Fabrizio Bacolla

Curiosità Storiche di: Fabrizio Bacolla

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“LA VAMPIRA DI TORINO”

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“Il Re peggiorava di giorno in giorno, e le medicine non gli giovavano affatto, benché fossero di una strana natura; infatti egli sperava ardentemente di rimettersi col sangue umano che veniva tolto a certi bambini e che egli trangugiava”.

 

Il re era Luigi XI di Francia e l’anno è il 1483. Con questo non arriviamo a dire che Luigi XI fosse un vampiro, ma se dovessimo stilare un elenco, considerando vampiri tutti coloro che hanno bevuto sangue umano, anche il re ne farebbe parte. Dunque i vampiri esistono solo nelle leggende? Sembra di no.  Nel Medio Evo non mancano infatti sanguinarie figure di vampiri “ante-litteram”. Tra loro, uno dei più famosi era Gilles Lavai de Rais. Egli fu uno dei primi bevitori di sangue umano. Barone di Rais, Signore Brètone e compagno di Giovanna d’Arco nella guerra contro gli Inglesi, durante la guerra dei cento anni, De Rais ebbe un ruolo chiave come generale degli eserciti francesi. Giovane, ambizioso, ricco e senza scrupoli, fu più tardi nominato da Re Carlo VII maresciallo di Francia nel 1433. Gilles si ritirò nel proprio castello in Bretagna e fu in questo periodo che iniziò la sua carriera di vampiro. Si convinse di dover bere sangue di fanciulli per ottenere ricchezza e immortalità. Tra il 1433 e il 1440 uccise e fece uccidere centinaia di bambini e di ragazzi: le sue vittime furono 143. Con il trattato “De Prolungatione Vitae”, scritto nel XIII secolo dal monaco francescano Ruggero Bacone, la chiesa lo perseguitò per quasi tutta la sua esistenza. Solamente il Padre Generale dei francescani Girolamo D’Ascoli sostenne il frate studioso, il quale aveva dedicato al suo superiore l’opera citata. Molte pagine di questo trattato sono dedicate al prolungamento della vita utilizzando il metodo di bere sangue umano. Il filosofo, umanista e astrologo Marsilio Ficino, vissuto nel XV secolo, scrisse che il sangue umano doveva essere ritenuto l’unica medicina atta a ridare vigore ad un corpo che l’aveva perduta, mentre Robert Fludd, celebre medico londinese, veniva condannato a morte l’8 settembre 1637, perché sospettato di partecipare a sacrifici umani, allo scopo di procurarsi il sangue necessario per preparare elisir di giovinezza.

 

