Fabrizio Bacolla

Curiosità Storiche di: Fabrizio Bacolla

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LA STORIA NELLE INSEGNE

caffè garibaldi

Insegne di lamiera dipinta o più anticamente affrescate sui muri, fino ad arrivare a quel “gaz che gl’illumina” ed infine all’energia elettrica; ricche di elementi decorativi pittoreschi nella loro composita semplicità, accoglievano i molti clienti di passaggio, a piedi o a cavallo, in tempi in cui viaggiare rappresentava veramente un’incognita. Da quei primi avvisi ai soldati dei reggimenti delle Guardie Piemontesi del 1688, a cui era riservato un trattamento giornaliero di una libbra e mezza di pane, una di carne, o equivalente nei giorni di magro, una pinta di vino e “fuoco e lume quando l’hoste li terrà accesi” ai programmi degli alberghi nel 1895 con soggiorno di due o tre giorni comprendenti “cena, camera, lumi e servizi” la sera dell’arrivo, l’indomani colazione con “caffè, panera e paste” e “dejeuner freddo, viaggio e cena con camera” al ritorno, i “Posti di Ristoro” si evolvono migliorando la loro immagine e i relativi servizi resi. Nel 1830 un editto reale comminava una multa di venti lire a “Tutte le Insegne e gli scritti informi e peccanti di errori in lingua”. Il Piemonte si preparava a diventare Italia e si sforzava anche di imporre l’italiano al posto del dialetto. Nonostante la multa, per moltissimi anni ci furono insegne a Torino che, tradotte ad orecchio, continuarono ad essere curiose, paradossali o a volte ridicole. Vi erano i “Tomini alla Fiore”, per dire formaggette di panna o i “Peperoni in Salamoia” (Povron a meuij), spesso tradotti in “Poveroni  Ammogliati”, sia pure con divertita ironia. Nel 1835 l’insegna dell’Albergo dell’Amicizia, a Sassi, recitava così: “Qui si fitta somare per Superga – Trattoria del pesce buon vino e buon ristoro e pesci vivi”. Nel 1861, in Borgo Nuovo, vi era una bottiglieria con questa insegna: “Vini forestieri e esteri e del botale”, mentre la Bottiglieria San Luca garantiva l’aceto come “Accetto puro vino”. In corso San Maurizio c’era una mescita che annunciava: ”Vendita di vini da esportarsi al minuto”.

 

Non si ha notizia precisa del primo, o dei primi, ristoranti aperti in Piemonte. E’ probabile che i “Posti di Ristoro” siano nati a poco a poco dalla trasformazione delle locande in locali adatti esclusivamente alla consumazione di un pasto verso la fine del Settecento, come del resto avvenne in tutta Europa. All’inizio del secolo scorso, i termini “Caffè” e “Ristorante” erano praticamente sinonimi: vi si poteva sia sostare per un caffè, un aperitivo, per la lettura di un giornale, sia per un pranzo o una cena. Per l’individuazione degli antichi Alberghi invece è indicativo il cavallo. Fino all’Ottocento infatti, molte stazioni di cambio dei cavalli dei corrieri e delle diligenze, che funzionavano anche da locande e trattorie, si chiamavano “Cavallo Bianco” o “Cavallo Grigio”. Qua e là questi nomi sono rimasti, per lo più ad indicare gruppi di case dove ora al massimo c’è un distributore di benzina. Lo scrittore e viaggiatore francese Barzilay, compila, nel 1823, il “Dictionnaire Géographique et Despriptif de Italie”, dove consiglia ai viaggiatori francesi che si inoltrano in Piemonte i seguenti alberghi e locande: ad Alessandria i ”Tre Re” e “L’Auberge D’Italie”; ad Asti la “Rose Rouge” e “Le Lion D’Or”; a Casale Monferrato i “Tre Re”; a Cuneo “La Posta”; a Novara i “Tre Re”, il “Pesce D’Oro” e il “Falco”; a Novi Ligure “L’Auberge Royale”; a Susa “La Posta”; a Torino “L’Universo”, “L’Hotel D’Italie”, la “Bonne Femme”, “L’Europe” e “Les Deux Beufs-Rouges”; a Tortona “La Posta”; a Vercelli “Le Lion D’Or” e i “Tre Re”. Insomma, una miriade di locande, trattorie, cantine, che raccoglievano quotidianamente clienti dei ceti più disparati, all’ombra estiva di una pergola, oppure d’inverno, nelle sale fumose con piatti fumanti , sotto insegne che evocavano attività, luoghi e guerre lontane, magici poteri scaramantici dei numeri, ricchezze o chissà quali misteriosi capricci del caso. Tra i tanti vi erano: “La Barra di Ferro”, a Cuneo, di cui erano clienti Vittorio Emanuele II, Umberto I, la regina Margherita, re Leopoldo del Belgio, Urbano Rattazzi, Garibaldi, Alfonso Lamarmora, Crispi, Cairoli, Massimo D’Azeglio, Cavour, Giolitti e Achille Rattazzi, futuro Pio XI.  L’Albergo Stella D’Oro”, a Torino, in Contrada dello Studio, attuale via San Francesco D’Assisi, dove il 25 novembre 1808, fu presentata per la prima volta la maschera di Giandoja; il “Sollazzo Gastrico”, in via Palazzo Di Città, frequentato da artisti e giornalisti; il “Cannon D’Oro”, a Cocconato, frequentato da Carlo Alberto; la “Provianda”, locanda frequentata da Vittorio Emanuele II a Porta Palazzo; il “Della Posta”, a Vercelli, frequentato da Calo Goldoni e soggetto di una sua Opera Teatrale; “Il Centauro”, osteria paterna di Francesco Tamagno (1851-1905), in Borgo Aurora, vicino a Porta Palazzo, dove da ragazzo il celeberrimo tenore faceva il carrettiere per il trasporto del vino e cantando per diletto svelò la sua possente voce che ne fece uno dei cantanti più vigorosi e noti dell’Ottocento, applaudito in tutto il mondo. Vi erano inoltre “Albergo Del Gallo”, “Albergo Delle Tre Corone” (in Cantone Santo Stefano), “Luna Nuova” e “Luna D’Argento” nel periodo Napoleonico. E ancora, “Alla Grotta”, “Capannina”, “Cuccagna”, “Cucco”; “Apparizione”, “Oriente”, “Aquila Nera”, “Dell’Angelo”, “Cavallo Rosso”, “Albero Reale”, “Tre Citroni”, “Malpensà”, “Pigna D’Oro”, “Ricetto”, “Adua”, “Cavallino Bianco”, “Zuavo”, “Tripoli”, “San Giovanni”, “San Giorgio”, “San Rocco”, “San Marco”, “Della Pace”, “Unione”, “Bersagliere”, “Roma”, “Milano”, “Italia”, “Stella D’Italia”, “Vittoria” e molti altri ancora.

