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Soldati polacchi a La Mandria

La Spagnola raccontata dai periodici canavesani di cent’anni fa

E’ sicuramente un approccio particolare quello di chi, come nel caso specifico lo scrivente, si proponga di dedicarsi alla ricerca di “indizi” sulle modalità socio-sanitarie con cui i nostri antenati canavesani  affrontarono  circa un secolo or sono una situazione per certi versi simile all’attuale, allora denominata “spagnola”.                                                              


Gioca un ruolo indiscutibile, direi, la dose di “senno di poi” che rischia di fungere da tribunale dirimente nel valutare il comportamento dei predecessori, anche quando la prospettiva storica consiglierebbe  maggiore elasticità di giudizio.  

Detto questo,  mi propongo di accompagnarvi, limitando al massimo le valutazioni personali, in una “esplorazione” del biennio 1918-1919 attraverso le colonne dei due settimanali editi ad Ivrea in quel periodo straordinario, che vide coincidere la conclusione del primo conflitto mondiale  con le diverse  fasi di una epidemia che finì per rivelarsi altrettanto micidiale.

La Sentinella del Canavese”, il “più antico e più diffuso periodico del Canavese e della Valle d’Aosta”, giunto al XXVI° anno di pubblicazione, costava 10 centesimi la copia, usciva il venerdì e la tiratura dichiarata in quel periodo era di 6000 copie. Leggendo con molta attenzione, si può rintracciare il nome del gerente responsabile, Giuseppe Devalle; mentre sembra chiarissimo che il periodico vedeva la luce nello Stabilimento Tipo-Litografico Commerciale Lorenzo Garda in Ivrea,  “provvisto di macchine e caratteri moderni”, nei quattro esemplari del gennaio 1918 non figurava in alcun modo il nome del Direttore responsabile. La stessa cosa, per motivi diversi, poteva dirsi della concorrenza, in quel momento rappresentata dal “Canavesano”:  un settimanale edito ad Ivrea, in vendita dal venerdì al costo di 10 centesimi, sottotitolato “Periodico degli interessi del Canavese e della valle d’Aosta – Organo dell’Unione Democratica Canavesana”.   Giunto al XXII° anno, aveva un gerente responsabile nella persona di Giuseppe Colosso e  veniva  stampato in Corso Cavour 5 dalla Tipografia Mazzone.  Nessuna indicazione sulla tiratura.                                                         

Erano entrambi soggetti alla censura preventiva, che venne gradualmente abolita dopo le conclusione delle ostilità e alle prese con pesanti limitazioni sul quantitativo di carta disponibile, per cui non di rado non potevano offrire ai lettori le abituali quattro facciate. Poiché le notizie dal fronte, quelle nazionali, le corrispondenze dal territorio occupavano le prime due, ciò determinava la rinuncia all’abituale contenuto della terza e quarta facciata, vale a dire quelle prevalentemente dedicate alle inserzioni economiche, le quali facevano spesso ricorso ad “illustrazioni”   assai pittoresche che la parte prettamente giornalistica ignorava completamente. Possiamo chiederci se siano stati questi i motivi  per cui un articolo vero e proprio, avente come oggetto l’epidemia influenzale, non si può trovare né nel 1918 né nel 1919, tanto sulle colonne della “Sentinella” (che per scrupolo cronachistico erano sei) quanto su quelle del “Canavesano” (quattro). Intendiamo un testo in qualche modo paragonabile  con quelli che oggi occupano la maggior parte della carta stampata in Italia, con analisi della situazione, individuazione di eventuali responsabilità, ipotesi sul futuro. 

La libertà della stampa italiana in quel particolare contesto aveva limiti così marcati che, ragionando col metro di oggi, ci rifiuteremmo di definirla tale.  E tuttavia qualche spunto interessante credo si possa trovarlo tra questi fogli assolutamente privi di fotografie e di titoli a tutta pagina, con articoli spesso non firmati e corrispondenze dal territorio canavesano siglate in modo criptico o fantasioso. 

La spagnola

Dicevamo del “senno di poi”: all’influenza fu dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu riportata dapprima soltanto dai giornali di quel Paese: la monarchia iberica, a differenza delle consorelle, aveva risparmiato al suo popolo  gli onori e gli oneri di un conflitto mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra; nei paesi belligeranti la rapida diffusione della malattia fu nascosta dai mezzi d’informazione, e se ne parlavano, la presentavano inizialmente come un’epidemia circoscritta alla Spagna. D’altro canto, noi sappiamo bene quello che i nostri predecessori scoprirono, con terrore, solo quando si trovarono nell’occhio del ciclone, vale a dire che mentre la maggior parte delle epidemie influenzali uccideva quasi esclusivamente pazienti anziani o già indeboliti,  al contrario, la pandemia del 1918 uccideva, nelle sue fasi acute,  prevalentemente giovani adulti precedentemente sani.

Superata la crisi di Caporetto, arruolati i “ragazzi del ‘99”, l’Italia stava per entrare nel quarto anno di guerra, con limitate prospettive che potesse essere l’ultimo.  

