Home / Torino e Provincia / Ivrea / IVREA. In ricordo di Ferruccio Nazionale

IVREA. In ricordo di Ferruccio Nazionale

Cari amici,

Fra le tante date che commemorano l’epopea resistenziale in Ivrea e Canavese, spicca il giorno in cui si compì il martirio del Partigiano Ferruccio Nazionale, che ebbe il suo tragico epilogo proprio il 29 nella piazza del Municipio di Ivrea, a Lui poi intitolata.

Lo ricorderemo ad Ivrea il pomeriggio di domenica 29 luglio 2018, alle ore 18, con una breve e raccolta cerimonia che si svolgerà nel luogo stesso del martirio, Piazza Ferruccio Nazionale, o del Municipio. La deposizione di un mazzo di fiori accanto alla lapide, la lettura di una testimonianza sull’episodio ed un canto concluderanno il ricordo. Alla cerimonia sono stati invitati il Sindaco e gli Amministratori comunali di Ivrea.

Di seguito una serie di note, alcune delle quali inviate dall’amico Luciano Guala, scritte in una ricerca sulla Resistenza di Ronco, dove è stato sepolto Ferruccio, e paese di Luciano, che ancora ringraziamo per il suo impegno.

Mario Beiletti,

Anpi Ivrea e Canavese

“Mi spieghi come mai il partigiano Ferr…”. Non appena pronuncio il nome Ferruccio il mio interlocutore cambia espressione, la faccia si arrossa ed un nodo evidente alla gola lo soffoca, ma io insisto “Ferruccio Nazionale è stato sepolto a Ronco, nella tua tomba di famiglia?”. Aspetto che si calmi un po’

“Sai, lui era un giovane che non aveva i genitori, e così la mia magna ( =zia)…una donna minuscola di corporatura ma molto forte, si è curata di lui, e lo ha voluto qui dopo la morte orribile che gli hanno fatto fare ad Ivrea, nella piazza del Comune…”.

Lunga pausa di magone. “Sai che c’erano quattro lose a fianco degli scalini che ci sono all’ingresso del Comune, e su di queste era stato inciso il suo nome? Quei bastardi della Decima Mas gli hanno proprio fatto fare una brutta fine…”. “Ma tu sai dirmi se è vero quello che dicono di lui i fascisti, ancora oggi, che è stato punito per aver tentato di uccidere il prete cappellano della Decima Mas, un certo don Augusto Bianco?”.

“Questo non lo sapevo, ma se lo ha fatto..”, non termina la frase, ma credo proprio che lasci intendere che avrebbe proprio fatto bene a farlo. Forse anche in questo caso si tratta di una menzogna detta per cercare di dare una giustificazione credibile ad un atto incredibilmente disumano.

E’ sulla piazza del municipio di Ivrea che il nostro ventiduenne Ferruccio, partigiano della 76.ma Brigata, il 29 luglio 1944 è stato ucciso due volte: dapprima massacrato di botte ed infine impiccato quando la sua vita se n’era già andata da quel giovane corpo. Spesso questa fotografia riappare in molti documenti sulla Resistenza, la morte di Ferruccio è diventata l’immagine della crudeltà che un uomo in armi può compiere su un uomo inerme: quando si parla a sproposito di guerra civile si pensi a chi ha compiuto atti orrendi come quello ai danni di Ferruccio, e si scoprirà che sono militi come questi marò della compagnia “O” che si vantava di essere la più violenta della decima.

“Lo abbiamo tenuto nella nostra tomba, poi, finita la guerra, è stato trasferito in un loculo a Chiavazza”.

Appena dopo la morte il suo nome è stato dato al nuovo distaccamento nato a novembre nell’ambito della 76.ma Brigata, la Togni-Aosta operante nella zona di confine che dal Mombarone scende alla pianura della Dora Baltea. Inizialmente al comando di Tin, l’ingegner Oreste Ferrari, il “Ferruccio Nazionale” era costituito come distaccamento mobile impegnato nella pianura attraversata dall’autostrada Torino-Milano. Fra i suoi martiri ricordiamo il carabiniere Vito Rugge “Trimoncino”, il partigiano “Vento” ed i ventuno fucilati a Biella il 4 giugno nella piazza che prenderà il loro nome. Tutte morti che hanno in comune una barbarie ed una sofferenza irriferibili.

La Repubblica italiana ha concesso al nostro Ferruccio la Medaglia di Bronzo alla memoria, con la seguente motivazione: Nazionale Ferruccio di Giovanni, classe 1922, da Biella. Volontario in formazioni partigiane, dava costante prova di coraggio e di fermezza di carattere, prendendo parte attiva a diverse rischiose azioni. Catturato durante un’operazione di rastrellamento, veniva condannato a morte mediante impiccagione. Generoso esempio di serenità d’animo e di dedizione alla causa della libertà. Ivrea, 29 luglio1944.

