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La giornata della memoria

Polonia, 27 gennaio del 1945. 76 anni fa. Ore 10,30 del mattino. C’è nebbia, fa freddo. Un’avanguardia dell’Armata Rossa muove verso ovest e raggiunge la cittadina di Oswjecim. La occupa quasi senza combattere. Alla periferia della città s’intravedono costruzioni recintate da cui proviene un odore pesante. I soldati avvicinano il campo il cui ingresso è segnato dalla scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi.
Lì trovano l’incubo: uomini, donne, bambini, anziani, vestiti (per modo di dire) con un pigiama a strisce, scalzi o con poveri e laceri sandali, magri, malati. A migliaia ne spuntano dalle baracche, pieni di pidocchi, la pelle distrutta dal freddo, denutriti. È l’olocausto!
Quelli che si muovono camminano come automi. Gli occhi nel vuoto, sordi ai richiami. Più avanti, cumuli di cadaveri. Alcuni sono ancora nelle camere a gas. I nazisti, dopo averli uccisi, non hanno avuto il tempo di portarli fuori.
In mezzo al campo, una grande costruzione in mattoni rossi con due alti camini: i forni dove i cadaveri venivano bruciati, questa la causa delle esalazioni che si spandevano per chilometri. L’incubo di Auschwitz sta per essere rivelato al mondo, ma non c’è un nome per definirlo. Nessuno, fino al giorno prima, pensava che sarebbe potuto succedere.
Il genocidio era iniziato con l’idea deforme di creare un mondo con un solo padrone, togliendo ai presunti diversi buona parte dei diritti civili, scuola, lavoro, biblioteche, sindacati, associazioni, e privandoli delle proprietà, della libertà, della dignità, in molti casi della vita.
L’uomo, anzi, gli uomini, poiché Hitler non era solo, hanno usato la propria intelligenza, forze e risorse per fare tutto questo ad altri uomini. I nazisti si sono organizzati, hanno pianificato lo sterminio, lo hanno messo a bilancio, hanno costruito i campi e attivato i corpi speciali per catturare, trasportare e imprigionare i cosiddetti nemici. Hanno bruciato libri e case, hanno diviso le famiglie, gli uomini dalle donne, le mamme dai bambini, i ragazzi dalle ragazze.
Proprio ad Auschwitz, il medico Joseph Mengele fece esperimenti sulle persone, in particolare sui gemellini: uno nell’acqua fredda, l’altro in quella bollente, per ore. O al buio. O con la corrente elettrica. I presunti nemici erano ebrei zingari, avversari politici, testimoni di geova, omosessuali, sindacalisti, scienziati non conniventi. E studenti che pensavano con la propria testa. Per loro, i nazisti costruirono strade, ferrovie, baracche, campi, treni appositi. E forti della loro potenza militare, nascosero tutto questo al resto del mondo. Oltre cento campi di concentramento, centinaia di migliaia di deportati, un milione solo ad Auschwitz provenienti da Belgio, Francia, Polonia, Ungheria, Olanda, Italia. 1500 vittime al giorno. E quando Auschwitz non fu più sufficiente venne costruita Birkenau, lì vicino, e ancora altri campi nei territori occupati.
Anche noi italiani, purtroppo, non siamo esenti da colpe.
Già prima del ‘38, ebrei e avversari del fascismo vennero messi in difficoltà, espulsi dal lavoro. Con le inaudite leggi sulla razza, furono loro tolti anche risparmi, proprietà, abitazioni. Poi, durante la guerra, i treni dei deportati iniziarono a partire da Roma, Milano, Torino, Verona. Carri bestiame. Giorni e giorni di viaggio senza cibo, con poca acqua, niente bagni né coperte. Fossoli, poi Bolzano, la risiera di San Sabba trasformata in campo di raccolta e concentramento gestito direttamente dai tedeschi, l’unico in Italia con un forno crematorio.Com’è stato possibile tutto ciò? E perché dobbiamo ricordare? Perchè il rischio è sempre vivo: ottant’anni fa tutto è nato nel centro dell’Europa, la patria dell’illuminismo, della democrazia, del diritto, la terra di Socrate, Nietzsche, San Francesco, Dante, Rembrandt. Se la madre delle civiltà umane è stata capace, a metà Novecento, di produrre una tragedia di quelle dimensioni, significa che il pericolo incombe sempre. Per tenerlo lontano dobbiamo educarci al dialogo, alla politica, al sapere, alla condivisione.
All’umanità, insomma, con l’idea che l’altro, al massimo, può essere un avversario da contrastare, mai un nemico da abbattere..

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Blogger: Marco Volpatto

Marco Volpatto
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