Se ci poniamo nella ricerca di informazioni correlate alla presenza (o meno) di una criticità sanitaria ad Ivrea ed in Canavese  nei primi mesi del 1918, andiamo incontro ad una – relativa – sorpresa.  Nel mese di marzo, dopo avere appreso che l’Esercito  aveva già stilato un calendario per esaminare ed arruolare i nati nel 1900 (il giorno 7 a Castellamonte, il 22 ad Ivrea), leggiamo sulla “Sentinella” :                                                           

“Il Sindaco avverte che con decreto prefettizio numero 36522,  Divisione Sanità, viene stabilito quanto segue: Il Prefetto della Provincia di Torino, ritenuto che nel comune di Ivrea si è accertata l’esistenza dell’infezione vaiolosa, ritenuta la necessità di mettere in attuazione tutti i mezzi profilattici per arrestare la diffusione dell’infezione medesima, considerato che migliore e più facile mezzo di profilassi pubblica è l’immunizzazione della popolazione mercé la vaccinazione di tutta la popolazione della località nella quale si manifesta la infezione vaiolosa; avuto il parere favorevole del Consiglio Sanitario Provinciale decreta: Nel Comune di Ivrea  è resa obbligatoria la vaccinazione di  tutta la popolazione. I contravventori sono puniti con la multa fino a lire mille e con l’arresto da un mese a due anni”.  

Il vaiolo, la peste, il colera…  Esperienze drammatiche, ma in qualche modo già assimilate ed affrontate da qualche anno, almeno in Europa, in modo “moderno” , coerentemente con quel mito del Progresso che fino allo scoppio del conflitto pareva la garanzia di un futuro radioso.  

Avvertito il problema, si dispose del rimedio: la vaccinazione e la sanzione per i “renitenti”. Deve aver funzionato; lo deduciamo consultando il “Canavesano” che pubblicava regolarmente gli Atti dello Stato Civile di Ivrea, mese per mese, con nascite (poche), matrimoni (pochissimi) e decessi.
 I dati sono assolutamente stazionari per i primi nove mesi dell’anno e per quel che riguarda i defunti oscillavano tra i 20 e 30; poiché venivano riportate le generalità individuali, si possono sommariamente monitorare le età e le provenienze e vi è sempre una percentuale minoritaria di soldati. Azzardiamo quindi che il vaiolo sia stato contrastato efficacemente e che l’influenza, che altrove stava già mietendo milioni di vittime, in Canavese non si fosse ancora drammaticamente manifestata.
Se i due periodici non ne parlarono, sembra  di poter dire, almeno a livello locale, che non fu in quel frangente per timore delle censura. 

Sul piano militare, l’estate del 1918 vide esaurirsi le offensive austriache sul Piave;  sul piano sanitario per comprendere che qualcosa stava cambiando bisognò attendere gli inizi di ottobre; anche la “Sentinella” da qualche mese pubblicava gli Atti dello Stato Civile di Ivrea e quindi venerdì 4 ottobre i lettori di entrambi i settimanali vennero a conoscenza (dai dati di settembre) che i decessi erano sostanzialmente raddoppiati (56); solo quelli del “Canavesano” però, curiosamente, poterono leggere quanto segue:

La sospensione delle lezioni e degli esami nelle scuole della provincia.

Con decreto primo corrente il prefetto della provincia, dietro autorizzazione ottenuta dal ministro dell’istruzione, in considerazione delle attuali condizioni sanitarie, ha sospeso fino a nuova disposizione, le lezioni delle scuole elementari e medie nella provincia. Tale sospensione non riguarda gli esami di licenza liceale, di Istituto tecnico normale e magistrale, che avranno luogo nei giorni prescritti.

Le due Redazioni non si permisero alcun commento; una settimana dopo entrambe (il “Canavesano” in prima pagina,  la “Sentinella” con la premessa che stiamo per proporvi), diedero però spazio al Sindaco di Torino.                                                                                                                                         

Crediamo bene far conoscere ai nostri lettori le norme di igiene individuale da osservarsi durante l’epidemia dell’influenza dettate dall’Ufficio municipale di igiene pubblica di Torino che il Sindaco senatore Frola ha fatto pubblicare sui giornali di detta città                                                        

1 Non derogare dal proprio tenore di vita. Inutili le pratiche per premunirsi ingoiando rimedi, pastiglie o altre sostanze. Inutile (se non dannoso) il tenersi purgati se il corpo funziona regolarmente.  Non intraprendere, senza necessità, lunghi viaggi in ferrovia
2 Tenere pulita la persona. Lavarsi sovente le mani e prendere bagni senza ricorrere a disinfettanti; il sapore e l’acqua sono i migliori detersivi della pelle. Portare le unghie corte. Lavarsi la bocca fregando con lo spazzolino i denti mattina e sera, risciacquarla con l’acqua, meglio se ossigenata. Potendo, non portare in casa gli abiti del lavoro. La lana e la biancheria a contatto della pelle siano ricambiati di sovente
3  Curare la nettezza dell’alloggio, tenerlo ventilato. In casa non si deve avvertire alcun odore. La cucina e la latrina siano i locali più puliti. Scopare e spolverare a umido. Nettarsi le scarpe prima di entrare in casa. Sbattere e spolverare i panni verso il cortile nelle ore consentite dai regolamenti.
4  Mangiare cibi per quanto è possibile semplici e cotti. Far bollire il latte. Lavare accuratamente la frutta e la verdura. Evitare eccessi nel mangiare e nel bere. I bevitori resistono poco alle malattie infettive.
5  Astenersi, se non per necessità, dal visitare malati, convalescenti o morti. Evitare gli agglomerati delle persone, per le strade sui veicoli e nei locali chiusi,  per non trovarsi a contatto con convalescenti i quali, parlando, tossendo o starnutando possono diffondere i germi dell’influenza.
6 Evitare di esporsi a correnti d’aria col corpo sudato. Non tenere il collo soverchiamente avvolto, né coprirsi oltre necessario (anche a letto) a scopo di precauzione
7  Nelle officine, nei laboratori, negli uffici ciascuno concorra al mantenimento della nettezza e della ventilazione di tutti i locali, specialmente degli spogliatoi, dei refettori e delle latrine. Non si sputi sui pavimenti e nelle scale. Chi dirige sorvegli sull’igiene interna e metta a disposizione dei dipendenti vestaglie, scope, segatura umida, sputacchiere, maschere.
8  Non si sciupi il denaro nell’acquisto di disinfettanti, specialmente di quelli che emanano odore (ipoclorito, solfo, creoline, lisoformi e simili), poiché non hanno alcun potere disinfettante. Dovendo disinfettare locali troppo affollati (sale d’aspetto,sportelli d’ufficio, spogliatoi,  refettori, ambulatori) si lavino le pareti, gli assiti, le panche, i pavimenti con soluzioni di sublimato al cinque per mille, ricordando che il sublimato è un potente veleno e che quindi deve essere affidato a persone che dia affidamento  di serietà nell’uso.
9 Chi avverte mal di capo, mal di gola, dolori articolari, malessere generale, brividi di freddo non persista lavorare, ma si corichi e chiegga tosto il medico. Chi è guarito non abbia fretta di alzarsi e uscire di casa, potendo ricadere con gravi conseguenze.
10 Durante la malattia si tenga la camera ventilata giorno e notte. La biancheria personale e da letto usate siano immerse in un mastello contenente sublimato al due per mille da tenersi nella stessa stanza del malato; quivi sia pure un catino con sublimato all’uno per mille per lavarsi le mani il medico e le persone di assistenza: queste ultime siano limitate al  puro necessario e indossino una vestaglia. Non ammettere parenti o amici a visitare, senza plausibile ragione, gli  infermi. A malattia finita,  coperte e materassi e guanciali siano esposti all’aria libera e la stanza ampiamente ventilata per alcuni giorni, anche durante la notte.                                                                

