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La tradizione degli ex voto. La prima guerra mondiale in Canavese

L’interessante testimonianza di questa antichissima tradizione, già presente nel mondo egizio, greco e romano, vale un breve inquadramento: la formula ex voto è posta su oggetti offerti nei santuari per ringraziare il destinatario del dono (Dio, la Madonna, un santo) di aver esaudito una preghiera. Per estensione, il significato ha portato a designare, con la stessa locuzione «Ex voto», l’oggetto medesimo dell’offerta.

Secondo gli studiosi (1), prevalgono su tutti gli «ex voto anatomici» che rappresentano nella grande maggioranza l’organo malato, oppure gli oggetti legati alla malattia, come le stampelle e infine le tavolette dipinte, di cui parleremo in questo scritto. Teoricamente, qualsiasi oggetto può essere definito ex voto, la differenza sta nel valore che si dà all’oggetto, un valore primario di cui è investito nel momento dell’offerta.

Questo passaggio dall’uso comune dell’oggetto, «profano» all’uso «sacro» avviene rendendolo «differente» attraverso il rito, per esempio con le processioni che servono a portare l’oggetto dentro il santuario. Nel mondo antico le monete correnti divenute «ex voto» erano rese differenti, incidendo profondamente una delle due facce, modificando cioè l’oggetto fisicamente.

Secondo lo studioso francese Michel Mollat (2) l’ex voto costituisce la materia, la forma ed il risultato di un contratto, cioè di un voto.

A prescindere dalla sua valenza intrinseca, la sua caratteristica principale è però, appunto, quella dell’offerta, che attesta il fatto per il quale, una preghiera rivolta a un essere extraumano è stata esaudita. L’ex voto può essere non soltanto un oggetto ma anche un comportamento: pensiamo ad Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi e il mutato comportamento di Lucia: quando finalmente Renzo la ritrova nel lazzaretto (cap. XXXVI), lei non vuole più il suo promesso sposo per il voto fatto alla Vergine ai tempi del rapimento (cap. XX) che subì dall’Innominato, e così afferma: È un voto che ho fatto alla Madonna… oh! In una gran tribolazione! Di non maritarmi. Qui l’ex voto è il comportamento medesimo di Lucia, quindi una donna, «modificata» rispetto alla condizione di donna che ambiva sinceramente al matrimonio con Renzo, e che si era «promessa» a lui.

Per sciogliere il voto, occorre un intervento che la riporti ad una dimensione precedente: dall’attuale dimensione «sacra» ad una dimensione profana, cosa che potrà realizzarsi solo con l’intervento di un personaggio «sacro» come padre Cristoforo: con l’autorità che ho dalla Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che ci poté essere d’inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che potesse averne contratta. Il voto presume quindi il «votarsi»: un altro esempio interessante è riportato nelle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo a proposito di un bambino curiosamente vestito da sant’Antonio: L’avvocato me lo ebbe poi a presentare come il suo unico figliuolino, un piccolo prodigio di sapienza e di santità che si era votato spontaneamente a sant’Antonio, e che ne avea vestito l’abito, come si costumava allora e qualche volta si costuma ancora adesso a Padova. Comportamento questo, attestato anche in Canavese, come nel caso di un bambino sempre vestito con l’abito domenicano anche quando gioca con i coetanei, che sarebbe diventato poi effettivamente frate domenicano e missionario in Turchia (3).

La Grande Guerra negli ex voto.

Nella nostra ricerca, il soggetto è la Prima Guerra Mondiale, entrata a pieno titolo nelle grandi sventure subite dal popolo. È un episodio della storia che viene raffigurato con un certo realismo, in contesti completamente differenti da quelli delle grandi tragedie quotidiane del mondo contadino.

Qui non ci sono le stalle con le vacche che scalciano il povero malcapitato o i fienili da cui si cade, o i carri che travolgono ciclisti o bambini che cadono nel fiume o qualche altro componente della famiglia, malato a letto circondato dai famigliari.

Anche il mondo degli ex voto di guerra è un mondo caratterizzato dalla sofferenza e dal dolore, dalla sventura, dall’incidente, il tutto visto in maniera assolutamente soggettiva, personale. In che modo? Figurativamente con la gigantesca teatralizzazione della sofferenza e del pericolo e come esaltazione del riscatto di essi (4).

