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La zappa!

La zappa!
Non credo di essere stato il solo ultimamente a ripensare al Decameron di Boccaccio, che come molti avevo dimenticato dai tempi delle scuole superiori. Il tema è attuale, parla di una compagnia di gentiluomini e gentildonne lasciano Firenze mentre la peste infuria e si rifugiano in un bel giardino protetto da mura, dove passano il tempo a raccontarsi storie. In questi giorni, come mi dice l’amico Fervido, incontrato nella coda fuori dal panettiere, il giardino è un luogo di consolazione, di rifugio, e anche una possibilità d’evasione alla clausura della casa. Ma discorrendo con Fervido il paragone con il Decameron stride e si dimostra limitato. Fervido, con l’entusismo che lo contraddistingue mi diceva che il suo giardino è un rifugio, e una consolazione, ma non un luogo circondato da mura in cui può e non vuole dimenticare il mondo la fuori. Mi diceva che pensava a questo mettendo a dimora delle teneri piantine, riflettendo che la vita in giardino e dell’orto è la stessa anche nei tempi più difficili. È solo che il suo insegnamento quotidiano è ancora più significativo. Fervido mi ha raccontato che ieri ha posato la zappa e si è guardato intorno. Da quando è arrivata la primavera, qui sono accadute le cose che accadono ogni anno, eppure come ogni anno tutto sembra accadere per la prima volta. I soliti banali miracoli quotidiani insomma i merli hanno fatto il nido sul ciliegio ed i coraggiosi i fiori di pesco hanno resistito impavidi alle gelate tardive e già i frutti cominciano ad arrotondarsi tra le foglie. La meraviglia della vita, indifferente alle nostre umane vicissitudini ricomincia sempre. Parlando con lui mi sono ricordato di mio papà e di mio suocero che ogni tanto smettevano di zappare e il loro sguardo, nel caso di mio suocero andava oltre la recinzione, verso le lontane fattorie della campagna favriese ed il campanile della borgata ed i sentieri oltre ai radi pioppi. Nella mia mente seguivo questi pensieri mentre parlavo con Fervido, che anche io quando mi trovo nel frutteto, come tutti penso, ci fermiamo ed interrompiamo il nostro lavoro per guardare il paesaggio ogni volta con stupore e meraviglia. Certo con l’inizio della bella stagione impossibile non essere ottimisti e sperare che ripartiremo. Ecco la domanda, ma da dove ripartire? Dobbiamo ripartire dal lavoro della terra, giardino, orto, agricoltura, che ci indicano la strada per il nostro comune futuro. Nel mondo di domani dovremo imparare a vivere in armonia con la terra. Oggi più che mai dovremmo prenderci cura della terra per prenderci cura di noi stessi, essere dediti alla vita e alla bellezza prima che a ogni altra cosa, rispettare i limiti che il cielo, le stagioni e gli elementi ci impongono come necessari, come sacri, condividendo la terra con tutto ciò che vive. Sì, ci siamo detti entrambi, congedantoci, che oggi ci sarà più che mai bisogno di agricoltori avveduti, sentinelle del territorio, riprendendo in mano tutti almeno una volta la zappa.
Favria, 24.05.2020 Giorgio Cortese

Mi piace la speranza. È un sentimento tenace, come me!

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