Nei casi gravi e se in casa non vi è comodità di assistenza, si ricorra agli ospedali dove si curano tanto i ricchi quanto i poveri”.

Se ne deduce che, per lo meno a Torino, fossero alle prese con una epidemia  di influenza; la “Sentinella”  dell’11 ottobre si distingueva dal concorrente perché fece  seguire alla “corrispondenza torinese”  questo testo: Riportiamo dalla Sentinella delle Alpi di Cuneo  “Contro l’influenza nuova”.                                                                                        

“Abbonato da anni al pregiatissimo suo giornale, fidente nella cortesia della S.V. domanda ospitalità alla presente mia pubblicazione che credo di utilità e giovamento al pubblico bene e al mio, non disgiunto specialmente da quello dei medici condotti. Ella sa che domina in questo momento una “influenza nuova” che spaventa e affligge la popolazione. Nell’intendimento di prevenire e immunizzare la gente da questa malattia, credo utile, provato e sicuro il suggerimento di inalare, odorare varie volte al giorno in botticino o in bicchiere asciutto soprapponendo qualche goccia su un po’ di cotone la seguente prescrizione:   preparato Creosoto di faggio, grammi quattro; Creosoto minerale, grammi quattro; olio di trementina, grammi quattro; olio di menta, grammi due; eucalipto, grammi due. Mescolare il tutto in un botticino da odorare. E’ a mia conoscenza che molti     che adottarono il mio sistema andarono sino al presente immuni.  

Con ossequi e distinta stima Cav. Uff. Dott. Giovanni Chiarlone  medico condotto di Torino.                                                                                                              

Questo dotto contributo alla sanità pubblica sul “Canavesano” non comparve, mentre entrambi i fogli eporediesi ospitarono il seguente annuncio che nuovamente ci propone situazioni di cui stiamo facendo esperienza diretta.

La chiusura dei luoghi di trattenimento pubblico e la limitazione di orario per gli esercizi.  Il prefetto di Torino, in seguito a parere del Consiglio provinciale sanitario, allo scopo di adottare misure più rigorose per la difesa della popolazione dall’influenza, ha disposto che dal 6 corrente siano chiusi tutti i Teatri, i Caffè concerto, i cinematografi, così in Torino come in tutta la provincia  e che siano sospesi gli accompagnamenti funebri in forma solenne, con cortei numerosi.  Inoltre è stabilita la chiusura dei pubblici esercizi per le ore 21,30 dal 7 corrente.  È stata prorogata la chiusura delle farmacie alle 22,30. 

Ovviamente non si parlava di “distanziamento sociale”, ma  in generale il lessico utilizzato dai redattori potrebbe sembrarci contemporaneo e quindi trarci  in inganno; se invece allarghiamo lo sguardo alle corrispondenze dal territorio canavesano, ove, spesso, lo scrivente era un amico (istruito) del defunto, la possibilità di avere a che fare con un “caso”  del  2020 cade immediatamente, di fronte a testi concepiti come i seguenti.                                                                                                                                       

Ci scrivono da Chiaverano.  Il 2 corrente i funebri rintocchi del campanone annunziavano la morte del mite e buon ragazzo Bertolino Giovanni di anni 22, per  l’indole sua da tutti benvoluto;  e due giorni dopo lo stesso suono lacerante faceva conoscere alla popolazione commossa la stessa fatale dipartita del soldato Ganio Mego Vittorio fu Pietro di anni 19. Povero Vittorio!  Partito non ancora un anno prima, con amaro distacco dalla famiglia che adorava, pieno di vigore e di fervide speranze, fece parte del contingente valoroso spedito in Francia. 

