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IVREA. L’avvento della Mugnaia Nera

Piergiorgio, nome di fantasia, era uno dei musicisti di seconda fila che più si erano distinti, negli ultimi anni, per quanto riguarda la disposizione musicale e la passione carnascialesca sull’orlo dell’ossessione.

Era la mattina del 6 gennaio 2009.

Era il primo giorno davvero freddo, che aveva colto la vecchia Eporedia in quell’anno ghermito dall’effetto serra. L’effetto serra all’ombra della serra, e combinazione proprio in prossimità dello stabile La Serra!

Colà si doveva incontrare con Adelfo, uno dei veterani dei Pifferi, sapiente musico e grandissimo esperto delle nebulose leggende che circondavano il monumentale Carnevale di Ivrea.

Piergiorgio si sorprese nel vederlo inquieto, lui così spassoso, sempre sereno, disposto ad una buona parola per tutti. Fiutava l’aria, e scrutava nubi lontane con atteggiamento sofferto. Estrassero dalle loro borse i preziosissimi astucci dei loro pifferi.

Piergiorgio era convinto che sin dalle prime note il cuore di Adelfo si sarebbe sciolto, ed insieme si sarebbero scaldati come in una giornata d’agosto a Lampedusa. Adelfo aprì il proprio astuccio per primo, e cominciò a rimirare il proprio strumento con una strana diffidenza, come avesse difficoltà a riconoscere il compagno di tante stagioni postepifaniche.

Piergiorgio non si diede troppa cura di ciò, ma aperse lui stesso il proprio astuccio di cuoio e…stupore degli stupori; anzi, orrore degli orrori! In luogo del suo preziosissimo strumento ligneo a fiato, ne estrasse un vibratore! In realtà le versioni sono discordanti: alcuni sostengono infatti che si trattasse in realtà di un incursore anale, ma ciò non è molto significativo nell’economia dell’evento.

Piergiorgio rimase a bocca aperta, cosa invero assai inopportuna, di fronte ad un oggetto di quella sorta. E certo manifestò contrarietà, nei confronti di uno scherzo stupido o, peggio, un furto di gravissima entità. Ma quando distolse gli occhi dall’oggetto incriminato, fu ancora più sorpreso dalla esagerata reazione di Adelfo. Costui era impallidito d’un colpo, le labbra tremebonde, gli occhi rivoltati all’indietro ad esporre solo il bianco del bulbo, e tutto il corpo cosparso da un tremito sudaticcio. Piergiorgio in un attimo dimenticò il proprio problema, e si avvicinò all’amico con senso di pietà e preoccupazione. 

“Che ti succede, amico? Non preoccuparti per il mio piffero, me ne farò costruire un altro ancora più melodioso e bello, alla faccia di quegli imbecilli che…”

“L’ora dell’apocalisse è giunta!” fu l’agghiacciante urlo di Adelfo, che si aggrappò come un folle alle spalle del collega musico. “La profezia si è avverata! I sette pifferi dell’Apocalisse si stanno mettendo a suonare, e presto annunzieranno l’avvento…” . 

“L’avvento di che? Di chi?” Domandò Piergiorgio angosciato, ma al tempo stesso incredulo. “L’avvento della bestia, colei che più di tutti ci odia e desidera appagare la sua sete di crudeltà colle nostre più turpi sofferenze”. 

“E chi sarebbe mai costei” domandò ancora Piergiorgio, sempre più perplesso e frastornato. “Costei è…” e qui Adelfo fece una pausa di grande suspence; per la verità tale pausa durò dieci minuti puliti, come scelta di tempo ci pare piuttosto impropria, dunque noi preferiamo accelerare un po’ la dinamica, anche se con questa didascalia siamo riusciti a far passare un tempo non da poco. “Costei è…la Mugnaia Nera!”

Piergiorgio lì per lì rimase nuovamente a bocca spalancata, inopportunamente meno di prima, ma poi esplose in una risata sgangherata e sempre, ahimè, a bocca spalancata. “Eddai, non mi farai mica il razzista, no? Che c’è di male in una mugnaia nera? Abbiamo proprio qua vicino la Madonna di Oropa…” 

“Taci!” lo zittì brutalmente Adelfo. “Sto parlando non del nero della pelle, ma dell’anima!” e cominciò a contorcersi e a roteare gli occhi in modo sconnesso e regolare al tempo stesso. 

Poi si fermò, ad occhi sbarrati, e cominciò a declamare: “Piomberanno dal cielo i sette pifferi dell’Apocalisse! Il Primo piffero solleva il pelo, il secondo lo taglia…Sta a vedere che mi confondo

col gillette? Vabbè, il primo piffero avrà aspetto di oggetto immondo, e lo abbiamo già visto. Il secondo piffero degraderà impunemente il virile ruolo del Comandante supremo del Carnevale! Il terzo piffero colpirà la simpatia allegra dei bambini! Il quarto piffero spoglierà il giovedì grasso della vivace mascherata serotina! Il quinto piffero punirà i guerrieri nei tre giorni cruciali in cui si battono con coraggio estremo a colpi di sapidi agrumi. E il sesto piffero non avrà pietà delle feconde fiamme che avvolgono gli autorevoli scarli. E sarà subito dopo questa ennesima offesa, che piomberà il piffero più oltraggioso di tutti: il vero, abominevole, ignominioso, inesorabile Avvento della Mugnaia Nera!”

Piergiorgio ascoltò i deliri dell’amico in riflessivo silenzio, scrutando nel suo sguardo alla ricerca del seme della follia, ma non riuscì a riconoscerne i prodromi.

