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Da sinistra il garibaldino Carlo Brida. Rassegnò le dimissioni dall’esercito piemontese per unirsi ai volontari che seguirono Garibaldi. Morì per malattia nella campagna del 1866 a Monticelli d’Ongina (da Galleria risorgimentale canavesana, quadreno n. 4, Sasac, Ivrea 1963) • Giovanni Antonio Destefanis in alta uniforme. Nacque a Castellamonte il 18 luglio 1832 da una famiglia originaria di Ronco. Terminata la spedizione al seguito di Garibaldi fu inquadrato nell’esercito regolare e proseguì la sua carriera militare (ritratto conservato dalla pronipote Catterina Destefanis) • Carlo Vittorio Grosso nacque a Cuorgné il 4 dicembre 1842. Morì, non ancora diciottenne, poco prima della battaglia del Volturno (da I Mille di Marsala, album fotografico di Germano Bevilacqua)
Carlo Brida, Giovanni Antonio Destefanis e Carlo Vittorio Grosso

La spedizione dei Mille. I canavesani a fianco di Garibaldi

volontari che salparono da Quarto la notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 per seguire Garibaldi, ufficialmente – come risulta da vari studi – furono 1089.

Fra essi c’erano anche Menotti Garibaldi, figlio primogenito di Giuseppe e Anita, e una donna francese, Rosalia Montmasson, l’amante di Crispi.

Molti avevano meno di vent’anni. Appartenevano a vari ceti sociali (283 erano operai-artigiani, 253 intellettuali, 203 possidenti, 203 militari) e tutti erano animati da ideali patriottici.

Alcuni, quindici, divennero poi generali dell’esercito regolare italiano e due (Crispi e Cairoli) Primo Ministro.

Dei Mille ben 443 provenivano dalla Lombardia e solo 30 dal Piemonte; di questi, sei dalla provincia di Torino.

Alla spedizione il Canavese contribuì con tre volontari: Carlo Brida (che però non compare nell’elenco ufficiale dei 1089), Carlo Vittorio Grosso e Giovanni Antonio De Stefanis.

Carlo Brida nacque a Ivrea nel 1824 da Michele e Agata di San Martino. La sua era una nobile famiglia canavesana di Lessolo, originaria di Brosso.

Prestava servizio nell’esercito piemontese, come maggiore di cavalleria, carica da cui rassegnò le dimissioni per unirsi ai volontari che, in un secondo tempo, raggiunsero Garibaldi. Diventa aiutante di campo del generale e Alexandre Dumas (1), nel suo diario sulla spedizione, lo ritiene – erroneamente – morto nella battaglia di Milazzo.

Dumas, infatti, racconta: “Il generale Garibaldi si mise alla testa dei carabinieri genovesi… ma sulla strada trovarono una batteria di cannoni…

(..) Missori e il capitano Statella si inoltrarono allora sulla strada con una cinquantina di uomini; Garibaldi si mise alla loro testa e guidò la carica. A venti passi il cannone caricato a mitraglia fece fuoco, accompagnato da una fucileria. L’effetto fu tremendo: rimasero in piedi solo cinque o sei uomini. A Garibaldi furono strappati la suola dello stivale e lo sperone; il suo cavallo, ferito, si imbizzarrì, e dovette abbandonarlo con il revolver nelle saccocce.

Il maggiore Brida e il suo trombettiere venivano uccisi accanto a lui; Missori cadeva sotto il cavallo, colpito a morte da un biscaglino; Statella restava in piedi in mezzo a un uragano di mitraglia; tutti gli altri erano morti o feriti”.

Per sua fortuna, il maggiore Brida venne solo ferito ad un braccio. Egli divenne poi tenente colonnello dei Cavalleggeri di Saluzzo e morì, per malattia, nella campagna del 1866 a Monticelli d’Ongina (Piacenza).