Rientrato in Italia da qualche tempo, ora da Genova era venuto al paese per godervi tra i suoi cari l’ambita ordinaria licenza. Ma colpito improvvisamente da fiero morbo contro cui si infransero tutte amorevoli cure della scienza e dell’affetto, rapidamente mancava ai vivi sul fior degli anni, quando la vita sua esuberante di forza, di bontà operosa e gentile gli schiudeva innanzi il migliore avvenire.

“Improvvisamente”, “fiero morbo” divennero espressioni tragicamente ricorrenti nei mesi successivi, soprattutto per i lettori della “Sentinella” che in questo particolare frangente si mostrò ben più radicata della concorrenza nel territorio; la gente canavesana preferiva affidare alle sue colonne sia il compianto espresso sotto forma di corrispondenza (che immaginiamo gratuita), sia il classico necrologio listato di nero, per il quale probabilmente era previsto uno specifico tariffario.

Tre esempi dal numero 42 in edicola venerdì 18 ottobre.                                                                    

Ci scrivono da Borgofranco.   Caterina Ardissone appena trentasettenne rendeva la sua bella anima a Dio nella notte dell’11 corrente.   Era un delicato fiore che inebriava col profumo soave delle  sue virtù che ci edificava con la sua vita esemplare, eccezionalmente  buona. In essa tutto spirava amore, dolcezza: la natura le era stata prodiga di doti speciali che innalzavano, direi la sublimavano. In seno alla famiglia di cui era l’angelo, al santuario d’Oropa poi,  ove dimorò per ben 10 anni fra le “figlie di Maria” esercitò la sua alta missione di amore e di bontà, facendosi ovunque amare ad apprezzare per la rettitudine delle sue azioni, per la verecondia che spirava dal  suo sguardo, per il sorriso, la serenità del volto, per la dolcezza dei suoi accenti. Povera e cara Rina! Ora non sei più!Noi ti ricorderemo come una visione sorridente, come una rosa di cielo che si dileguò non appena ci apparve; tu sarai l’oggetto più mesto e soave dei nostri pensieri.    

Ci scrivono da Castellamonte.  

Il 5 corrente  decedeva improvvisamente Rolle Giuseppe, panettiere, da Valperga, e da qualche lustro esercente in questo Comune. Agli imponenti funerali che ebbero luogo nel  pomeriggio di domenica sei parteciparono in gran parte gli  abitanti di Castellamonte, parenti, amici, conoscenti venuti    anche da fuori; e tutti in un lungo stuolo accompagnarono dolenti il caro estinto alla sua ultima dimora, tributando con la loro presenza tutto il cordoglio per l’immatura per la famiglia Rolle, dando prova della amorevole considerazione  in cui era tenuto il suo adorato Giuseppe. Povero Rolle! Colpito pochi giorni prima da crudele morbo, a soli 43 anni venivi a mancare all’affetto dei tuoi cari, dopo aver trascorso la sua breve vita operosissima tra la famiglia e il lavoro. Tu che dopo essere stato per anni nel lontano Congo d’Africa, ove passasti incolume in mezzo ai pericoli indigeni, facevi ritorno alla tua patria diletta, immune  anche dalla malaria tropicale; ritornasti pare nel Belgio, ora invaso dei barbari Unni; ed ora che già assaporavi i primi sintomi della gioia del riscatto di quelle genti eroiche,  il crudele morbo ti involò da noi tutti che tanto ti amavamo, per portarti lassù ove il tuo spirito sacro ed esemplare  veglierà  sopra la tua cara famiglia e quanti ti amarono con affetto sincero come il tuo amico Umberto Lambertini, Ufficiale giudiziario.

La morte di Emilio Canale operaio valoroso della Officina ing. Camillo Olivetti ha destato nell’animo di quanti lo conoscevano il più doloroso rimpianto. Povero Emilio!  E’ spezzata la tua giovane e robusta fibra e  tu sei tolto all’amore di una famiglia di cui formavi tutto l’orgoglio e alla stima degli amici tuoi che perdono in te un compagno buono e sincero. Dotato di rara intelligenza d’animo mite e   buono tu celavi i tuoi pregi le sue virtù con una rara modestia. Instancabile fino agli estremi hai trascorso la tua  vita nel lavoro dell’officina cattivandoti la stima e benevolenza dei tuoi superiori e dando esempio di invitta operosità ai tuoi compagni. Possa il ricordo delle tre virtù  servire di esempio al figlio tuo che inconsolabile hai lasciato e possa il compianto degli amici lenire l’immenso dolore   della tua  Maria e famiglia desolata. 

Uno dei tuoi tanti amici.

Non essendoci, come detto, commenti di sorta, l’epidemia scomparve sostanzialmente dalle colonne del “Canavesano”, mentre occupò un grande spazio sulla “Sentinella”, ma solo perché all’influenza erano più o meno riconducibili i decessi documentati dai necrologi che superarono la decina per ogni numero di ottobre,  cioè quelli dell’11,del 18 e del 25. Proprio in questo foglio, accanto   alle corrispondenze che riportiamo di seguito, incontriamo un esempio di censura, vale a dire uno spazio bianco in luogo di alcune righe di testo che l’Autorità competente decise di occultare ai lettori: argomento, la sparizione del burro dal mercato. 

Certo meno prosaico, anzi  particolarmente ispirato pare di poter definire colui  che redasse la seguente corrispondenza, siglandosi F. G.

