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IVREA. L’Anpi e il liceo Gramsci di Ivrea ricordano Primo Levi nel trentesimo della scomparsa

L’11 aprile 1987 Primo Levi poneva fine drammaticamente alla sua vita. 

La sua testimonianza però ha segnato in profondità le nostre vite. Ognuno di noi, infatti, anche se non lo sa, deve qualcosa di molto prezioso a quest’uomo. Vale la pena, dunque, dedicargli una pagina. 

Non già per le istituzioni, che pur sostengono questa doverosa commemorazione; non per gli eventuali relatori, che si saranno sforzati negli anni di trasmettere il messaggio di Levi ai giovani; non per gli studenti, ai quali soprattutto si rivolge l’incontro; e nemmeno per lo stesso Levi, a cui tutti, come si è detto, dobbiamo molto. Più giusto e più importante è dedicare invece la serata alla sua testimonianza, al suo messaggio, alla sua lezione. 

Qual è questo messaggio? Quale la sua lezione? 

Ad esempio questa, quella che sembra più urgente: «al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire». 

Oppure questa, ancora più attuale: «Neppure è accettabile la teoria della violenza preventiva: dalla violenza non nasce che violenza, in una pendolarità che si esalta nel tempo invece di smorzarsi» (Primo Levi, I sommersi e i salvati, 1986).

La mattina dell’11 aprile 1987 – mi ricordo benissimo – mi trovavo a Torino, nella Biblioteca Einaudi. Leggevo Heidegger. Mi sforzavo di leggerlo in tedesco, perché stavo seguendo un corso di lingua tedesca in quello stesso Goethe Institut frequentato anni prima da Levi. 

Erano anni di precariato scolastico, durante i quali mi aggiravo tra i banchi come un esteta. Vedevo dall’alto il testo di Levi sui banchi degli studenti e lo riposavo quasi con insofferenza. Eppure leggendo per la tesi Le différend di Lyotard (1983) avevo pur appreso di Faurisson e dei negazionisti, di Nolte e dei revisionisti. Ma la scuola in quegli anni, salvo eccezioni, non si interessava di questo argomento, della Shoah. Leggo Se questo è un uomo nel 1989 a seguito di una lezione su Schelling al Liceo Alfieri di Torino. Sia Schelling che Levi citavano il verso di Dante lasciate ogni speranza o voi ch’entrate. È l’anno delle rivolte degli studenti cinesi in piazza Tienanmen, del crollo del Muro di Berlino. È l’anno in cui comincia a sgretolarsi, con effetti diversi, anche drammatici, l’impero sovietico. Il mondo si avvia verso la globalizzazione sotto l’unico modello statunitense.

Da un punto di vista pragmatico leggere quel testo ha significato per me un cambiamento radicale. Una svolta nel mio modo di concepire la cultura (da allora Auschwitz diviene per me il vero banco di prova di tutte le teorie), nella mia didattica, nella mia vita. 

Nel 1997 partecipo a un convegno a Freiburg con Giovanni Tesio. Fra i presenti c’era «Pikolo», cioè Jean Samuel, compagno alsaziano di Primo Levi ad Auschwitz. Nel 2007 scrivo un articolo su “Testimonianze” ispirato da una frase di Levi «poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso», che si poneva in antitesi allo spirito dei vangeli sinottici e allo stesso Schelling delle Lezioni di Erlangen (1820-21) 

Si è trattato dunque di un vero incontro. Di uno dei pochi incontri fondamentali della mia vita.

E se oggi siamo qui  con l’Anpi di Ivrea a ricordare Primo Levi non è tanto per le istituzioni che sostengono questa commemorazione (Anpi, Scuola, Comune); non per me, che ho proposto all’Anpi l’idea della commemorazione, a me che devo molto a Primo Levi e che ho cercato di trasmettere nei miei trent’anni di insegnamento il suo messaggio agli studenti; non siamo qui per gli studenti, ai quali soprattutto ci rivogliamo; e nemmeno per lo stesso Levi, a cui dobbiamo tutti molto. Siamo qui invece per la sua testimonianza, per il suo messaggio, per la sua lezione. 

Qual è questo messaggio? 

Ad esempio questo: «Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltas-ero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di quali eravamo, rimanga» (Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1989, p. 23. Lettura di Marco Bovolenta, 4I). 

Da dove arriva questo messaggio? 

Arriva dal fondo dell’umano. E quando si è al fondo dell’umano vengono meno le parole per esprimere questa esperienza limite, la terribile esperienza dell’offesa. Linguaggio e Shoah – dice lo storico Francesco Lucrezi – sono incompatibili, come la vita e la morte, come l’essere e il nulla. E qui ci viene da pensare al nichilismo di un Sofista come Gorgia, il quale aveva dimostrato logicamente che l’essere non è; anche se l’essere fosse non potrebbe essere pensabile; e se fosse pensabile non potrebbe essere esprimibile. E noi, nelle nostre lezioni, assieme a Wiesel, abbiamo sempre aggiunto una quarta deduzione: anche se l’essere fosse esprimibile, non si dovrebbe esprimere, perché il linguaggio falsifica l’esperienza dell’offesa. E perciò essa, questa offesa, nella sua essenza, resta incomunicabile. 