Di Carlo Vittorio Grosso si sa poco o nulla. Figlio di Carlo Grosso, di professione scritturale, e di Rosa Leale di Novi Genovese nacque a Cuorgné il 4 dicembre 1842.

Nel 1860 si trovava a Genova dove era emigrato coi genitori.

Partì coi Mille da Quarto e fu al seguito della spedizione sino a Santa Maria Capua Vetere quando, non ancora diciottenne, a settembre, morì di tifo poco prima della battaglia conclusiva del Volturno.

Giovanni Antonio De Stefanis nacque a Castellamonte il 18 luglio 1832 da un’antica famiglia borghese originaria di Ronco Canavese (come si vede nell’ordine genealogico della famiglia). Abbandonò gli studi umanistici presso l’Università di Torino per arruolarsi nel regg. Piemonte Reale cavalleria. Partecipa alla campagna del 1859 e improvvisamente, verso fine anno – il 15 novembre – si dimette.

Nello stesso periodo altri soldati dell’esercito regio, vedi il Brida, risultano congedati per poi ritrovarli volontari nei Mille.

Erano agenti del governo Cavour per controllare le mosse di Garibaldi? O erano uomini inviati dal re come aiuto tecnico al generale per “legittimare” le imprese rivoluzionarie garibaldine in caso di successo?

I veri motivi forse non si sapranno mai. Sta di fatto che quasi certamente Giovanni De Stefanis partì da Quarto. Garibaldi lo assegnò al reparto Carabinieri Genovesi (militi armati di carabine) ed ebbe modo di mettersi in luce sin dalle prime azioni di guerra.

Dumas, della battaglia di Catalafimi, così descrive le disposizioni di Garibaldi:

“(..) Il colonnello Türr prenderà i carabinieri genovesi, ottimi tiratori armati di carabine svizzere, tra i quali servono come volontari dei giovani milionari. Questi carabinieri si disporranno su una distanza di mezzo miglio e formeranno un cordone di fucilieri destinati a impegnare gli avamposti…”.

Giuseppe Abba – uno dei Mille – assegna poi il merito di quella vittoria al coraggio di tutti i volontari ma soprattutto alle capacità operative dimostrate dai carabinieri genovesi.

Queste note storiche servono a convalidare quello che già si sapeva sul De Stefanis. Egli era stato arruolato nei carabinieri genovesi perché, provenendo da una famiglia agiata, aveva potuto procurarsi un buon fucile a canna rigata. Il suo fucile, ottimamente conservato dalla pronipote insieme ad altri cimeli, era la versione belga della carabina svizzera. Un’arma notevolmente precisa che il garibaldino ha saputo usare con coraggio e maestria dato che, per i fatti di Calatafimi e Palermo, gli fu assegnata una medaglia d’argento per merito di guerra e una decorazione della città di Palermo che lo volle onorare fra i suoi eroi.

Sempre per meriti venne promosso sottufficiale poi tenente e infine capitano. Terminata la spedizione fu inquadrato nell’esercito regolare e come capitano dei Lancieri di Firenze partecipò alla campagna del 1866 dove, ancora una volta, poté dimostrare il suo valore.

In località Torre di Versa (Friuli) il De Stefanis con il suo squadrone di lancieri caricò più volte le batterie austriache impedendo loro di aggiustare il tiro, salvando così una nostra colonna di fanteria trovatasi in posizione sfavorevole. Era il 26 luglio 1866 e per tale azione gli venne assegnata una seconda medaglia d’argento al valor militare. Proseguì la sua carriera militare e col grado di colonnello nel 1882 tornò a Firenze per assumere il comando del reggimento dei lancieri.

Partecipò anche alla prima guerra coloniale in Africa; nel 1894 passò in riserva col grado di maggiore generale diventando infine tenente generale nel 1903.    

Visse gli ultimi anni a Torino ove morì, a 87 anni, il 12 settembre 1919. E’ sepolto a Castellamonte nella tomba di famiglia.