Si avviarono dunque verso il luogo di concentramento per la prima sfilata annuale, Piergiorgio senza il suo strumento, perlomeno musicale.

Chiacchierando amabilmente con i colleghi, dimenticarono per un po’ la triste vicenda che li aveva appena visti protagonisti. Ma la quiete durò poco. Infatti fu grande l’orrore di tutti i presenti, alla vista dell’atteso generale non nella consueta livrea, bensì vestito d’un abito lungo molto vistoso, a colori vivacissimi,con due generosi spacchi laterali, in testa una feluca fucsia metallizzata, al collo un boa rosso che certo non gli avrebbe impedito di ricevere gragnuole di arance nei giorni fatidici del carnevale. “Ma…Generale!” esclamò stupefatto il veterano degli Ufficiali.

“Ma che Generale e Generale, bello! Chiamami Generalessa Bonatutta!” esclamò il Comandante con una risata argentina. La sfilata fu assai imbarazzante, con Bonatutta che ballava la samba e pretese anche di cantare in playback otto canzoni di Raffaella Carrà.

“Il secondo piffero dell’Apocalisse!” sussurrò Adelfo in un orecchio di Piergiorgio, mentre la Generalessa Bonatutta gli soffiava nell’altro.

Nei giorni successivi non avvenne più alcun evento catastrofico, e le cose procedettero con tranquillità, tanto da illudere tutti, tranne Adelfo, che si fosse trattato solo di stravaganze invernali.

Ma venne l’ora di nuove celebrazioni carnascialesche. Due settimane prima della domenica cruciale: la gente piomba in strada per assistere gioiosa alla prima tornata di Alzata degli Abbà. Immensa delusione: non venne celebrata infatti l’Alzata degli Abbà, bensì l’Abbassata degli Alzà!

Questi poveri bambini (peraltro tutti figli di Gigno Vinia e Georgia Popolo) furono costretti a salutare la folla da sottoscala e seminterrati angusti e nauseabondi. Potrete immaginare da là sotto come fu brillante il lancio di caramelle. “Il terzo piffero” pensò sospirando e scuotendo il capo Adelfo. 

La domenica successiva si rivelò un disastro analogo.  Poi venne Giovedì Grasso. Alla sera, gli Eporediesi si riversarono nelle strade festosi e mascherati, ognuno come gli era parso più originale e simpatico. Ma guardandosi intorno, non ci volle molto che tutti si rendessero conto della verità: si erano travestiti tutti, ma dico tutti, da Matteo Salvini! No, in verità proprio tutti no, a voler essere precisi: un cagnolino era mascherato da Mario Giordano, e in mezzo a quella folla di Salvini non sapeva più chi doveva andare a leccare! Fu un’esperienza funerea e mortificante; neppure in tutte le reti Mediaset e Rai messe assieme c’erano così tanti Salvini. “E quattro” alzò gli occhi al cielo Adelfo.

 Il sabato sera fu una folla di Eporediesi decisamente preoccupati quella che andò a concentrarsi in Piazza di Città, nell’attesa dell’uscita della Mugnaia.

E invece quella sera andò tutto liscio. Forse era tutto finito, un brutto incubo superato? Adelfo sapeva che le cose non stavano così.

Venne la domenica. La sfilata si svolse senza grossi problemi, cosa che illuse ulteriormente gli spettatori. Ma lo scempio si manifestò all’ora della battaglia delle arance. Gli aranceri delle squadre a terra si accorsero che, per uno sconsiderato errore, al posto di tonnellate di arance, gli erano state consegnate tonnellate di…mirtilli! Per un disguido analogo invece agli aranceri dei carri erano state consegnate tonnellate di… angurie!

Vinsero gli aranceri sui carri.

E finalmente arrivò la fatidica sera del martedì grasso. A Ivrea per la prima volta nella sua storia si aspettava con ansia che il Carnevale finisse, mai erano successi degli imprevisti tanto nefandi. E allora via all’accensione degli Scarli, si dica la parola fine a questo disastro! Ma che succede? Non si accendono? Neanche coi lanciafiamme, coi Napalm??? Misericordia, sono fatti di materiale ignifugo, ecco perché!

 E mentre gli Eporediesi gridavano la loro disperazione per questa ennesima sventura, nel marasma generale una oscura figura si avvicinò di soppiatto alla candida Mugnaia, che reggeva la spada infuocata, quella sì, imprecando per la propria sfortuna. Venne strattonata brutalmente da quella losca presenza, sbattuta a terra dal carro. La fiamma della spada illuminò a questo punto l’artefice di tale delitto: era Daniela Santanchè, completamente bardata di un abito da Mugnaia nero, compreso il Berretto Frigio: e ci mancherebbe altro!

 Prima esplose in una risata satanica poi, rivoltando indietro gli occhi (sì, proprio come faceva la Cortellesi) gridò: “Sono io la Mugnaia Nera!”. Gli Eporediesi cominciarono dunque a piangere, disperarsi, strapparsi i capelli, maledire il destino crudele, e mentre facevano tutta questa pletora di

cazzate, improvvisamente comparve un’altra figura altrettanto lugubre della prima, bardata in modo analogo, che saltando sul carro tentò di strappare di mano la spada alla Santanchè urlando “No, sono io la Mugnaia Nera! A noi!” ebbene sì: era Alessandra Mussolini!

La folla abbandonò la Piazza mestamente, mentre le due, tramite imbuti, si stavano ingozzando reciprocamente di olio di ricino.

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Blogger: Franco Kappa

Franco Kappa
Ivrea di palo in frasca

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