Ci scrivono da Borgofranco
Qual fiore reciso dallo stelo su cui era cresceva rigoglioso e bello, adorato dai suoi genitori, idolo della casa che irradiava col suo fervido lavoro, ammirato dagli amici e da coloro che lo attorniavano per il suo carattere affabile mite, si è spento strappato da breve crudele morbo il 14 corrente nella florida età di anni 18 il buon Enrico Molinatti di Antonio.  Enrico ahi! … non è più!   Sì, egli fu, ma resterà sempre il ricordo delle sue virtù nella mente di quanti lo conobbero; resterà la traccia del suo solenne passaggio, resterà lo strascico di nubi d’oro fra i fiori con cui fu coperto, resterà la carezza suasiva dell’ora dolorosa che sfugge e si rigetta nella notte. Dal cielo, ove  sorridi alla primavera eterna, volgi uno sguardo benigno ai tuoi genitori angosciati, che per la tua immatura scomparsa vengono  curvati come messi ondeggianti alla raffica della tempesta, vedi il loro cocente e diuturno martirio, vedi le lacrime spremute sotto il torchio della sventura, i singulti soffocati che celano dolori sui quali è impotente la compassione umana. I tuoi funerali dimostrarono quanta eredità di stima e di effetto hai lasciato tra tutti i tuoi compaesani che nonostante il perfid  e cattivo tempo accorsero doloranti a porgerti l’ultimo tributo, l’estremo vale.                                                  

Sempre sul numero 43 della “Sentinella”  del 25 ottobre 1918 troviamo quanto segue.

Ci scrivono da Caluso.
Un gravissimo lutto ha colpito la famiglia dell’amatissimo  e distinto Segretario capo del nostro Comune, signor  Ponzetti  Cavalier  Calocero. Il sette corrente il figlio Ottone Antonio, colpito la broncopolmonite fulminante, veniva rapito all’affetto dei suoi cari nella fiorente età di anni 31. Giovane studioso e intelligente, dopo aver conseguito la licenza del Regio liceo Botta di Ivrea, era entrato nell’Amministrazione delle Ferrovie dello Stato alla quale apparteneva da ben 12 anni. Sottocapo alla stazione di Chivasso e reggente fino al cinque corrente quella di Tavagnasco-Settimo,  s’apriva sempre più bella e brillante per lui la sua carriera perché prossimo alla nomina a Capo stazione per merito speciale.  Di carattere franco e leale, buono,  affettuoso e cortese, godeva della fiducia dei suoi superiori ed era amato e rispettato dai suoi dipendenti.  Di quale e quanta estimazione ed affetto fosse circondato il povero ODDONE  provarono gli imponenti funerali.

L’ultima,  accorata corrispondenza del mese di ottobre, venne scritta a Castellamonte.
Come fulmine in ciel sereno giunse da Milano, or sono pochi giorni, la funebre, triste, diremo atroce notizia della morte della direttrice delle nostre Scuole elementari, ove era partita avida di studio per il corso di Agraria, Berolatti Maria Pia. Il gravissimo lutto, lo strazio del cuore che ha colpito la distinta famiglia Berolatti è condivisa da tutta Castellamonte, costernata da tanta perdita, il paese che ne aveva conosciuto ed ammirato lo zelo, il sapere della studiosa, buona maestra, condivisa dalla scolaresca che ne conosceva l’affabilità e che l’amava come una seconda mamma. Ti avevano attesa Maria Pia al ritorno da Milano, gloriosa, soddisfatta di un nuovo diploma, ma purtroppo l’inesorabile fatale morbo ti volle tornata fra noi da cadavere per darti ancora l’ultimo doloroso saluto, l’ultima dimostrazione di affetto   e di stima quale meritavi. Ne è prova l’accompagnamento di domenica scorsa, imponente per numeroso concorso di popolo, di rappresentanza, per le compagnie operaie con bandiere, gli insegnanti con la scolaresca tutta, il Municipio; un corteo mesto, singhiozzante, esterrefatto per la prematura dipartita dell’esimia patriottica direttrice. 

Ed infine ci pare non trascurabile questo testo, inserito logicamente nella parte commerciale della “Sentinella”. 

Per quanto ci risulta, il primo riferimento a quella definizione che poi in Italia si impose generalmente.                                                                                                       

Influenza, grippe spagnola
Fu provato che assai facilmente si evita o che ha corso benigno se al primo sintomo di brivido di febbre o di emicrania o mal di gola, si usa per qualche sera una mezza o una cartina Stragiotti, seguita da una tazza di latte caldo, di  vino o di tè caldo. Le cartine Stragiotti, composte acetilsalicilato di acetaparaferedina e caffeina non hanno azione sul cuore e si possono usare senza inconvenienti per un lungo tempo; si rifiuti però ogni cartina che non porti il nome Stragiotti, non possedendo eguale azione terapeutica. Il deposito di Guido Stragiotti è in via Palestro ad Ivrea, lo stabilimento Schiapparelli in via Sant’Anselmo a Torino.

Primo numero di Novembre, disposizioni eporediesi che rintracciamo solo sul “Canavesano”  in vendita nel giorno dei Santi.