Oggi i cimeli del generale sono gelosamente custoditi da una sua pronipote, Catterina De Stefanis (2).

La spedizione dei Mille e gli eventi storici che l’hanno determinata

Dalla metà del ‘700 e nel corso dell’800 in territorio italiano si creano le condizioni per l’affermazione di un movimento – particolarmente attivo in campo politico-intellettuale – che porterà al sorgere di uno Stato indipendente.

Con il Risorgimento, la futura nazione italiana doveva ritornare ad occupare quel posto, nello sviluppo del progresso umano, che già aveva nei secoli passati.

Il processo di unificazione avrebbe costituito una nuova realtà politica, sociale ed economica.

Fu così che intorno agli anni quaranta del XIX secolo una borghesia moderata impone ai sovrani assoluti (dei vari stati italiani) e alla vecchia nobiltà reazionaria il principio monarchico-costituzionale e, nello stesso tempo, riesce a controllare le masse popolari da tentativi rivoluzionari. In alcune regioni d’Italia, come Piemonte, Lombardia, Liguria e Toscana, dà anche l’avvio ad un progresso economico incentrato sulla modernizzazione dell’agricoltura, su nuove industrie (tessile in particolare) e sulla costruzione delle prime linee ferroviarie.

Il fine era la costituzione di un’unità economica in grado di contare in Europa.

Affinché tutto questo si potesse realizzare bisognava però liberarsi dal dominio straniero.

Nel 1848 scoppiarono diversi moti popolari rivoluzionari: insurrezione dei Veneziani, le Cinque Giornate di Milano, i moti nei Ducati di Parma e Modena e in Sicilia.

Si trattava di una lotta combattuta sia per cacciare lo straniero dall’Italia (gli Austriaci al nord, i Borbonici al sud) sia per cambiare l’ordinamento sociale.

I moti però fallirono per l’incapacità dei vari ceti (piccola e grande borghesia, operai, artigiani e contadini) di formare un unico blocco compatto.

Forze reazionarie soffocarono quindi sul nascere idee rivoluzionarie e democratiche in grado di portare ad un nuovo assetto politico ed economico.

A portare a termine il compimento dell’unità nazionale contribuirono tre grandi protagonisti del nostro Risorgimento: Mazzini, Cavour e Garibaldi.

Giuseppe Mazzini aveva una visione etico-religiosa della vita in cui la volontà divina si realizza attraverso due entità: Patria e Umanità. Egli sognava una guerra di popolo contro i governi assoluti. Secondo lui, doveva essere una rivoluzione di popoli a far nascere libere nazioni affratellate da comuni ideali di progresso e reciproco rispetto. Il suo pensiero, attraverso un grande impegno letterario e civile, diede impulso all’affermarsi di un nazionalismo romantico ove i concetti di nazione e libertà erano strettamente collegati.

Per Mazzini era sufficiente indicare al popolo l’obiettivo dell’unità, della repubblica e della democrazia affinché tutte le classi sociali concorressero per il raggiungimento dell’indipendenza.

In un secondo tempo si sarebbero affrontate le questioni sociali.

E per mantenere desti negli italiani questi concetti, nel 1831, fondò la Giovine Italia.

Camillo Benso, conte di Cavour, uomo pratico, realista e grande ministro, non era dell’idea che l’Italia si sarebbe fatta per virtù di popolo.

Le sue speranze poggiavano su tre basi: un buon lavoro diplomatico per cercare consensi in Europa, l’aiuto militare della Francia e l’annessione graduale di territori italiani al Regno sabaudo.

Per seguire il suo programma si impegnò in politica interna ed estera; all’interno del regno diede l’avvio ad una serie di riforme politiche ed economiche come la liberalizzazione degli scambi con l’estero e l’abolizione del dazio sul grano.

Le riforme servivano non solo a fare del Piemonte uno stato moderno ma anche a sottrarre iniziativa politica alle forze rivoluzionarie.

