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Matteo Olivetti

IVREA. “Vedere com’è oggi Ivrea mi fa piangere il cuore…!” (Intervista a Matteo Olivetti)

Si parla tanto della Ico-Valley. L’idea (alquanto nebulosa) è tutta dal senatore azzurro Virginia Tiraboschi. Nessuno sa cos’è ma è certo il richiamo all’americana  Silicon Valley. Niente di nuovo considerando che  già nei primi anni del ‘900, qui in Canavese, Camillo Olivetti prima e suo figlio Adriano poi trasformarono una semplice fabbrica di macchine da scrivere, in un centro di ricerca e sviluppo proiettato all’inseguimento dell’avanguardia tecnologica e delle migliori menti dell’architettura, del design, della comunicazione e dell’arte (da Figini e Pollini, a Filippo Turati passando alla famiglia Levi, per citarne solo alcuni n.d.r.).  Quello che oggi rappresenta l’iPhone,  negli anni ‘50 era la Lettera 22.  Poi, d’un tratto, quell’esperienza è morta.

Ne parliamo con Matteo Olivetti, classe ’65, architetto, ex assessore comunale, sposato con due figli, pronipote di Camillo e nipote di Adriano.

Parliamo della Ico-Valley. Ne sai qualcosa?

Ne ho sentito parlare. Purtroppo alla presentazione non ero in città. Sarei andato molto volentieri a sentire ma non sono stato invitto. Ero a Pisa invitato alla presentazione di un libro sulla storia dell’elettronica di Pisa. Fuori Ivrea mi invitano sempre a parlare dell’esperienza Olivetti nelle sue mille sfaccettature perseguite dalla famiglia.

Ad Aosta e Bergamo ed in altre grandi città ho parlato dell’I-RUR, il Piano regolatore della Valle d’Aosta, le architetture Olivettiane, l’etica d’impresa, le start up della famiglia ecc… Nella mia città …ho meno fortuna

Vabbè, dai, nessuno è profeta in patria. Però una cosa puoi dircela. Come te lo immagini il futuro di Ivrea?

Naturalmente io sono innamorato della mia città, e vedere la situazione in cui siamo mi fa piangere il cuore. Credo sia una evoluzione endemica di un territorio che ha avuto tanto e che deve capire come riscattarsi fuori dall’ombra della sua storia. Questo non vuol dire negarla ma capirla e prepararsi e crearne la svolta. La mia famiglia ha dato tutto quello che poteva dare: cultura, denaro, metodo ecc… Ha aiutato più generazioni che hanno vissuto bene elevandosi economicamente, culturalmente, socialmente ecc…

Per il futuro, io ritengo che, noi, la “generazione di transito”, dobbiamo, prendere atto della situazione e puntare sulle future generazioni. Con Loris Mauro, abbiamo creato, un pò di anni fa, il progetto della Nuova Irur, un progetto di riscatto sociale/economico per il nostro territorio che puntava sulle start up. Un progetto che ambiva, in primo luogo a ridare forza all’economia ma con forti considerazioni etiche

Cosa ti porti dietro della tua famiglia?

Un DNA che non riesco a utilizzare per migliorare la vita dei miei figli. Oggi dobbiamo lavorare tutti assieme in un progetto congiunto per tornare a garantire una vita decorosa alle future generazioni. Quello che ha fatto la mia famiglia, sul nostro territorio, creando una evoluzione sociale positiva che è durata per più generazioni, oggi si sta perdendo. Porto un bagaglio molto pesante, difficilmente spendibile, e che crea forti scompensi in me, in una società che si è evoluta in modo diverso da quello immaginato e costruito dai miei avi.

Ricordo che la famiglia è uscita dal comando della Olivetti nel 1964 con il gruppo di intervento voluto da Cuccia. Da lì in avanti è stato sgretolato un ambizioso progetto sociale. Di quella Olivetti, di quella “famiglia Olivetti” è rimasto ben poco, e io devo sopravvivere con un peso di fortissimi e spigolosi ideali che fanno parte della mia educazione. Sempre in contrasto con la società di oggi in cui vivo

Cosa sarebbe oggi Ivrea se Adriano non ci avesse lasciato così prematuramente.