 

A Torino, un assiduo cliente del “Caffè del Centro”, in Piazza Castello, era Filippo Juvarra, che sedeva in democratica cordialità con la sua piccola corte di artisti, distinguendosi per la sua elegantissima parrucca bianca e il suo ricercato abito abaziale. Durante almeno tutto il Settecento, al Teatro regio di Torino era aperta una “Bottega del caffè”, che distribuiva durante gli spettacoli e le prove anche pane, vino e “merende”. Quando il Carignano non era ancora un bel teatro di prosa ma solamente la “Sala del Trinchetto”, dove oltre a recitare commedie, si davano spettacoli di varietà e si facevano giostrare i cavalli nelle sere di Carnevale del 1710, i camerieri del “Palazzo del Cambio” portavano frequentemente “acque e confeture, otto orzate, due portugalli, quattro sorbetti, otto dozene biscuit, tre tazze cioccolato grosse, pertiche confiture seche, un pacheto marroni, quattro caffè e un rosolio”. Il “Ristorante del Cambio”, infatti, come lo conosciamo oggi, fu aperto solo nel 1842 e il “Tetro Carignano” nel 1753. Nell’Ottocento c’era Il “San Filippo”, chiamato anche “Caffè del Silenzio”, dove si diceva che “si poteva anche far testamento senza perdere il filo dei suoi legati”, il “Piemonte”, che aveva ben dodici biliardi e la specialità di certi salamini che intorno al 1825 erano, si dice, la delizia di un gruppo di fedelissimi clienti come Carlo Boucheron, Luigi Cibrario, Lodovico Sauli, Federico Sclopis, Costanzo Gazzera e Cesare Alfieri. Al “Mulassano” vi sostava volentieri Maria Callas e al “Baratti & Milano” Pietro Mascagni e Guido Gozzano, al “San Carlo” invece, Crispi convinse la sinistra ad intervenire in Africa, Gramsci ebbe l’idea di fondare “L’Ordine Nuovo” e l’avvocato Benvenuto di San Giorgio Canavese beveva il “bicerin”. Questo ne era talmente un gran consumatore, che per divertimento compose addirittura una quartina: “Tempo verrà ch’io sia ministro, e mangiando capponi, farò trarre al capestro, chi mai m’avrà pagato bicerini”. Nel 1843 un padre scrisse alla polizia una lettera anonima informandoli che al primo piano di un palazzo a Porta Nuova dove vi era il “Caffè Gianoglio”, si praticava il gioco d’azzardo. Il comandante di sezione sa già tutto, ma tollera. L’insegna più curiosa era quella del “Caffè Moka”, su cui ogni lettera era scritta su un lato di una lampada girevole a otto facciate, così si poteva leggerne il nome in modi diversi, tra cui “Femokaca”. Ed infine una storia nella storia: un giovane commesso di drogheria originario di Murisengo, nell’alessandrino, riusciva a comprare nel 1894, con un capitale di 50 lire prestatogli da una Società di Mutuo Soccorso, un negozietto a Torino che era fallito in via San Tommaso angolo via Barbaroux, e qui incominciò a preparare le proprie miscele di caffè. Il suo nome era Luis Lavazza e il resto della storia la conosciamo tutti.

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