All’indomani della sfortunata spedizione di Sapri (3), Cavour promuove la fondazione e la crescita del movimento Società nazionale il cui programma era l’unità sotto la guida della monarchia costituzionale dei Savoia.

In politica estera Cavour, per risolvere il problema italiano, cercò l’appoggio di Inghilterra e Francia e nel 1854 accettò la proposta di Londra e di Parigi a partecipare alla guerra di Crimea (4).

Ciò permise al Piemonte di partecipare al congresso della pace di Parigi (1856) in cui il Cavour poté sottoporre all’attenzione delle potenze europee la questione italiana ed ottenere, con i successivi accordi segreti di Plombières, l’appoggio militare francese in caso di attacco da parte dell’Austria. Fu poi sufficiente un arruolamento di volontari nell’esercito sardo e la formazione dei Cacciatori delle Alpi, corpo militare agli ordini di Garibaldi, a far sì che l’Austria dichiarasse guerra. Ebbe così inizio, nel maggio 1859, la seconda guerra d’indipendenza, con Napoleone al fianco dei Piemontesi, al termine della quale la Lombardia fu annessa al Piemonte.

Mentre nel Nord d’Italia erano in corso vittoriose operazioni militari, nell’Italia centrale si verificavano diverse insurrezioni popolari con l’instaurazione di governi provvisori. A marzo dell’anno successivo,1860, si tennero poi dei plebisciti in Emilia e Toscana che sancirono l’annessione di quelle regioni ai Savoia. A questo punto il processo di unificazione sembrava inarrestabile. Il Partito d’Azione di Mazzini guardava al Meridione d’Italia e invocava Garibaldi affinché si ponesse a capo di una spedizione per annetterlo al Regno di Sardegna.

Garibaldi, impetuoso uomo d’azione, era tuttavia riflessivo e saggio e nel preparare le sue mosse ne valutava attentamente i rischi. Troppi, infatti, erano i movimenti di liberazione falliti. Egli si sarebbe mosso solo a condizione di una grande insurrezione popolare nel Sud. Per convincerlo i mazziniani continuavano a fomentare moti in tutta la Sicilia; il 4 aprile 1860 scoppia la rivolta a Palermo, ma è subito domata.

Intanto a Genova si radunano volontari e materiale. Il capo dei Mille si procura un migliaio di vecchi fucili dalla Società nazionale e un centinaio di pistole arrivano dal colonnello Colt.

Con l’aiuto di Bixio si impadronisce di due piroscafi a pale di duecento tonnellate di stazza: il Piemonte e il Lombardo.

Vittorio Emanuele dà il suo consenso mentre Cavour, a malincuore, lascia fare non potendo fermare il generale con la forza, data la sua grande popolarità.

A vincere le perplessità di Garibaldi ci pensa il mazziniano Francesco Crispi il quale il 30 aprile gli fornisce false indicazioni su sollevazioni al Sud.

La spedizione ha inizio e nella notte tra il 5 e 6 maggio 1860 si salpa da Quarto, nei pressi di Genova.

Non tutto fila liscio. Al momento di partire non ci sono munizioni perché i depositi sono stati saccheggiati; ma Garibaldi non si ferma. Il viaggio ha due soste: la prima per rifornirsi di carbone e la seconda a Talamone. Qui si convince il comandante del forte di Santo Stefano a concedere le munizioni necessarie e si lascia sbarcare un gruppo di repubblicani che non accetta il programma monarchico, fermamente e lealmente dichiarato dal generale: “Italia e Vittorio Emanuele”.

Non si conosce il punto di approdo in Sicilia perché dipende dai moti rivoluzionari in atto, in quel momento, sull’isola.

I garibaldini inseguiti da due navi da guerra napoletane al largo di Marsala, con l’aiuto dei marinai di due pescherecci, riescono a sbarcare prima che queste aprano il fuoco.