La guerra è la condizione dove il rischio per l’incolumità personale è costante, dove la prospettiva di perdere la vita è molto più elevata che nella vita in campagna, o in fabbrica o transitando con i primi veicoli a motore. Ma soprattutto la guerra è dilatata nel tempo, a differenza dell’incidente, della disgrazia che accade in pochi istanti.

Gli ex voto bellici sono sforzi ulteriori di riavere una normalità in un tempo anormale e dilatato: è il tempo della guerra che si sostituisce al quotidiano. Infatti gli unici ex voto che possiamo assimilare a quelli bellici sono quelli di chi ha dovuto attraversare l’oceano per emigrare nel Nuovo Mondo ed è passato miracolosamente indenne attraverso una terribile tempesta.

Anche sui tempi le analogie sono interessanti: alla guerra si parte senza conoscerne la data di termine. Le guerre del Novecento quando esplodono, se analizziamo la stampa coeva, sono sempre «rapide, fulminee e soprattutto brevi». Anche allo scoppio della Grande Guerra tutti si aspettavano una campagna fulminea, come quella tra Tedeschi e Francesi nel 1870.

Nei primi tempi del conflitto, molto mobile, con la cavalleria ancora importante, nessuno pensava al potere di dilatare il tempo bellico scavando un fosso, riempirlo di soldati e iniziare a sparare al coperto per contrastare il movimento degli avversari. Ma invece avvenne sul fronte Occidentale e furono i Tedeschi a farlo per primi. I Francesi e gli Inglesi del Corpo di Spedizione, per reazione, si misero a scavare anche loro un fosso per coprirsi.

In un viaggio oltreoceano i pericoli possono far dilatare il viaggio nel tempo.

Una traversata prevista in 40 giorni può durare molto di più se si incontrano degli imprevisti di qualsiasi natura: naturale, umana, tecnica.

La rappresentazione dell’intervento extraumano negli ex voto bellici non è essenzialmente un ringraziamento per essere sopravvissuti alla guerra in generale, ma per essere sopravvissuti ad un evento specifico più pericoloso per la propria incolumità. La narrazione pittorica si ferma al limite dell’evento ritenuto personalmente miracoloso, mai alla soluzione della crisi a miracolo avvenuto. Inoltre possiamo dire che la preghiera, nel caso bellico è raramente raffigurata in essere, mentre compaiono mogli e parenti che pregano per il soldato (il miracolato) raffigurato, seppur in maniera minima rispetto agli ex voto civili: citiamo un solo esempio classico, quello del corpo disteso a letto, gravemente malato e al centro della scena, i familiari in ginocchio, oranti, nella parte destra del dipinto, e l’autrice del miracolo (la Madonna) che appare in una nuvoletta in alto a sinistra. La presenza fisica dell’ex voto in santuario, attesta che la preghiera ha funzionato, e l’ex voto rappresenta la testimonianza tangibile, esposta e resa pubblica del potere del miracolo su una persona precisa.

Gli ex voto esaminati, che insieme ai monumenti ai caduti, rappresentano rare e uniche testimonianze locali della Grande Guerra, sono solo una minima rappresentanza di quelli conservati in Canavese: questa ricerca si è limitata per ora ad alcuni esempi della diocesi di Ivrea: al Santuario di Monte Stella (Ivrea), alla chiesa di santa Maria del Carmine di Samone (nei pressi di Ivrea), al santuario di Belmonte (Valperga, diocesi di Torino) e a due casi di ex voto particolari: una statua della Madonna al Santuario Mariano di Zinzolano (Bairo) e un altro analogo santuario campestre eretto come ex voto collettivo nella frazione Piane di Azeglio, dedicato alla Madonna di Lourdes.

Il bersagliere Costanzo.

Un interessante ex voto di pittore ignoto, ci indica che siamo nel 1915. La Madonna nera d’Oropa intercede per il caporale dei bersaglieri Costanzo di Vische, salvandolo dall’esplosione di una grossa granata austriaca che uccide altri suoi commilitoni sullo sfondo, durante un sanguinoso assalto alle posizioni austriache: siamo in montagna e i Bersaglieri non hanno ancora in dotazione l’elmo metallico Adrian modello 1915 proveniente dalla Francia.