In che cosa consiste questa offesa? Nella demolizione dell’uomo. 

Ovverosia nella confutazione dell’Umanesimo, di tutta la cultura, della storia che ha posto l’uomo al centro dell’universo. Consiste nella rapida cancellazione della dignità dell’uomo. Jean Améry aveva definito questa assoluta degradazione umana Entwürdigung, che si può intendere come Vernichtung della soggettività. 

Si tratta di un’offesa irreparabile – sostiene ancora lo storico Lucrezi – perché chi ne viene toccato non si libererà mai più della morte, neanche a pericolo scampato. Il gesto estremo nei reduci può arrivare infatti anche a scoppio ritardato. In Levi si è verificato 44 anni dopo il trauma. Riprendiamo a questo punto la frase di Levi: «poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso»!

Quell’offesa resta dunque impressa nell’anima come un senso di colpa che alla lunga conduce al naufragio. Il senso di colpa – dice Wiesel – rientrava nel «sistema del Lebensschein», della vita apparente, ossia di uno dei tanti modi di cui i nazisti si servivano per decimare i campi. Il senso di colpa attanaglia i superstiti e non si estingue mai, nemmeno di notte; anzi nel sogno il dramma si fa ancora più vivo, puro ed evidente. 

Il sogno – scrive Levi – «non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. (..) sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all’infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa». (Primo Levi, «Il risveglio», in La tregua). 

Dopo di allora, ad ora incerta, / Quella pena ritorna, / E se non trovi chi lo ascolti / Gli brucia in petto il cuore. / Rivede i visi dei / suoi compagni / Lividi nella prima luce, / Grigi di polvere di cemento, / Indistinti per nebbia, / Tinti di morte nei sonni inquieti: / A notte menano le mascelle / Sotto la mora greve dei sogni / Masticando una rapa che non c’è. / «Indietro, via di qui, gente sommersa, / Andate. Non ho soppiantato nessuno, / Non ho usurpato il pane di nessuno, / Nessuno è morto in vece mia. Nessuno. / Ritornate alla vostra nebbia. / Non è mia colpa se vivo e respiro / E mangio e bevo e dormo e vesto panni (Il superstite, poesia scritta il 4 feb¬braio 1984).

Eppure, nonostante l’offesa resti incomunicabile – dice Levi nell’Appendice a Se questo è un uomo, pensando ai revisionisti e ai negazionisti – dobbiamo pur parlare e dobbiamo pur essere ascoltati, perché sembra che il fascismo si sia come «incistato» in Europa. In ciò consiste il nocciolo di quanto egli ci vuole dire. «Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire» (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Conclusione, Einaudi, Torino 1986, p. 164. Lettura Chiara Marcone, 4A).

È avvenuto, e quindi può accadere di nuovo. Ma se sta per riaccadere, allora vuol dire, osservava Levi qualche mese prima di cedere al senso di colpa, allora vuol dire che le sue parole non sono state in grado di trasmettere il messaggio, il nocciolo di quanto volevamo comunicare. – «… ci siamo accorti di quanto poco servano le parole per descrivere la nostra esperienza. Funzionano male per cattiva ricezione, perché viviamo ormai nella civiltà dell’immagine, registrata, moltiplicata, teletrasmessa, ed il pubblico, in specie quello giovanile, è sempre meno propenso a fruire dell’informazione scritta; ma funzionano male anche per un motivo diverso, per cattiva trasmissione. In tutti i nostri racconti, verbali o scritti, sono frequenti espressioni quali indescrivibile, inesprimibile, le parole non bastano a…». (Questa confessione di Primo Levi è stata scritta nel 1987, poco tempo prima della sua tragica morte. È tratta dall’introduzione di Alberto Cavaglion al testo di Marcello Martini, Un adolescente in Lager, Giuntina, Firenze 2008. Lettura di Riccardo Vecchia, 5C).

La civiltà dell’immagine teletrasmessa, l’immagine virtuale, con tutta la sua inutile velocità che annulla lo spazio/tempo, impedisce la giusta ricezione della parola, la quale ha bisogno di essere invece meditata e coltivata nel tempo e nello spazio. La parola non ha ancora trovato la giusta trasmissione. Occorrerà dunque trovare questo giusto modo per provare ad esprimere quell’offesa. 

Proviamoci tutti. Chissà che tutti insieme non si riesca a trovare la giusta armonia.

Franco Di Giorgi

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