Una volta a terra, marciano verso l’interno in direzione di Palermo e a Salemi, il 14 maggio, Giuseppe Garibaldi assume la dittatura dell’isola “nel nome di Vittorio Emanuele II re d’Italia”.

Il 15 maggio, a Calatafimi, avviene il primo durissimo scontro coi Borbonici. Questi sono attestati su di un poggio e le Camicie rosse, per averne ragione, devono risalire, una dopo l’altra, sette distinte terrazze in una disperata lotta alla baionetta.

Qui si compie il destino della spedizione. «Qui si fa l’Italia o si muore» pare abbia detto Garibaldi per incitare i suoi. L’esito vittorioso dimostra che i napoletani possono essere battuti e si crea il mito dell’invincibilità di Garibaldi.

Alcuni giorni dopo, anche Palermo insorge. Intanto dal continente arrivano rinforzi con due spedizioni di volontari, quelle di Medici e di Cosenz. Ma erano soprattutto le squadre di giovani locali (i picciotti) a ingrossare l’esercito garibaldino.

La gente accorre perché Garibaldi abolisce le tasse sul sale e sulla pasta e promette di distribuire la terra ai contadini.

Il popolo siciliano però, chiede pane e una guerra degli oppressi contro gli oppressori, grandi e piccoli, presenti sia a corte che in ogni città e paese.

Ben presto Garibaldi capisce di non poter far fronte alle rivendicazioni contadine e per portare a termine la sua missione deve sciogliere le squadre di picciotti e costituire al loro posto una Guardia nazionale di estrazione borghese a salvaguardia della proprietà e degli equilibri sociali esistenti.

Affidato a Crispi il governo provvisorio dell’isola, muove quindi alla volta di Messina ove si sono attestate le truppe borboniche in ritirata.

Il 20 luglio, dopo una caparbia battaglia di otto ore, batte ancora il nemico a Milazzo; seguono le capitolazioni delle fortezze di Messina, Siracusa e Augusta.

Tutta la Sicilia ora è libera dai Borbonici e Garibaldi, con un esercito di più di 20.000 uomini, attraversa lo stretto per risalire rapidamente la penisola. Il 7 settembre entra indisturbato a Napoli accolto da una folla in delirio mentre Francesco II si rifugia nel forte di Gaeta.

Cavour, preoccupatissimo, per salvare i suoi delicati equilibri diplomatici, è deciso a fermare Garibaldi ad ogni costo, prima che arrivi a Roma (5). Convince perciò Napoleone ad accettare l’intervento dell’esercito piemontese.

Questo dopo aver invaso le Marche e sconfitto l’esercito papalino a Castelfidardo (18 settembre) punta a sud per sbarrare la strada per Roma. Garibaldi, dal canto suo, ottiene ancora una importantissima vittoria al Volturno (1-2 ottobre) e dopo aver indetto il plebiscito del 21 ottobre che stabilisce l’annessione del Meridione al Piemonte, per evitare uno scontro fratricida, va incontro al re a Teano (26 ottobre) e mette nelle sue mani tutto il Mezzogiorno d’Italia.

Il 7 novembre Vittorio Emanuele II entra in Napoli a fianco del generale e il 17 marzo 1861 il Parlamento Subalpino lo proclama re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione.

Note

1. Alexandre Dumas padre (autore di romanzi famosi quali I tre moschettieri e Il conte di Montecristo) tra il 1860 e  il 1864 fu al seguito di Garibaldi e in un diario ne narrò le gesta.

2. Sono conservati:

– il fucile; come già detto è la versione belga del mod. 1853 della carabina svizzera.

– una baionetta a manicotto e ghiera con lama triangolare, per il fucile.

– la pistola. E’ una rivoltella a spillo, anch’essa belga (Mariette-Liegi).

– la sciabola. E’ una sciabola da lanciere borbonico ed è sicuramente una preda bellica del generale.