Dagli scritti di mio bisnonno Camillo ho imparato che “con i se e con i ma” si può dire di tutto ma che non servono a niente. La vera domanda è cosa non sarebbe Ivrea se non ci fossero stati gli Olivetti. Cosa possiamo dare noi?

Un suggerimento all’Amministrazione Sertoli.

Nella nostra città esistono tantissimi stimoli per migliorare il nostro territorio, bisogna che l’amministrazione riesca a coordinarli il più possibile.

Ancora oggi soffriamo di quella malattia che è chiamata “provincialismo” che ci blocca nelle piccole cose. Adesso è diventato d’obbligo fare le grandi cose, tutti insieme. L’amministrazione ha il dovere di coordinare gli enti partecipativi all’evoluzione del nostro territorio.

Il progetto UNESCO è lo stimolo giusto, ma deve essere colto dall’amministrazione e spinto da noi, comuni cittadini e vari enti, con un implicito coordinamento dell’amministrazione.

Queste sono diventate tutte cose ovvie e il vero suggerimento è di “andare a fondo nelle cose e non stare solo alla superficie”.

Quali sono le urgenze?

Sbloccare l’economia del territorio per creare plusvalore da rinvestire. Sono un architetto (creativo) quindi penso che “il Bello” sia una conseguenza di un buon investimento economico. Non bisogna mai dimenticare che vivere in un bel ambiente è un valore intangibile ma dai fortissimi valori.

Ti riferisci al piano regolatore?

Anche! Agire significa  renderlo molto, ma sul serio molto più elastico. La società di oggi è in continua evoluzione e il futuro sarà ancora più veloce. Un piano regolatore farraginoso e pieno di paletti non serve a nulla e soprattutto non serve alle future generazioni. Deve essere un piano che sappia anticipare le richieste del territorio. L’unico modo per esserlo è la flessibilità.

Abbiamo bisogno che i progettisti del piano ci incanalino sulla strada giusta. Saremo poi noi, con le nostre gambe, a costruire il futuro.

Detta in altre parole. Affinché ci sia una rinascita economica e sociale ci vuole l’ambizione politica

e un confronto a 360 gradi alla ricerca del bello.

Cos’è l’Unesco per te

Il riconoscimento internazionale di una cultura sociale utile per la costruzione di una possibile società del futuro, permeata su valori di giustizia ed equità.

Come architetto, come interverresti sulle architetture olivettiane

Un intervento su un edificio olivettiano è la occasione per prendere coscienza dei valori della nostra cultura. Una buona progettazione può rivalorizzare quelle architetture a vantaggio del proprietario e contemporaneamente del suo stesso territorio. Spesso è un valore soggettivo che ogni uno di noi ha uscendo dal confine del puro elemento costruttivo ed entrando in un ambiente più culturale e sociale.

Si può esprime il  benessere funzionale, estetico e fisico in uno spazio privato ma che si è appropriato di un valore comune, in quanto inserito in un paesaggio, diventando un elemento caratterizzativo.

Tante belle teorie che nascono dallo studio approfondito che ho fatto su gran parte delle architetture olivettiane, dalle prime dei mattoni rossi alle ultime della serra, passando attraverso le case dei dipendenti e dei dirigenti cercando di capirne il valore intrinseco. Tutto questo interesse nasce con la mia tesi di laura “il museo di sito Olivetti” che è un argomento complesso da esprimere in due parole. Credo di essere uno dei pochi architetti attivi ad aver visitato gli archivi delle architetture olivettiane nella sua sede originale, grazie al prof. Maggia e a Daniele Boltri, quando nessuno li aveva ancora presi in considerazione.

Quando ho scritto la mia tesi c’erano pochi testi sull’Olivetti, oggi abbondano, per fortuna.

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