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IVREA. Un insolito Guido Gozzano poeta in piemontese

Che Guido Gozzano parlasse abitualmente piemontese in casa ce lo fa capire chiaramente egli stesso quando scrive: «Oh, il mio dolce dialetto (sic) così vivo fra tante cose morte, adorato più di qualunque parlare, più dell’italiano… estraneo alla mia intima sostanza di Subalpino… il mio dolce parlare torinese, l’unico nel quale penso e l’unico che mi giunga al cuore suscitandovi schietto il riso ed il pianto…».

«L’unico nel quale penso», e nel quale “parlo” possiamo aggiungere noi, ma anche uno in cui talvolta “scrivo”. Eh, già, “scrivo”, visto che abbiamo due sonetti in piemontese, scritti a matita su due facciate, donati appunto dal nostro caro poeta “delle piccole cose” all’amico Salvator Gotta, in occasione di una gita ad Ivrea, ed in particolare al Lago Sirio, in compagnia di Amalia Guglielminetti. Infatti l’autore di Il piccolo alpino e di altri romanzi di successo nel suo “L’almanacco di Gotta” (edito a Milano da Mondadori nel 1958) a p. 65 scrive: «Ivi [nello chalet della “Canottieri Sirio”] Guido ci recitò un suo sonetto in vernacolo, del quale serbo l’originale, scritto di suo pugno, a matita: I toton (Le zitellone)». Da Gotta a sua volta vennero donati ad Andrea Rocca, curatore dell’edizione de “I Meridiani” per Mondatori nel 1980 e pubblicati per la prima volta appunto nel Meridiano: unica testimonianza dell’amore di Guido per il “dolce” dialetto natio.

Gotta comunque parla di un solo sonetto (Ij toton), mentre dell’altro (Barba) nulla ci dice, ma dobbiamo pensare che comunque, anche se scritto in un’altra occasione, esso venne ugualmente donato all’amico.

In realtà, però, questi due sonetti non sono originali di Guido, ma traduzione di due sonetti della Guglielminetti comparsi nel volume Le vergini folli (del 1907). Dobbiamo ancora aggiungere che il testo autografo (pubblicato, come detto, la prima volta sul Meridiano mondadoriano) denota una scarsa dimestichezza del poeta col piemontese scritto.

Il critico Emilio Zanzi ipotizza per la stesura di Ij Toton un’occasione specifica (“una visita mattutina al mercato di Porta Palazzo”, nel 1911) e forse la stampa in qualche “giornaletto canavesano” (cfr. E. Zanzi, Guido Gozzano poeta del “film”, in «Gazzetta del Popolo» del 26 aprile 1927), anche se probabilmente in realtà esso non fu mai pubblicato finché Gozzano rimase in vita. Fu però stampato, rimaneggiato, dal De Marchi (in «Stampa Sera» del 24-25 maggio 1944) senza specificarne la provenienza e poi su «Ël Tòr», la rivista di cose piemontesi fondata a Roma e diretta dal poeta piemontese Luigi Olivero, del 10 novembre 1945. Nessuna altra notizia, se non la paternità (anzi, forse meglio la “maternità”) di Amalia Guglielminetti per il sonetto intitolato Barba.

Il testo gozzaniano è accompagnato sia da quello originale della Guglielminetti sia dalla traduzione letterale.

IJ TOTON

Ant ij canton dj’autar, le man unìe

divotament, a récito ’l rosari

’d figure piegà ’n doi, già ampòch rupìe,

anluminà dë sbies dai lampadari.

L’han tute ’d moviment ritardatari,

l’istesse face smòrte e ampòch patìe;

as saluto tra ’d lor, sërcand un rije

mincionador, e as guardo a l’incontrari.

A smija ch’a stërmo con na serta cura

’l mal ëd sentisse, a tut moment ch’a-i passa,

pì sensa miola e l’ànima pì scura.