– un ritratto ad olio, ovale, che ritrae il De Stefanis in alta uniforme.

– un medagliere costituito da tre croci e cinque medaglie: la Croce di Commendatore della Corona d’Italia, la Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro e la Croce d’oro per anzianità di servizio (onorificenze avute probabilmente all’atto del congedo nel 1903); due medaglie d’argento commemorative: una con  immagine di Vittorio Emanuele II e la scritta “Guerre per l’Indipendenza e l’Unità d’Italia”, l’altra con immagine di Umberto I e la scritta “Unità d’Italia 1848-1870”; e in particolare le due medaglie d’argento al valor militare di Calatafimi (con la scritta “Campagna dell’Italia Meridionale 1860”) e di Torre di Versa e infine la medaglia d’argento della città di Palermo recante le scritte “Ai prodi cui fu duce Garibaldi” e “Il municipio palermitano rivendicato MDCCCLX”.

3. Carlo Pisacane nel 1857, sperando di far leva sulle masse contadine, progettò una insurrezione nel Mezzogiorno. Con una ventina di compagni sbarcò nell’isola di Ponza e liberò i detenuti politici dalle galere borboniche. Quindi alla testa di 300 uomini il 28 giugno 1857 approdò a Sapri ove, secondo accordi con democratici napoletani, doveva essere in atto una sollevazione di popolo che non ci fu. Ad aspettarli c’erano invece i fucili dei soldati borbonici e le falci dei contadini. Infatti le autorità borboniche e una parte di clero fanatico erano riusciti ad annunziare in tempo a soldati e popolazione lo sbarco di ergastolani evasi, pronti ad uccidere e saccheggiare. Furono tutti trucidati (Carlo Pisacane si uccise).

4. Inghilterra e Francia erano accorse in aiuto alla Turchia in guerra con la Russia allo scopo di frenare le mire espansionistiche di quest’ultima potenza.

5. Il 22 settembre 1860 Cavour perentorio scrive al Nigra: “…se Garibaldi persevera nella via funesta nella quale si è imbarcato, entro quindici giorni noi andremo a ristabilire l’ordine a Napoli e a Palermo, anche se bisognasse per questo gettare tutti i Garibaldini in mare”.

Bibliografia essenziale

– Angelo Paviolo, Canavesani tra gloria e oblio, Vol. II, Lions Club Alto Canavese.

– Antonino Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, Edizione anastatica Libreria Antiquaria Raffaele Sitzia, Ivrea 2002.

– Germano Bevilacqua, I Mille di Marsala – album fotografico, Manfrini Editori, Trento 1985.

– AA.VV., Galleria Risorgimentale Canavesana, Quaderno n° 4, Società Accademica di Storia ed Arte Canavesana, Ivrea 1963.

– Alexandre Dumas, I garibaldini, Editori Riuniti, 1959.

– Alexandre Dumas, Viva Garibaldi – Odissea nel 1860, Einaudi, Torino 2004.

– Giuseppe Abba, Notarelle di uno dei Mille.

– Enciclopedia Militare, Casa Editrice Il Popolo d’Italia, Milano.

– Roberto Damilano, Canavesani con Garibaldi da “Il Canavesano 83”, Enrico Editore, Ivrea/Aosta 1983.

– Roberto Damilano, Giovanni De Stefanis, uno dei Mille in “Diana-ARMI”, 1979.

Ringraziamenti

Esprimo la mia gratitudine alla signora Catterina De Stefanis (pronipote di Giovanni Antonio De Stefanis), alla  professoressa Cecilia Genisio, alla dottoressa Francesca Rocci (responsabile della biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino), al signor Michelangelo Martinelli e al professor Angelo Paviolo che, in vari modi, mi hanno aiutato nelle ricerche e nella stesura dell’articolo.

Articolo tratto dalla Rivista Canavèis

Flavio Chiarottino

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