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La fine dello sviluppo

Che poi si scopre che c’è sempre qualcuno che ci aveva messo in guarda circa il possibile verificarsi di alcuni accadimenti. Magari attraverso un libro, come nel caso di David Quammen ed il suo Spillover. Siamo nel 2012, l’autore nel suo saggio-reporatge parla della prossima pandemia globale e ipotizza che possa venir fuori da “un mercato cittadino della Cina meridionale”, spiegando puntualmente che questi virus sono l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo agli ecosistemi e all’ambiente. Di recente, dalle colonne del New York Times, ha aggiunto che “quando hai finito di preoccuparti di questa epidemia, preoccupati della prossima”. Lo stesso Bill Gates non meno di 4 anni fa invitava i governanti a tagliare le spese militari ed investire nelle strutture sanitarie e nella ricerca. E chi sa quante altre voci sono rimaste inascoltate.

Stessa sorte potrebbe toccare a Gilbert Rist, professore presso il Graduate Institute of International Studies and Development di Ginevra. Nel 1996 aveva previsto la fine dello sviluppo. O meglio la fine del suo “mito”, nel suo libro da titolo non poco esemplificativo Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale. Certo non aveva immaginato che sarebbe stato un virus a far inceppare il paradigma dell’attuale modello di sviluppo, andando a minare in un colpo solo i suoi presupposti fondanti: il grande consumo di massa e il sistema capitalistico di produzione e distribuzione di beni e servizi che (in)seguono una sola regola, quella del mercato. Con effetti nefasti su un altro dei pilastri della teoria del pensiero unico, la crescita economica, senza la quale, tutto si ferma e ci fa assistere increduli a ciò che vedendo (questa volta forse su scala come mai in passato). Solo a quel punto ci si accorge che sotto l’economia ci stanno le vite delle persone.

A sentire Rist è per altre ragioni che tutto questo non poteva durare e non solo perché le analisi più accreditate in campo scientifico sembrano sostenere che la sostenibilità ambientale del pianeta da anni sia stata superata. Infatti, a partire dagli anni settanta si consuma più capitale naturale di quello rigenerabile e pertanto è da circa mezzo secolo che si sta erodendo, consumando, lo stock, le riserve di capitale naturale. Insomma, una grande parte dell’umanità sta vivendo oltre le sue possibilità, andando a compromettere il metabolismo ecologico del pianeta, di cui (ci si dimentica sempre) l’uomo è parte integrante.

Secondo l’autore le ragioni del naufragio stanno proprio all’origine di quella che lui definisce una “falsa credenza”, frutto della forza intrinseca del termine sviluppo. Le parole creano la realtà, il linguaggio può secondo i casi, celare o smascherare fenomeni sociali. Da Aristotele a Sant’Agostino, passando per l’evoluzionismo ed il secolo dei Lumi, l’autore ripercorre la storia per spiegare come la parola sviluppo, mutuando la metafora organicistica, sia divenuta l’unità di misura anche delle società. Organismo biologico e organismo sociale si evolvono, per analogia, proprio come gli esseri viventi, passando da differenti stadi di complessità. Lo sviluppo è quel processo di crescita di un organismo secondo le leggi di natura per raggiungere il suo stadio finale. Un’evoluzione naturale e positiva.

Una teoria che ben rappresentava la realtà ottocentesca, da un capo i paesi “sviluppati”, con economia di mercato avanzate, dall’altro i paesi, come definiti un tempo, “in via di sviluppo”. Le società moderne sono il punto d’arrivo di quelle tradizionali.

Non solo, il divario esistente poteva essere colmato. Con della Società delle Nazioni, dopo la prima guerra mondiale, e ancor più con celeberrimo Punto IV del presidente americano Truman nel 1948, lo sviluppo acquistava anche un significato transitivo. Le società “sottosviluppate” potevano essere accompagnate, in nome della lotta alla miseria e alla povertà, verso la modernità “noi dovremmo incoraggiare l’investimento in capitali nelle regioni dove lo sviluppo manca…” secondo il mantra dell’unica via allo sviluppo: crescita economica, economia di mercato, aumento del PIL, benessere.

In questa visione le società arcaiche diventano di colpo senza storia e con dinanzi un’unica via allo sviluppo e nulla viene detto circa le cause del “divario”, cancellati così 500 anni di colonialismo e interessi commerciali. Ma poco importa, la forza persuasiva delle parole: sviluppo, progresso, modernità, avevano creato il mito.

Il fine era nobile, in nome del quale si sono moltiplicati gli enti sovranazionali, stanziate le risorse dei governi e degli enti privati. Da oltre 70 anni sono in essere progetti di sviluppo e di cooperazione, aiuti, donazioni, scambi commerciali e nonostante i risultati siano stati inferiori alle aspettative (la concentrazione della ricchezza globale è sempre più nelle mani di pochi), si rimanda a nuovi impegni con maggiori sacrifici, continuando ad alimentare la credenza di quello che lo sviluppo dovrebbe essere o avrebbe potuto essere e non di quello che è stato nella sua manifestazione storica.

E così negli 2000 è stata coniata l’espressione “sviluppo umano”, dall’autore definita un ossimoro. Come a dire, era il caso di specificarlo? E allora, fino ad oggi?

Quando ci lasceremo alle spalle questa drammatica situazione, possiamo rimboccarci le maniche per ripartire con nuovi sforzi oppure mettere in discussione il paradigma dominate.

Con parole nuove.

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