La chiusura del cimitero al pubblico nei giorni 1 e 2 novembre
Il sindaco ci comunica:   Ritenute le condizioni sanitarie della Città, le quali per precauzione consigliano di impedire l’agglomeramento  di molte persone massime in località meno sane; considerato che le solennità di Ognissanti e di Commemorazione dei defunti, danno per pia consuetudine luogo a concorso numeroso di persone al Cimitero, che conviene evitare;  viste le disposizioni della legge sanitaria e quelle emanate dal signor Prefetto; Ordina: 1° il Cimitero comunale resterà chiuso al pubblico nei giorni 1 e 2 del prossimo mese di novembre; 2° in detti giorni non sarà ammessa l’entrata che nell’eventualità di sepoltura, al ristretto numero di persone componenti il corteo; 3° nei giorni precedenti al 1° novembre è permesso l’accesso al Cimitero per l’addobbo delle sepolture e per le pie pratiche consuete di commemorazione, escluso però ogni corteo o riunione di persone, eccezione fatta del consueto accompagnamento funebre nei casi di sepolture

Datato 26 ottobre e firmato dal sindaco de Jordanis

In tutto il mese di novembre, durante il quale inevitabilmente le  notizie della vittoriosa conclusione del conflitto occuparono le maggior parte delle colonne, il “Canavesano”, conformemente a quanto già scritto, pubblicò pochi necrologi e ancor  meno corrispondenze “di compianto”; diamo spazio ad una eccezione, significativa, a mio avviso, soprattutto per la singolare convivenza di accenni che ci suonano familiari con altri del tutto eccezionali, legati al particolarissimo momento storico.  

Abbiamo accompagnato, con sommo dolore, sabato 9 novembre, all’estrema dimora la salma del dottor Giorgio Molinario, capitano medico, mutilato di guerra. Scompare il nostro amico dilettissimo, dopo breve malattia, contratta nell’adempimento di un pietoso ufficio, cui la sua anima generosa riconosceva  gli attributi di un sacro dovere. Si era prodigato, anche ora, il povero Gino, con quella serena spontaneità, che formava una delle più simpatiche doti del suo carattere: non aveva dubitato un istante che egli, mutilato, potesse sottrarsi, almeno per qualche tempo, alle fatiche, ai sacrifici, ai pericoli della sua professione, onde concedersi un onesto meritato riposo. Accorse là ove mancava l’opera dei medici, troppo scarsi di numero in questi tempi difficili, corse a portare l’aiuto della sua scienza, il conforto di una parola buona; e trovò la morte, che l’aveva risparmiato sui campi di battaglia. Anima eletta,  cuore d’oro, mente colta e dotta, il dottor Molinario cade vittima delle sue stesse virtù. E noi tutti che fummo aspramente percossi nei più cari affetti, dall’inopinata notizia di sventura, possiamo attestare che, con l’ottimo Gino, scompare un cittadino degnissimo, un medico di alta intelligenza e di salda coltura, innamorato della sua arte, che l’esercizio del suo ministero aveva inteso fin dai primi anni come un sacerdozio. Muor giovane. Piangiamo, con la grande amarezza che ci ha turbato il cuore, l’amico al quale abbiamo voluto bene e che ci ha tanto amato, e resterà per sempre nel nostro animo la sorridente immagine della sua cara persona, con la quale avevamo trascorsi i giorni sereni della speranza e che fidavamo ci avrebbe accompagnato nel cammino della vita.Ma, come cittadini, rimpiangiamo soprattutto il medico, già ricco di benemerenze,   che molti anni di operosità benefica attendevano; che, con sapienza ed abnegazione, avrebbe continuato ad alleviare il dolore di questa travagliata umanità.

E’ scomparso mentre cessavano gli orrori della guerra, mentre le nostre bandiere si levavano a garrire nel sole della grande vittoria, e certo il suo animo di soldato italiano si era aperto alla somma letizia, che percorse come un brivido tutte le terre della nostra Patria. Egli alla Patria aveva dato lunghi mesi di sacrifici inenarrabili;  ai fratelli aveva dato il soccorso della sua arte, sotto l’infuriare della mitraglia, impavido e sereno come era sempre stato nella vita. E sulla Bainsizza, mentre l’impeto dei nostri respingeva il nemico, mentre egli confortava i feriti e i moribondi, una granata gli stroncava una gamba. Sopportò la mutilazione stoicamente e dopo quasi un anno di dolore, ritornò fra noi sorridente e lieto, ricco, ancora e sempre di buoni e forti e generosi propositi. Purtroppo erano vani! La morte inesorabile lo riafferrò. Addio, povero amico, non ti dimenticheremo!  Al babbo, alla mamma, ai fratelli non porgiamo le condoglianze d’uso; sentiamo quanto grande sia il loro dolore.   Sappiano essi che noi, che tanti altri hanno condiviso questo dolore; che il loro Gino ha lasciato eredità d’affetti e di rimpianto presso gli amici, che erano molti, presso i beneficati che è difficile numerare. I funerali riuscirono imponentissimi. Il capitano Molinario ebbe  gli onori militari; la banda del  54º fanteria prestava servizio d’onore. Pronunciarono commoventi discorsi l’avvocato Pietro Biava il, capitano Barinotti, il dottore capitano Avetta.

Sulla edizione del 15 novembre vennero pubblicati  gli Atti dello Stato Civile di ottobre, che non potevano certo contraddire quanto finora letto; essi infatti riportarono la cifra di 136 defunti; il “Canavesano” del 22 novembre diede conto   ai suoi lettori del Regio Decreto che disponeva l’attenuazioni della censura sulla stampa.  Ivrea e il Canavese stavano attraversando il momento più tragico, costretti quindi a temere, come in effetti in alcuni casi accadde, che il figlio scampato al piombo nemico potesse soccombere al morbo nelle caserme o una volta tornato a casa. 

I dati di Novembre, a guerra ormai conclusa, furono quindi solo parzialmente rassicuranti: ad Ivrea non si sposava nessuno, ma il calo nel numero dei decessi fu assai significativo: 56 defunti, la metà dei quali costituita da soldati italiani.                               

