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La pioggia d’autunno.

La pioggia d’autunno.
Può esserci un autunno senza piogge, nebbia, foglie secche? No, naturalmente, l’autunno oggi è sinonimo di periodo di piogge, almeno nei nostri umani ricordi. Forse la la meteorologia e le stagioni sono anche qualcosa che costruiamo nella nostra memoria attraversi i ricordi. Nell’antichità l’autunno era pensato in modo diverso, per i Greci e Romani era una lunga coda dell’estate, stagione ancora ricca degli ultimi frutti maturi, non come una triste anticipazione dell’inverno, come oggi noi siamo abituati a pensarlo. Questo perché nei secoli ci sono state tante e continue variazioni climatiche, con maggior caldo nei periodi antichi di maggior caldo e periodi di freddo intenso nel primo Medioevo, e anche agli inizi dell’età moderna. Nel 590 d.C. il vescovo di Tours, scrisse di forti piogge, temporali con tuoni in autunno, di inondazioni e di una epidemia di epidemia di pestis inguinaria devastò gravemente le città della Gallia, dando una visione che tutti questi avvenimenti avessero un nesso comune, eventi meteo e epidemie, un castigo divino. Fu sicuramente un periodo storico molto freddo, con inondazioni, magri raccolti, carestie ed epidemie. Nel IX secolo le cronache ricordavano come le piogge persistenti finissero per distruggere cereali e ortaggi, o perché non vi era modo di porli al riparo o perché marcivano nei granai. I cronisti del periodo parlano come se il mondo fosse tornato al grande silenzio delle origini, quando né animali né uomini lo popolavano con nostalgia dell’antica abbondanza con gli autunni di sole, frutti e vino che erano stati cantati dai Greci e Romani. Nel IX le città erano in rovina ed i villaggi al limite della sussistenza, con la natura attraverso le foreste, paludi e brughiere che avanzavano nel paesaggio, cancellando i segni posti dagli esseri umani, tempi di fame e paura. In quei tempi il freddo e la pioggia magari non erano diversi da prima, ma forse si sentivano di più, un disastro. A partire dal X le cronache parlano di un miglioramento, le temperature incominciavano a risalire, tanto da spingere il ritorno della coltivazione della vite sino all’Inghilterra. Ma nel Quattrocento tutto tornò a cambiare, con inverni terribili e autunni sferzati dalla pioggia. E per quanto qualche anno fosse ancora buono, l’esistenza si fece più dura e incerta. Quasi ogni dieci anni una carestia, accompagnata non di rado da epidemie che decimavano senza pietà una popolazione già prostrata dalla fame, e nell’autunno tutto questo si vedeva particolarmente bene. Nel Cinquecento nei giorni di vendemmia, la produzione arrivava a stento delle rese del secolo prima con uve che davano un pessimo vino. Il problema non era solo la di vendemmia, ma le piogge torrenziali che arrivavano spesso in autunno. Nel 1591 vengono segnalate le prime nevicate, gelate e grandinate. In quel periodo le fantasie apocalittiche fiorivano un po’ ovunque, alimentate dalla sensazione diffusa che il mondo stesse davvero per finire allora qualunque tuono all’orizzonte poteva annunciare da un momento all’altro la carica dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Purtroppo allora nessuno aveva chiaro di come funzionassero le nuvole, bisogna aspettare nel Seicento per i primi studi scientifici per capire qualcosa della pioggia e delle nuvole, con Cartesio. Nel 1751 Edouard Le Roy, descrisse le nuvole come una sospensione d’acqua, e oggi conosciamo bene la pioggia, ma questo adesso non è abbastanza, attraversati come siamo da nuovi cambiamenti, da un clima sempre più violento, che ci fa guardare all’autunno con un misto di sentimenti, dove da una parte nel nostro animo abbiamo il sogno di quella mezza stagione. ormai perduta, e forse mai davvero per la verità esistita, e dall’altra parte con un sentimento di paura che con l’evoluzione tecnologica la pensavamo sepolta, quella di esseri umani che guardiamo alla natura impotenti di fronte alla sua forza.
Favria, 24.10.2020 Giorgio Cortese

Ciò che non ci uccide ci rende più forti.

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