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Mario Beiletti della sezione Anpi di Ivrea

IVREA. Una ricetta contro le bombe dei “vili fascisti”

Da una inchiesta svolta ad Enna si è appreso del tentativo di costituire un partito filonazista che aveva, fra i suoi obiettivi, anche quello di realizzare un attentato in una sede dell’ANPI. Immediata la presa di posizione della Presidente nazionale Carla Nespolo: “L’Anpi non si fa intimidire da minacce di attentati!”. Ci mancherebbe: la tradizione della Lotta di Liberazione è ben viva in noi, e questi vili progetti, come anche le quotidiane violenze ed i costanti vandalismi non fanno che rafforzarci.

Vale la pena ricordare alcuni momenti storici che possono aiutarci a capire il presente. La fine della Prima guerra mondiale (1918) produsse effetti destabilizzanti sul piano geopolitico e profondi cambiamenti sociali.

In Italia, economicamente provata, si ebbe un inasprimento delle tensioni sociali: si sviluppano i sindacati e nascono importanti partiti di massa come il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo (1919), e il Partito Comunista d’Italia fondato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga (1921).

Nel 1920 ha inizio in Italia il Biennio Rosso, periodo caldo delle lotte operaie caratterizzato dall’occupazione delle fabbriche – che arriva dopo mesi di scioperi dovuti al carovita e alle difficili condizioni lavorative, effetto della riconversione della produzione bellica a produzione di pace – affiancata dalle istanze dei contadini che reclamano la terra.

Contro le lotte contadine i proprietari terrieri ed i Fasci di combattimento si alleano con il movimento fascista fondato dall’ex socialista Benito Mussolini. Essi ricorrono sistematicamente alla violenza dello squadrismo, con azioni punitive contro le Camere del Lavoro e del  popolo, sedi di partiti e di cooperative, singole persone. Tali azioni sono spesso ignorate in maniera complice dalle forze dell’ordine.

Nel 1921 il capo del governo Giovanni Giolitti, non ritenendo il fascismo un fenomeno eversivo e pericoloso per la stabilità dello Stato (!), ne accetta una pericolosa alleanza, per contenere socialisti e popolari. Cresce così l’influenza fascista e gli squadristi cominciano ad agire impuniti anche nei centri industriali; borghesia e ceto politico in generale considerano il movimento facilmente arginabile nel momento in cui cesserà la sua utilità sociale. Ingenuità madornale (attenti a non ripeterla oggi!)

Sappiamo come finì: Mussolini si rafforzò sempre di più, fino alla marcia su Roma del ’22, con il re che lo incarica di formare il nuovo governo. Una marcia inarrestabile, dunque, che finirà con la tragedia della dittatura, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.

E adesso? In una condizione di nuove tensioni sociali, di impoverimento, di crisi del sistema economico liberista, riemergono vecchie pulsioni autoritarie, vocazioni alla violenza, slogan semplificatori. Ancor più pericolosi, perché, se cent’anni fa vi erano pur sempre degli anticorpi: un forte movimento socialista, una organizzazione sociale e politica ispirata alla rivoluzione russa (con le sue ideologie, il credo profondo, una magari ingenua speranza di liberazione ed emancipazione), che però non seppe opporsi efficacemente allo squadrismo, oggi nulla di tutto ciò esiste più.

Dopo la caduta del muro di Berlino le ideologie si sono disfatte, i partiti della “sinistra” arrancano, il lavoro è sempre più precario, parcellizzato, frammentato in galassie di scatole vuote. Il liberismo, ormai agonizzante, continua a trascinarsi, come dotato di moto proprio (forse teleguidato dagli algoritmi?!). Il divario sociale è enorme. La forbice della diseguaglianza si allarga a dismisura. Nel mondo l’uno per cento della popolazione detiene circa metà della ricchezza globale. Disagio e rabbia aumentano.

Ed ecco che i topi di fogna si riaffacciano.

Come allora si ritenne il fascismo non pericoloso, molti oggi negano il forte parallelismo del loro ritorno. E mentre le anime belle si rifugiano nella semantica: “fascismo non è uguale a sovranismo, suvvia”, i nuovi squadristi, fingendo un volto sorridente (“puliamo le strade, siamo con gli operai”) lustrano le armi e preparano esplosivi.

Contro chi? L’Anpi è il bersaglio ideale. Come dice bene Gad Lerner su ‘La Repubblica’, “… l’Anpi risulta presenza scomoda, contestata, e l’ostilità nei suoi confronti è cresciuta man mano che questa associazione è venuta assumendo una funzione di attore politico protagonista, e ha riempito il vuoto lasciato dai partiti di massa antifascisti fondatori della Repubblica democratica.”

Ci sono, continua il giornalista, “… momenti storici in cui si ripropone l’alternativa non fra diverse legittime opzioni politiche, ma fra civiltà e barbarie. Dimenticarselo, come da più parti, con fastidio, veniamo bruscamente invitati a fare, sostenendo che il razzismo e il fascismo appartengono a un’epoca remota ed irripetibile, ci lascerebbe sguarniti, culturalmente disarmati.”

Ecco ciò che non ci possiamo permettere: di abbassare la guardia. Continueremo a tenerla alta anche nel nostro bel Canavese, che visse la Resistenza ed ha ottime capacità di reagire. Ricordiamo con orgoglio la grande “mobilitazione vigilante” del 1° giugno e l’opera indefessa delle forze democratiche cittadine.

Come abbiamo più volte scritto (e continueremo a farlo), i neo-fascistelli che si richiamano alla patria e fan la voce grossa quando sono in gruppo (meglio se contro un singolo migrante) ed inneggiano al coraggio della X mas torturatrice, se ne devono fare una ragione. Non li vogliamo. Come dice la presidente Nespolo, confidiamo di trovare in questa battaglia il sostegno di tante cittadine e cittadini democratici. L’Anpi ha bisogno di tutti loro.

E poi, noi abbiamo una ricetta formidabile, che abbiamo imparato dai nostri Partigiani. Studiare bene la storia, evitare le scorciatoie (violenza, uomini “forti” al potere, dittature), avere ben presenti i cinque valori fondamentali da raggiungere in ogni comunità: giustizia, libertà, solidarietà, pace, democrazia reale. Ecco dove sta il coraggio autentico: crederci e cercare di realizzarli con la massima onestà, perseveranza e coerenza.

Bella ciao.

Mario Beiletti

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