In alto a sinistra del dipinto c’è la Madonna nera d’Oropa, un culto molto radicato nel Canavese rivolto alla Madonna del più grande santuario mariano delle Alpi. Ancora oggi nel Sacello è custodita la statua della Madonna Nera, realizzata in legno di cirmolo da uno scultore valdostano nel XIII secolo.

Il manto blu, l’abito e i capelli color oro fanno da cornice al volto dipinto di nero, il cui sorriso dolce e austero ha accolto i pellegrini nei secoli. Secondo la tradizione, la statua venne scolpita da San Luca e portata da Sant’Eusebio dalla Palestina nel IV secolo, mentre fuggiva dalla furia della persecuzione ariana; adoperandosi per la diffusione della devozione mariana, Sant’Eusebio avrebbe nascosto la statua tra le rocce dove ora sorge la Cappella del Roc, costruita nella prima metà del Settecento dagli abitanti di Fontainemore, località valdostana ancora oggi fortemente legata al Santuario dall’antica processione che si snoda ogni cinque anni tra i monti che separano le due vallate (5).

Il mitragliere Boschetti.

In un altro ex voto vi è l’efficace rappresentazione del fuoco di fila dalla trincea italiana in cui vi è Edoardo Boschetti.

Essendo nell’attimo immediatamente precedente al miracolo, non possiamo sapere nel dettaglio cosa sta per succedere: di certo la Madonna nera d’Oropa sta vegliando sul committente insieme ai suoi commilitoni che costituiscono una squadra di mitraglieri.

Se si distingue bene il crestino degli elmetti Adrian modello 1915, appena arrivati per le truppe, il grigioverde delle uniformi modello 1909 (6) italiane è ben raffigurato, vi è qualche incertezza sulle due mitragliatrici incavalcate su affusto ed alimentate da munizionamento a nastro.

Di certo è in atto un attacco austriaco dai pendii prospicienti, si notano ancora distanti le fiammate delle esplosioni delle granate italiane del tiro di sbarramento che cadono in mezzo alla linea d’attacco, le due mitragliatrici hanno già aperto il fuoco, mentre in secondo piano un’ordinata fila di fanti ha i fucili pronti al fuoco, qualcuno sta già sparando perché il nemico (di fatto invisibile) ha raccorciato la distanza giungendo a tiro utile, prima dell’assalto finale alla trincea italiana. Siamo a qualche istante che precede il drammatico momento del contatto col nemico, probabilmente un furioso corpo a corpo, se vogliamo collocare l’evento raffigurato nella dinamica narrativa.

Quasi sicuramente le mitragliatrici raffigurano due Hotchkiss Mod. 1908/14 da 8 mm alimentate a nastro. Insieme alle St. Etienne, provenivano dalla Francia per la grande iniziale penuria di armi automatiche nel Regio Esercito, visto l’andamento consolidato del conflitto, attestato dal binomio trincea-mitragliatrice. L’ex voto è di pittore anonimo.

L’artigliere Getto e Pietro Burzio.

Un terzo ex voto proposto, di fattura mediocre, ribalta la legenda classica del dipinto perché l’elemento divino, la Madonna, è posta in alto a destra, ultimo tassello di lettura dell’azione che precede il dramma che visse Giuseppe Getto nel 1918. Da notarsi che questa non è una Madonna nera, ma la Madonna di Monte Stella di Ivrea. Giuseppe Getto era un artigliere, è raffigurato correttamente con le fasce mollettiere, le scarpe chiodate, il tascapane a tracolla, nella mano destra trattiene una sbarretta che non sembra alla baionetta d’ordinanza che era portata sul fianco sinistro, ma forse il percussore o un perno del pezzo d’artiglieria rozzamente raffigurato, probabilmente un 149 mm da campagna, viste le proporzioni. Sembra quasi alludere ad un incidente che mise in serio pericolo la vita dell’artigliere Getto (cognome tipico dell’eporediese) in un non meglio precisato luogo e giorno del 1918.