Non è una precisazione oziosa, perché l’ultimo elenco di questo tragico 1918, ignorato dalla “Sentinella”,  ma pubblicato dal “Canavesano” del gennaio 1919, documentò 79 defunti, l’ultima parte costituita da soldati polacchi nominati uno per uno. Occorre quindi brevemente ricordare che, cessate le ostilità, circa 22.000 prigionieri, precedentemente inquadrati nell’esercito austro-ungarico e catturati dagli italiani durante il conflitto, si arruolarono come volontari nel nuovo esercito che venne costituito per iniziativa del Comitato Nazionale Polacco. 

La maggior parte di questi  trascorse un periodo di addestramento alla Mandria di Chivasso, ma una porzione minore venne dirottata nell’eporediese e contro le migliori intenzioni delle Autorità militari italiane, esposta al contagio.                                                  

In effetti sappiamo dalla “Sentinella” (febbraio 1919) che i 126 morti registrati nel gennaio dallo Stato Civile di Ivrea erano in larga maggioranza soldati polacchi (96); con cifre inferiori ciò si ripeté nei mesi successivi: 43 polacchi su 77 defunti a febbraio, 55, nuovamente nominati uno per uno, nel marzo, su un totale di 79, 28 (innominati) su 50 defunti di aprile. Pagarono ampiamente il loro tributo alla “spagnola”; ebbero ancora perdite minori; prima di partire per il loro Paese (in guerra; appena  tornati in patria vennero mandati a combattere ai confini orientali prima contro gli ucraini e poi contro le truppe sovietiche dell’Armata Rossa) una loro rappresentanza poté sfidare in Piazza d’armi ad Ivrea gli imbattibili ragazzi del 4°Alpini in una sfida calcistica di cui la “Sentinella” ritenne di dover dar conto ai lettori.  Conclusa questa divagazione mi pare  necessario “ritornare” all’inizio di quel fatidico 1919, primo anno di pace, carico di grandi aspettative, tra cui quella del “ritorno alla normalità”, in attesa che l’Esercito si decidesse a smobilitare i ragazzi in divisa (ed ancor più tardi di “rilasciare” gli ex prigionieri caduti nelle mani degli Imperi Centrali, soprattutto dopo Caporetto, spesso considerati alla stregua di traditori).                             

La “Sentinella” e il “Canavesano” di quel particolare periodo furono ricchi di testimonianze di questo clima rinnovato; non pare certo che il “distanziamento sociale” venisse tenuto in gran conto, pur essendo il morbo tutt’altro che debellato.  Gli esempi non mancano,  sotto forme diverse, in varie località canavesane,  ma non vi sorprenderete se scegliamo i seguenti.

A febbraio le preoccupazioni “sanitarie” delle Autorità ebbero origine diversa dalla “spagnola”: i mercati e le fiere di bestiame vennero sospesi nella provincia di Torino; il Prefetto, considerato che l’afta epizootica minaccia di assumere una gravità tale da rendere necessari  provvedimenti di massimo rigore, mentre ordina ai Sindaci di denunziare tutti i casi di mortalità per afta che potessero verificarsi nei rispettivi comuni, ha decretato che sono sospese temporaneamente tutte le fiere ed i mercati di bestiame della provincia e vietata l’entrata di bestiame ad unghia fessa nel circondario di Aosta, tuttora immune dalla malattia, senza speciale permesso dalla Prefettura. I capi delle stazioni ferroviarie della provincia rifiuteranno ogni carico del bestiame ad unghia fessa non scortati dalla prescritta dichiarazione di sanità.                                                                          

L’articolo pubblicato del “Canavesano” in data 21 febbraio 1919  potrebbe farci pensare che alle persone non venisse invece raccomandata nessuna cautela. 

Ad illustrare l’antica locale leggenda che ha dato origine al famoso carnevale di Ivrea ed in considerazione che questa festa ricordativa volge verso la più completa decadenza, una casa cinematografica di Torino: l’Italo Egiziana films, è venuta nella determinazione di inscenare tale leggenda, traducendola fedelmente sulla pellicola.   A conseguimento di tale lavoro, essendo necessaria la visione del caratteristico carnevale moderno, la Casa stessa ha fissato di riprodurlo nella nostra città il giorno di domenica 2 marzo facendo appello a tutti i cittadini di buona volontà che volessero con i loro cortese concorso dare maggiore risalto a tale esecuzione con intendimento di decoro e di arte. Coloro che intenderanno così di illustrare la bella leggenda di Ivrea potranno rivolgersi per gli opportuni accordi al signor Giuseppe Boaro, proprietario del Cinema Splendor. L’Italo Egiziana films, grata a coloro che l’avranno assecondata, come già ottenne la cortese adesione delle Autorità cittadine, si è accordata con queste ultime affinché la visione del lavoro compiuto venga eseguita al nostro Teatro, con la musica espressamente scritta dal maestro Giocondo Fino, unitamente a un programma di concerto, il tutto a beneficio totale di un’opera pia della nostra città, che verrà designata dal sindaco.  