Nel 1765 invece, viveva a Torino una donna che abitava nella “Contrada degli Angeli”, poi diventata “Contrada della Dogana”, ora corrispondente all’attuale via Carlo Alberto, con l’entrata nella porticina contrassegnata con il numero civico due. Il suo nome era Agnese Draghetti ed era originaria di Serralunga d’Alba. Quando si stabilì nella Capitale Subalpina aveva venticinque anni e non ultimo dei suoi propositi era quello di accalappiare un marito ricco poiché adorava il lusso e l’agiatezza. Pochi mesi dopo riuscì nel suo intento, trovò un ricco mercante che la sposò ma che la lasciò presto vedova. La sua esuberante giovinezza la portò allora a frequentare i salotti della città trasformandosi così in cortigiana. Da quel momento ebbe inizio nel suo appartamento una sfilata di uomini ricchi e importanti, ma Agnese continuava a giudicare con attenzione chi potesse essere abbastanza interessante per essere amato. Poi improvvisamente la Draghetti conobbe un uomo di mezza età che possedeva quel fascino rude delle persone avvezze al comando: il Conte Belladier. Per Agnese tutti gli altri uomini non contavano più: si trattò dapprima di un colpo di fulmine e poi di un innamoramento profondo. Chiese all’amante di portarla lontano dalla città e il Conte acconsentì conducendola nella sua vasta tenuta di Montalbano, nei pressi di Nizza Marittima. In quella idilliaca dimora con alle spalle il verde delle colline e davanti l’azzurro del mare, i due trascorsero un periodo incantevole. Dopo qualche mese però, Agnese sentì nostalgia di Torino e decise di ritornare nella sua casa di via Carlo Alberto, mentre il Conte Belladier aveva nel frattempo messo gli occhi su un’altra donna. Così, dopo una spiegazione decisiva, liberi dal loro legame e dimentichi del tempo trascorso insieme, si lasciarono per sempre. Il salotto di Agnese Draghetti ritornò ad essere uno dei più frequentati e nel suo letto si alternavano i più importanti nomi non solo di Torino, ma anche del Nizzardo e della Savoia. A quaranta anni Agnese era più affascinante che a trenta, la sua bellezza si era affinata e i modi ne avevano fatto una dama di gran classe, ma a cinquanta cominciava a sfiorire, tanto più che con i suoi amanti non poteva perdere il vigore che l’aveva animata per tutti quegli anni. Conscia del declino che l’aspettava, conobbe casualmente un uomo che le fece la proposta di bere del sangue umano di persone giovani, che le avrebbero fatto ritrovare la sua  freschezza facendola miracolosamente ringiovanire. In un primo tempo la Draghetti respinse con orrore una tale proposta, ma poi cedette sopraffatta dal desiderio di rimanere il più a lungo possibile padrona della sua giovinezza che stava inesorabilmente svanendo per sempre. Nelle annotazioni che Agnese teneva scrupolosamente sulla sua singolare “Cura della Giovinezza” non  sono menzionati nomi, ma troviamo un’attenta descrizione delle metodologie adoperate dalla Draghetti-Vampira. Disponendo di molto denaro, Agnese si mise a girare per i sobborghi di Torino alla ricerca di fanciulle disposte a cedergli il loro sangue dietro un lauto compenso. Nessuno seppe mai chi fosse, perché quando prudentemente avvicinava qualche giovinetta, teneva il volto coperto da un fitto velo e sembra che molte ragazze si prestassero a ciò che credevano una richiesta alquanto bizzarra, ma allo stesso tempo una innocente mania. Nessuna di quelle fanciulle, dall’età variante tra i tredici e i sedici anni, fece mai cenno con nessuno dello strano mercato concluso con la misteriosa dama. La “Vampira di Torino”, non solo era molto gentile con le sue “vittime”, ma le  pagava anche profumatamente bene.  Per circa una quarantina d’anni Agnese Draghetti trangugiava una tazza di sangue alla settimana, ma sosteneva di  poter stare anche un mese senza berne neanche un goccio. Che effetto ebbe su di lei questa radicata abitudine di bere sangue umano? La mantenne davvero giovane? E’ difficile stabilirlo non avendo immagini a disposizione, però la descrizione che se ne fa in età ormai molto avanzata è quella di una donna molto giovane: la sua bellezza non si era spenta, l’occhio era sempre vivace, la pelle del viso vellutata e le forme del suo corpo immuni da un normale processo di invecchiamento. Addirittura un giovane ufficiale si innamorò follemente di lei quando Agnese all’anagrafe aveva già compiuto ottantadue anni. Si spense infine, fresca ed arzilla, all’età di novantotto anni il 19 settembre 1785, dopo essersi ritirata in una proprietà a Villadeati, nell’alessandrino, dove aiutò molto poveri e bisognosi.

 