Per quanto riguarda Monte Stella e Samone, ma anche ad Oropa, vi si trovano ad esempio ex-voto di fattura immediatamente superiore alla norma che portano la firma «Mosca» sul dipinto e un timbro ad inchiostro sul retro della tavoletta.

Si tratta di lavori eseguiti dal professor Angelo Mosca che aveva lo studio da pittore a Ivrea in Corso Garibaldi al civico n. 8, stabile tutt’oggi esistente. Sempre a Monte Stella vi è tra l’altro un interessante ex voto relativo alla guerra Italo-Turca per il possesso della Cirenaica (Libia) che vi proponiamo.

L’evento è drammatico e sanguinoso: Pietro Burzio con il casco coloniale in testa, si trova a Derna con un commilitone, probabilmente vittime di un agguato, siamo all’epilogo di un feroce corpo a corpo con due «mori».

Il suo commilitone giace ai piedi del Burzio, sanguinante, non sappiamo se vivo o morto, vicino al corpo, anch’esso sanguinante e ricoperto di ferite, di un altro arabo. Il Burzio, probabilmente esaurite le munizioni del suo moschetto modello ’91, colpisce l’ultimo avversario con una baionettata al petto mentre questo tiene alla destra un fucile e alla sinistra una scimitarra puntata al volto del Burzio. Ma in quel momento «arrivano i nostri!»: dallo sfondo, da dietro una siepe di fichi d’india con i moschetti puntati, arriva un bel gruppo di fanteria italiana. Sullo sfondo le palme connotano bene la scena drammatica in territorio nordafricano.

Sul fatto di sangue campeggia la Madonna Nera di Oropa, singolarmente accomunata nel colore della pelle ai due «mori». In basso a sinistra la firma «A. Mosca».

Francesco Grosso nell’assalto alla trincea austriaca.

Per quanto riguarda la Grande Guerra, di Angelo Mosca forniamo un altro esempio. Siamo di fronte ad un ex voto tra i meglio contestualizzati, per via della località e della data dell’avvenimento.

È un assalto ad una trincea austriaca, dove si scorgono due occupanti, a sinistra, con uniforme più grigia (feldgrau) e stanno cadendo sotto i colpi degli italiani. Francesco Grosso imbraccia il fucile e sembra il primo ad assaltare la trincea.

Ha la baionetta innestata su un impreciso mod. ’91, l’Adrian con il crestino e il soggolo, il tascapane a tracolla, la fondina della baionetta ovviamente vuota. Siamo tra il 1° e 2 novembre del 1916, in piena IX Battaglia dell’Isonzo (31 ottobre – 4 novembre 1916), alcuni battaglioni del 13° fanteria Pinerolo rompono le difese nemiche conquistando e mantenendo posizioni all’interno del bosco del Veliki Hribach; tali conquiste mettono in crisi la difesa anche del vicino Volkovnjak che cade in mano italiana il 3 novembre.

Unico dubbio le mostrine dei due fanti in primo piano: la posizione venne presa dalla brigata di fanteria Pinerolo e dal 73° Battaglione Lombardia, mentre le mostrine sembrano apparentemente a quelle del 41° Fanteria Modena che però non risulta presente in quell’azione.

Ma ad un’analisi più attenta ci troviamo di fronte alle mostrine della Brigata Toscana: infatti questa brigata nel settembre del 1916 torna in linea sul Veliki e sul Pecinka per la VII battaglia dell’Isonzo (14-17 settembre 1916), partecipando alla conquista di importanti posizioni. Il 1° novembre attacca e conquista la cima del Veliki, durante la IX battaglia dell’Isonzo (1-4 novembre 1916), e sullo slancio prosegue la marcia verso il dosso Fajti, raggiunto il giorno 3 dopo aver fatto 1500 prigionieri. Un poderoso contrattacco austriaco, che tentava di recuperare il terreno perduto, ferma l’avanzata dei fanti della Toscana.

Tra le cime del monte conteso emerge la Madonna di Monte Stella. E terminiamo, ancora con il pittore Mosca, con questa bella immagine di Alpini impegnati in una difficile ascensione tra le nevi di ottobre.