E a seurto, un-a dòp l’àutra, dë scondion:

squasi ch’a-i fussa, ant l’aria greva e bassa,

quaichadun ch’a-j pija an bala për jë spron.1

[trad. di A. Guglielminetti, Le oscure]

Negli angoli discreti degli altari/ scorron corone fra le dita snelle/ figure curve come vecchierelle,/ cui lumeggian di scorcio i lampadari.// Tutte han gli stessi movimenti rari,/ gli stessi volti scarni di zitelle;/ si salutan con occhi di sorelle,/ cercando un riso in fondo ai cuori amari.// Sembran celare con gelosa cura/ il male di sentire a ogni ora farsi/ più vuoti i polsi e l’anima più oscura.// E ciascuna furtiva si dilegua,/ senza rumore, quasi per sottrarsi/ a un dileggio sottil che la persegua.

[Negli angoli degli altari, le mani giunte/ devotamente, recitano il rosario/ delle figure piegate in due, già un po’ rugose,/ illuminate di sbieco dai lampadari.// Hanno tutte dei movimenti ritardati,/ le stesse facce pallide e un po’ patite;/ si salutano tra loro, cercando un’allegria/ ingannatrice, e si guardano in tralice.// Sembra che nascondano con una certa cura/ il dolore di sentirsi, ogni momento che passa,/ sempre più senza midollo e l’anima più scura.// Ed escono, una dopo l’altra, di nascosto:/ quasi ci fosse, nell’aria greve e bassa,/ qualcuno che le prenda in giro per i loro “speroni”.]

1  ci si riferisce al modo di dire piemontese buté (avèj) jë spron: mettere (avere) gli speroni, riferito alle zitelle giunte ormai ad una età abbastanza avanzata.

BARBA

Barba, ti ’t ses ficate ant le mie ven-e

dë sfròs, parèj d’un bàudro. E ti it savìe

ch’i-j ciamava për mi cole caden-e

ch’a lasso ij niss ai pols e a le cavije.

Barba – l’hai dite alora – për mie pen-e

’t ëm deve ’mpòch ëd bin. E ti ’t rijìe

d’un rije dëspresios quasi a traten-e

lòn ch’it vorìe negheme. E it compiasìe.

Am conturbava già l’ombra pì scura

che ’n vita a l’abia mai impressioname

tant im sentìa la testa mal sicura.

Ma i l’hai tnu dur. Con n’atto coragios

l’hai afrontà col bàudro. E a l’ha sarame

con soe caden-e greve ij pols nervos.

[trad. di A. Guglielminetti, Catene]

Signore, tu venisti con catene/ pesanti, come un despota. Sapevi/ ch’io invocava per me quelle sì grevi/ che lunga impronta il polso ne mantiene.// – Signore, – io allor ti dissi, – un qualche bene/ per questa dura servitù mi devi./ E un riso schernitore tu ridevi/ come chi vuol negar, ma si trattiene.// Già m’avvinceva e mi turbava l’ombra/ dinanzi a cui la fuga è salutare,/ tanto di dubbi e di viltà c’ingombra.// Ma io le spalle per fuggir non volsi,/ il despota affrontai,vidi cerchiare/ di sue catene i miei febbrili polsi.

[Zio, ti sei infilato nelle mie vene/ di nascosto, come un despota. E tu sapevi/ che io chiedevo per me quelle catene/ che lasciano lividi ai polsi ed alle caviglie.// Zio – ti dissi allora – per le mie pene/ tu mi devi un po’ d’amore. E tu ridevi/ di un riso sprezzante quasi a trattenere/ ciò che volevi negarmi. E ti faceva piacere.// Mi turbava già l’ombra più scura/ che mai nella mia vita mia abbia impressionato/ tanto mi sentivo la testa mal sicura.// Ma ho tenuto duro. Con un atto coraggioso/ ho affrontato quel despota. E mi ha serrato/ con le sue catene pesanti i polsi nervosi.]

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