Dunque i vampiri esistono, ma non con gli stereotipi che la tradizione della Transilvania ci avrebbe insegnato per tenerli lontani. Non è quindi vero che un vampiro può trasformarsi in qualsiasi animale notturno e può essere ucciso solo con l’impiego di aglio, acqua santa, crocifissi, luce solare, martello e paletto di frassino. E non abbiatene mai paura se non lo invitate a casa vostra: non riuscirà mai ad entravi da solo perché gli è impedito per natura. Esistono al giorno d’oggi però, i “Real Vampirs”, una sorta di setta, che come la Draghetti bevono il sangue umano, però non ne conoscono il motivo, ma assicurano che mai userebbero mezzi illeciti per procurarsi il plasma. Mi sfugge il senso di tutto ciò, ma si può ipotizzare una malattia psichiatrica degenerativa. I vampiri più seri invece continuano ad esistere per tutto l’Ottocento, non in Piemonte, ma nella vicina Francia, con alcuni casi davvero sconcertanti. Martin Dumollard era un contadino di Dagneux che commise numerosi assassini nelle zone di Ain e Rhone. Nato nel 1805 rimane orfano nel 1814. Si trasferisce dalla terra natale nella zona di Montluel, sposando Marianne Martinet e stabilendosi a Dagneux, in Rue du Mollard, in una piccola casa. Fu qui che si trasformò in vampiro. Egli contattava giovani ragazze, che poi assassinava ed alle quali beveva il sangue. I corpi delle sue vittime sono stati rinvenuti, per diversi successivi anni, nascosti nelle terre attorno alla zona. Fu grazie ad una giovane, che sfuggita al proprio destino, nel 1862, cercò rifugio nella prima abitazione che le riuscì di trovare a Balan, mettendosi così in salvo. Denunciò quindi alle autorità l’uomo, che venne poi braccato. Martin Dumollard fu catturato, processato e ritenuto colpevole  con la moglie per favoreggiamento, in una complicità protratta e continuata. Martin fu condannato a morte e giustiziato sulla pubblica piazza di Montluel, mentre Marianne venne condannata all’ergastolo. Una croce, a memoria delle vittime di questo assassino, venne posta in un bosco non lontano da Rue du Mollard, a Dagneux. Tale ricordo però non è stato conservato ed oggi non è più possibile vederla. Nel 1871, a Vinuville, venne processato Eusebius Pieydagnelle accusato di quattro delitti durante i quali aveva bevuto il sangue delle proprie vittime. L’imputato aveva confessato di provare un piacere morboso per il sangue: “L’odore del sangue fresco mi affascinava” soleva ripetere l’uomo. Inizialmente, prima di cominciare la sua carriera di vampiro, Pieydagnelle faceva il macellaio e beveva di nascosto il sangue degli animali che feriva. Durante il processo, Pieydagnelle, forse per il senso di colpa, chiese alla giuria d’essere condannato a morte. Poco meno di cinquant’anni  prima invece, si aggirava per la Francia il “Vampiro di Versailles”. Antoine Léger, viticoltore, ex soldato , venne condotto di fronte alla Corte d’Assise di Versailles, nel 1824. In un estratto dell’accusa, venne reso noto che sin dalla giovane età, Léger si presentava come “cupo e selvaggio”, amante della solitudine, tanto da evitare ragazzi e ragazze della sua età. Nel giugno del 1823 fuggì di casa, nascondendosi nella foresta, dove visse per settimane, dormendo in una caverna e mangiando frutti selvatici. Un giorno, vedendo una ragazzina ai margini del bosco, la catturò, la uccise, le succhiò il sangue e infine la seppellì. Tre giorni dopo venne catturato: prima negò le accuse, inventando storie assurde, ma infine, trovatosi di fronte il corpo ed essendo interrogato, crollò, ammettendo il crimine. In seguito, aggiunse molto tranquillamente i dettagli dell’uccisione. Al processo si fece riconoscere per la sua profonda apatia e la sua totale indifferenza. In quello stato venne a conoscenza della sua condanna a morte: nel giugno del 1824 venne dunque ghigliottinato.

 

Possiamo quindi concludere che furono le regioni della Francia e non quelle della Romania i teatri dove agirono i più celebri vampiri. L’unico caso in cui si riscontra la ricerca dell’eterna giovinezza tramite il sangue umano da parte di una transilvana doc, fu quello della contessa Erzébeth Bathory, che a differenza della nostra “Vampira di Torino”, che beveva il sangue umano retribuendo generosamente le sue “donatrici”, la “Vampira Ungherese” (così chiamata perché aveva sposato un conte soprannominato “L’eroe nero di Ungheria”)  ne faceva invece dei lunghi bagni dopo aver attirato nel suo castello di Csejthe, nella contea di Nyitra, in Ungheria, ignare giovinette che poi dissanguava. Quando Erzébeth fu arrestata e l’anno seguente si svolse il suo processo a Bitcse, si fece testimonianza di circa 77 ragazze assassinate. Erzébeth non fu mai condannata per gli omicidi, ma fu eseguito l’ordine per cui le porte e le finestre della sua camera da letto fossero murate con lei dentro, lasciando solo un piccolo spazio dal quale far passare il cibo. Il Re Mathias II chiese successivamente la pena di morte per la Contessa ma, su richiesta del di lei cugino primo ministro, rinviò a tempo indeterminato l’esecuzione della pena capitale, condannando di fatto Erzébeth ad una reclusione solitaria a vita. Nel 1614, quattro anni dopo la carcerazione, una della guardie notò la contessa riversa a terra, immobile. Erzébeth Bathory, la “Vampira Ungherese”, era morta e come tutti gli altri vampiri, mai ritornò in vita per una seconda volta.

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