Il mattino del 10 ottobre (la data riportata sull’ex voto), dopo la preparazione di artiglierie e bombarde che durò tutto il pomeriggio del 9 e la mattina del 10 ottobre, fu dato il via una nostra nuova azione offensiva.

Vi parteciparono alcune unità della II Armata, con l’intento di allargare la nostra occupazione sulle alture ad oriente della Vertoibizza (nella zona di Gorizia), e le truppe della III Armata, che dovevano completare l’assalto della linea nemica sul Carso, parzialmente conquistata con gli attacchi di settembre.

Ad Oriente di Gorizia, dopo adeguata preparazione delle artiglierie, le nostre truppe s’impadronivano il 10 dell’altura di quota 95, a sud-est di San Pietro, e ponevano piede sul costone di Sober.

Nelle giornate dell’11 e del 12 violenti contrattacchi nemici furono respinti dalle fanterie della brigata Treviso (115° e 116° reggimento) e del 7° reggimento Cuneo, con perdite per l’avversario tanto gravi che sul fronte di un solo battaglione furono accertati 400 cadaveri nemici (il 50% della forza).

Il giorno 13, la nostra occupazione fu estesa a tutto il costone del Sober. La difesa di Novavilla era stata rafforzata dal nemico e costituiva una vera cittadella, irta di mitragliatrici. Erano anche state potentemente accresciute le difese dell’altura di quota 208 nord.

Nel pomeriggio del 10 ottobre, accertati gli effetti efficaci del nostro fuoco di artiglieria e bombarda, le fanterie della III Armata assalivano e conquistavano tutta la linea nemica nel tratto di fronte tra il Frigido e la quota 208 sud: Novavilla e le alture attorno alla quota 208 furono conquistate dopo lotta particolarmente accanita.

All’assalto del Veliki Hribach, la medesima zona del precedente ex voto analizzato, andavano questa volta quelli della I brigata bersaglieri (gen. Montanari) trascinandosi un battaglione di fanteria del 78° già in postazione. Nell’oscurità non venne rintracciato il battaglione nella posizione in cui era segnalato e si dovette aspettare fino al mattino. Sotto il tiro avversario che annientava i reparti venne infine l’ordine di attaccare poiché la cima era considerata sgombra in quel momento. Il gen. Montanari si rese subito conto che quella era una informazione sbagliata, i portaordini della prima linea erano stati tutti falciati e molti reparti erano rimasti quindi privi di informazioni e ordini, ma non si poteva contraddire l’ordine. Il risultato fu la perdita di 700 uomini. Più a sud, nostri reparti riuscivano a spingersi sino alle prime case di Jamiano; ma, sottoposti a intenso fuoco di artiglieria, dovettero poi ripiegare. Si inserisce qui il caso del 47° che spingendosi in avanti restò isolato scoprendo i fianchi della brigata Modena. Ne seguì un’inchiesta che non fece che accrescere il malumore nelle unità. Non abbiamo altre indicazioni dall’ex voto e quindi potrebbe trattarsi di questo settore o di un altro settore d’alta montagna ove il 10 ottobre del 1916 non era successo nulla di particolare se non l’intercessione della Madonna di Monte Stella per evitare che l’Alpino G. G. si sfracellasse precipitando dalla montagna.

Note

1. Alessandro Campus, «Ex voto», voce dell’Enciclopedia Treccani, in: www.treccani.it

2. Michel Mollat, Les ex-voto maritimes, «Bulletin de la Société Archéologique du Finistère», 1973, 21.

3. Fabrizio Dassano, Padre Ilario Monti: un domenicano di Tonengo di Mazzè a Smirne, Vialfrè Canavese, 2004.

4. Luigi  M. Lombardi Satriani, Dolore, sangue e cognizioni dell’eterno, in A. Buttitta, Gli ex voto di Altavilla Milicia, Palermo, Sellerio, 1983.

5. Camillo Sormano, voce «Oropa», Enciclopedia Treccani, 1935 – XIII

6. La data di nascita per l’uniforme grigioverde nel regio Esercito è duplice: il 4 dicembre 1908 con circ. n° 458 del Giornale Militare venne prescritta la nuova tenuta per gli ufficiali ed il 22 settembre 1909 con circ. n° 386 venne estesa ai sottufficiali e militari di truppa.

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