

6. La condanna di Pietro Gariglio è, quindi, avvenuta prima del 1373, dato che quasi tutti gli imputati fanno riferimento alla sua figura.

7. G. G. Merlo, cit., p. 94.

8. Ibid., doc. 3, pp. 261-262.

9. Ibid., doc. 2, p. 261.

10. Ibid., doc. 39, pp. 280-281.

11. Ibid., doc. 9, p. 265.

12. Ibid., doc. 11, p. 265.

13. Ibid., doc. 12, p.266.

14. Ibid., doc. 6, pp. 263-264.

15. Si tratta di due eterodossi piemontesi messi al rogo in Avignone nella seconda metà del Trecento.

16. G. G. Merlo, cit., doc. 7, p. 264.

17. Con questo termine si fa riferimento a personaggi che, all’interno della comunità, rivestono un ruolo di spicco.

18. Ibid., doc. 26, p. 272.

19. Ibid., doc. 41, p. 281.

20. Ibid., p. 85. Gfr. inoltre la nota 3.

21. Ibid., p. 120.

22. Ibid., pp. 120-122; 129-130.

23. Ibid., p. 122.

24. Ibid., p. 138.

25. Ibid., p. 132.

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