Anche la “Sentinella” ovviamente si occupò dell’iniziativa, ma lo fece, si direbbe,  in modo più sobrio, senza citare esplicitamente la Casa cinematografica e attribuendo al “dover di patria”  le mancate edizioni degli anni precedenti; ciò che rende il testo utile integrazione del precedente è il finale.                                                                                          

È da avvertire che durante il corteo è vietato il getto degli aranci e dei coriandoli e la maschera al viso. Parimenti, a marzo, è  la cronaca del “Canavesano” a farsi preferire per ricchezza  di particolari ed è quindi quella che di seguito riportiamo.  Domenica scorsa rivisse per qualche ora il nostro storico carnevale.  Le strade furono ancora percorso dai pifferi e tamburi, dallo Stato Maggiore, dalla Mugnaia; e la cittadinanza prese viva e grande parte allo spettacolo, affollando le vie e le piazze della città. Scopo della rievocazione fu quello di cinematografare la leggenda del Carnevale di Ivrea; una casa di Films di Torino si era infatti proposta queste impresa e volle innestare alla leggenda la riproduzione del Carnevale, quale veniva festeggiato negli ultimi anni. Gentile Mugnaia fu la signora Ferretti-Zamana,  generale fu ancora il signor Caffaro Rore Alfieri. Si notava fra l’altro un simpatico carro allegorico della vittoria, riproducente la Torre di San Giusto di Trieste.  Lo scarlo, a scopo cinematografico, venne  abbruciato di pieno giorno, col sole.  La sera precedente aveva avuto luogo in Teatro un veglione alla cui organizzazione cooperarono i dirigenti della Italo Egiziana films fu una festa di beneficenza perché durante il veglione mediante una lotteria si raccolsero oltre lire 1000 a beneficio dell’Associazione Nazionale Mutilati sezione di Ivrea.

Curiosamente, almeno secondo i criteri attuali, l’analogo articolo della “Sentinella”  non riportava i nomi dei protagonisti; rispetto all’argomento di questa trattazione,  si può forse cogliere una apparente contraddizione tra “un’immensa popolazione faceva ala o seguì il corteo”  e il periodo conclusivo dell’articolo  “mercé le misure precauzionali delle Autorità di pubblica sicurezza fu aperto (il veglione del sabato sera)  col ballo della gentile Mugnaia e Generale e seguì correttissimo fino alle tre  di mattino”.                                                                                                                                       

Tra la preparazione dell’evento carnevalesco e la sua realizzazione (domenica 2 marzo 1919), comparve una novità non trascurabile riportata dal “Canavesano” di  metà febbraio
Il Ministero della guerra è venuto nella determinazione di congedare la classe 1900 per affrettare il ritorno alle disposizioni vigenti in tempo di pace, per le quali i cittadini erano chiamati alle armi soltanto al compimento del 20º anno di età. Questa disposizione è determinata da ragioni di varia indole, come la necessità di attendere che i giovani abbiano raggiunto il pieno sviluppo fisico e conseguito la maturità intellettuale e morale necessaria per ben adempiere il servizio,  dopo compiuto quel periodo di tirocinio richiesto da quasi tutti i mestieri fra i 18 e i 20 anni. Venute meno le superiori esigenze della guerra, non si potrebbe continuare nella deroga senza grave pregiudizio sociale. Stabilita la necessità di tornare alle norme vigenti al tempo di pace, l’immediato congedo della classe 1900, oltre che al generale interesse del Paese, risponde alle future esigenze organiche dell’Esercito. I giovani del 1900, restituiti subito al loro tirocinio professionale, facilmente riassorbiti dal Paese per la condizione di figli di famiglia, potranno essere chiamati nuovamente alle armi quando saranno tornati al loro normale turno di leva.

Dal momento che i riferimenti all’epidemia, anche sotto le forme che abbiamo precedentemente preso in considerazione, praticamente sparirono sui entrambi i periodici, risulta più conveniente affidarsi, in questa fase conclusiva, al Canavesano, che dal primo numero dell’aprile 1919 ebbe finalmente, esplicitamente, un Direttore Responsabile nella persona di Ettore Oberto, fresco di congedo dall’Esercito.                                                           

Due mesi dopo è ancora  questo periodico ad informarci che Il Direttore della “Sentinella del  Canavese” nominato cavaliere ufficiale della Corona d’Italia.                                      

Il signor Oreste Garda, che da tanti anni dirige La Sentinelle Canavese ed è, quindi, il giornaliste più anziano della nostra regione, è stato nominato di motu proprio del Re, cavaliere ufficiale della Corona d’Italia.                                                                              

Oberto e Garda  pochi mesi dopo trovarono in Ivrea un nuovo concorrente nel cattolico “Il Risveglio”, ma forse ancore prima il loro acume giornalistico comprese che l’Italia del dopoguerra era ben diversa da quella  relativamente “spensierata” della “bella epoque”.

Ci scrivono da Traversella.
Da qualche tempo vennero ripresi i lavori della nostra miniera. Diciamo nostra, perché in essa hanno sacrificato, per nulla o quasi per nulla, il fiore delle loro energie e della loro vita, i nostri padri e i nostri nonni, anzi, aggiungiamo pure le madri e le nonne. Lo sfruttamento della popolazione traversellese venne fatto dai padroni della miniera, nel passato così intensamente e senza scrupoli, che, possiamo dire, fu gran ventura, per Traversella, il giorno in cui lavori restarono sospesi. Oggi si ricomincia; ma i salari che vengono offerti sono ben lontani, troppo lontani da quelli, che, altrove, le stesse categorie di operai si sono conquistati. Ancora una volta si tenta di speculare sull’affetto di nostri compaesani per la propria casa, per la propria famiglia! Per restare a Traversella dovrebbero lavorare per poco! E come nel passato, ormai lontano e tristissimo, fatte le debite proporzioni, dovrebbero lasciarsi spremere sudore e sangue a beneficio dei padroni!

Ma se questi hanno veramente l’interesse ed il proposito di far prosperare la  miniera, dovranno mutare rotta, come sono mutati i tempi. La miniera di Traversella non deve più, oggi, costituire un danno per la popolazione Traversellese. Ritorneremo sull’argomento. Un Traversellese

* Attilio Perotti
* Fondatore dell’Archivio Audiovisivo Canavesano e Presidente del Consiglio di Biblioteca di Castellamonte

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