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INDRO MONTANELLI

IVREA. La mostra “Piccoli tasti grandi firme” dimentica il passato della città  

Piccoli tasti, grandi firme. Una mostra al museo Garda di Ivrea sino al 31 dicembre. “Può apparire incredibile – commenta il curatore Luigi Mascheroni – ma ci fu un tempo in cui i giornali si facevano senza computer, senza mail, senza cellulari…”. 

Da qui in avanti un elogio ai grandi giornalisti che dal 1950 (anno in cui l’Olivetti progetta la mitica Lettera 22) ai primi anni ‘90 (quando i pc entrano nelle redazioni) influenzarono la linea editoriale delle più note testate. Da Montanelli a Bocca, passando per Biagi, Fallaci, Brera e Soldati. 

Tutto qui? Tutto qui! Eppure ben altro ci sarebbe stato da dire in una mostra a Ivrea su Olivetti, giornalismo e giornalisti. Per esempio che Olivetti fu editore della Sentinella del Canavese, attraverso cui portò avanti la sua idea di Comunità.  O per fare un altro esempio che proprio qui, a Ivrea – potrà apparire incredibile – nacque nel 1849 uno dei primi giornali in lingua italiana. Si chiamava l’Eco della Baltea Dora, in continuità con un giornale di quattro pagine, scritto in lingua francese, del dipartimento Aosta-Chivasso-Ivrea, le “Journal de la Doire”. 

Ed è la storia appassionante del nostro Risorgimento, di giornali che venivano bruciati in piazza Ottinetti, di giovani giornalisti, che sono i nonni di antiche famiglie di Ivrea, di Strambino, di Agliè e di tutto il circondario. 

Cognomi come Baratono, Riva, Ripa, Benvenuti, Rey, Quilico, Giacosa, Demaria, Borgialli, Germanetti, Gatta, Bosio, il Conte Giuseppe Brida di Lessolo e il Marchese Federico Carandini di Modena e tanti altri.

Uomini che hanno fatto, sul serio, la storia, mettendo una dietro l’altra parole dure come la pietra. Per colpire, per schiaffeggiare il potere, disarmandolo e denudandolo. Perché al tempo de “L’Eco della Baltea Dora”, non era affatto com’è oggi o l’altro ieri e si sarebbe anche potuto morire – e si moriva sul serio – per dire “fango al fango e le civili maschere aborro”.

Questo per dimostrare che cosa? Che Olivetti nacque a Ivrea non per caso e che in questa città già decine di anni prima s’erano create le condizioni per una vivacità culturale difficilmente riscontrabile in altre parti d’Italia. Qui, per fare un altro esempio, nella notte tra il 12 e il 13 marzo del 1821 i “Federati”, guidati dal conte Palma di Cesnola, occuparono il Municipio, proclamarono la Costituzione e  liberarono dalle carceri i prigionieri politici. Così Ivrea, non Torino, è una delle prima tra le città piemontesi, ad aderire al moto rivoluzionario contro l’assolutismo.

All’inizio del Regno di Carlo Alberto, gli uomini che nel 1849 daranno vita al giornale “L’Eco della Baltea Dora”, risiedono in città per studi o stanno per iniziare l’attività professionale o più realisticamente hanno scelto Ivrea per scampare dal pericolo e dalle guerre che infiammavano gran parte dell’Italia. 

Tra i collaboratori due ebbero una particolare importanza e svolsero un ruolo di primissimo piano nella redazione del giornale, sia perchè dotati di una spiccata personalità e sia perchè erano passati attraverso esperienze giornalistiche e politiche di non secondaria importanza: Pietro Baratono e Lorenzo Gatta.

Un esempio di giornalismo da seguire, da copiare. Un giornalismo libero e di opinione, pronto a raccontare tutto, senza risparmiare l’inchiostro.

Il primo numero dell’Eco della Baltea Dora, vide la luce in Ivrea il 2 gennaio del 1849, in uno dei momenti cioè più difficili e tragici della storia del nostro Risorgimento.

Fu proprio la gravità degli eventi a far sentire ormai come inderogabile la necessità di dotare la città di un giornale che fosse, non solo l’eco della vita nazionale, ma consentisse anche ad un certo gruppo di uomini di esprimere le proprie idee, sia politiche che economiche, per indirizzare e formare l’opinione pubblica.

A favorirne la nascita contribuì “la libertà di stampa”, concessa dai Savoia alla fine del ‘47.

“Il giornalismo politico in Piemonte, dopo l’editto del 30 ottobre ‘47, ebbe una larga fioritura, che si potrebbe dire la sua vera età dell’oro. Imassimi giornali, quelli che combatterono le più belle battaglie del nostro Risorgimento sorsero in quest’anno fatidico (E. Spina)”.

A Ivrea l’Eco della Baltea Dora, a Torino il “Risorgimento”, espressione del gruppo moderato raccolto intorno a Cavour, e la “Concordia” del gruppo democratico di Lorenzo Valerio.

La storia de “L’Eco della Baltea Dora”, comincia grazie a Fausto Luigi Curbis, titolare di una tipografia a Ivrea, vero e proprio “cenacolo intellettuale” per dirla con Francesco Carandini, il luogo in cui si riunivano quasi quotidianamente le migliori menti del Canavese.

Nato a Strambino, divenne tipografo sposando l’erede della tipografia Franco di Ivrea. Dice il Bertolotti: “Dei Curbis viventi devo nominarvi Fausto Luigi benemerito tipografo editore – libraio ad Ivrea – direttore proprietario del giornale del circondario”. Sempre il Bertolotti “Dei Curbis, famiglia antica del luogo, è ricordato un maggiore che prestò servizio in Francia, ove ebbe la croce della Legione d’onore. Suo fratello fu degno arciprete di Borgomasino. Merita poi speciale menzione Don Giovanni Battista Curbis, prevosto di Vestignè che fu persona di molto senno; nelle epidemie simostrò di uno zelo straordinario; promosse l’istituzione di una silo infantile in Vestignè ed aveva ideato di fondare un ospedale per gli infermi…”.

Che L’eco della Baltea Dora fosse un po’ la sua creatura è pacifico, tant’è che le pubblicazioni cesseranno alla sua morte, avvenuta nel dicembre del 1890.

Se ci sia stato, e in quale misura, un suo effettivo apporto di collaborazione alla stesura del giornale non è possibile stabilirlo. E’ significativo però il fatto che tutte le lettere, sia di approvazione che di protesta, sono a lui indirizzate, non ultime quelle di D’Azeglio e del Marchese Birago di Vische direttore dell’Armonia; ciò attesta che fu considerato più che semplice proprietario del giornale, ma “direttore responsabile”.

Il primo anno, nel 1849, L’Eco della Baltea Dora uscì due volte alla settimana, ma con il primo numero del gennaio 1850, uscì solo più una volta e cioè al giovedì, e così continuò poi sempre.

Il primo numero del 1850 porta in prima pagina le linee programmatiche per il futuro: “La benevolenza con cui questo giornale venne sinora accolto gli è pegno del futuro concorso dei Municipi e delle persone intelligenti ed amanti della patria a sostenere la difficile impresa. L’esperienza dimostrò che una pubblicazione settimanale basta all’interesse della divisione. (…). Ciascun numero si vende separatamente a 20 centesimi.”,

Citiamo tra gli altri collaboratori anche  l’avvocato Riva, l’avvocato Ripa, l’avvocato Benvenuti, il Canonico Avvocato Grassotti, l’avvocato Rey, l’avvocato Quilico, l’avvocato Giacosa, l’avvocato Demaria, il dottor Borgialli, il dottor Germanetti, il dottor Gatta, il dottor Bosio, il conte Giuseppe Brida di Lessolo e il Marchese Federico Carandini di Modena, il Capitano di StatoMaggiore, insegnante alla scuolamilitare di Fanteria in Ivrea, l’ingegner Lomaglio e l’architetto Gajo.

Concludendo? Va bene una mostra sui grandi giornalisti dell’epoca moderna ma a Ivrea ci sarebbero state davvero ben altre storie da raccontare, non in ultima l’attuale presenza di ben quattro periodici (La Voce, La Sentinella, Il Risveglio e Il Giornale di Ivrea) che per una città di poco più di ventimila abitanti sono davvero un unicum mondiale.

Liborio La Mattina

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