La piazza di Ivrea, luogo del suo martirio, ora porta il suo nome, ma la denominazione incontra qualche difficoltà nella cittadinanza, perché è invalso il vecchio nome di Piazza di Città, che era già stato sostituito da quello di Vittorio Emanuele con scarsi risultati, ottenendo l’effetto paradossale di avere tre nomi per un luogo solo. Chi conosce la storia che vi ho raccontato non attraversa quella piazza, sede di infinite manifestazioni ed anche dei momenti gioiosi dello storico Carnevale, senza guardarsi attorno con lo sguardo, interrogandosi per quale maledizione possano sorgere giorni in cui la funesta ombra della forca può oscurare un luogo così caro per il suo aspetto protettivo a chi ama questa città.

Ecco come la staffetta Rina Valè descrive l’impiccagione: “… Scendo per via Arduino, per portarmi in piazza Botta dove passa la corriera per Donato. Ma arrivata in piazza di città, mi attende un altro difficile momento. Squadristi della San Marco mi prendono, con un’altra cinquantina di persone, facendomi addossare al muro della chiesa di S. Ulderico, mi spianano il mitra sul petto e mi ordinano di non muovermi. Ci guardiamo tutti terrorizzati, non sappiamo cosa ci aspetta, temiamo una decimazione. Agli altri tre lati della piazza ci sono tre file di militi fascisti per ogni lato, tutti in assetto di guerra. Dopo alcuni minuti sentiamo cantare Giovinezza. Gli schiamazzi arrivano da via Arduino, sembra che vadano o tornino da una festa. … sono una decina di squadristi su un furgoncino, e su di esso una forca di legno grezzo. […] A metà piazza, spostato un po’ verso sinistra, fermano il furgoncino, scendono la forca la preparano e se ne vanno sempre cantando. Dopo qualche momento, arriva, sempre da via Arduino, un secondo furgoncino. Dietro, sul bordo del ribaltabile, c’è un ragazzo: ci passa ad un metro di distanza. Il suo viso è tutto tumefatto. Non ha più sembianze d’uomo. Ha le mani legate dietro. Tiene la testa abbassata sul petto. […] Quando arriva in mezzo alla piazza, fermano il mezzo nel luogo in cui pende il cappio, fanno scendere il povero ragazzo, gli infilano il cappio al collo e lo stringono. Io in quel momento chiudo gli occhi per non vedere quel tragico gesto … il canto di Giovinezza a squarciagola copre il rumore del furgoncino che riparte. Quando li riapro, il poveretto è là appeso che dondola con mano e piedi legati con filo di ferro. Solo allora ci lasciano andare. […] erano le 17.00 circa”.

di Luciano Guala

29-31 luglio del ’44

Scontri a Salassa, Valperga, Canischio, Alpette, Pont. Rastrellamenti in tutto l’Alto Canavese. A Strambino muore per ferite la staffetta Adriana Mino.

A Ivrea viene impiccato Ferruccio Nazionale detto “Carmela”, il cui corpo, immortalato in una macabra foto, è divenuto uno dei simboli della ferocia cui si giunse durante la guerra civile.

Quel giorno aveva deciso di attentare alla vita del cappellano militare della Decima, don Augusto Bianco. Bloccato con una bomba a mano in pugno, proprio un istante prima che potesse scagliarla, fu sommariamente giustiziato il 29 luglio tramite impiccagione nella piazza del municipio. Il corpo, lasciato appeso con cartello al collo divenuto tristemente famoso per una foto scattata da un marò (vedi foto), sarebbe dovuto rimanere appeso quale monito per la popolazione, che venne raggruppata e fatta sfilare davanti al suo cadavere. Secondo le testimonianze di alcuni partigiani (raccolte però successivamente ai fatti), al momento dell’impiccagione Nazionale era praticamente già morto a causa delle torture subìte da parte dei marò della compagnia “O”, generalmente ritenuta la più violenta della Decima, e, sempre secondo queste testimonianze, nell’ambito delle torture gli sarebbe anche stata mozzata la lingua. Tuttavia, dopo poche ore, un ufficiale del battaglione “Fulmine”, non ritenendo compatibile un simile spettacolo di ferocia con l’onore del proprio reparto, ordinò che il corpo fosse deposto, e cristianamente sepolto nel cimitero cittadino, alla presenza di un picchetto di marò..

Commenti

Blogger: Redazione

Redazione

Leggi anche

Scontrini non a norma

Scontrino elettronico, CNA incontra le imprese per spiegarlo

Dal 1° gennaio 2020 entrerà in vigore l’obbligo generalizzato dello scontrino elettronico e soprattutto l’invio …

Capitale della cultura d’impresa: Alba batte Ivrea e Biella

Per un momento il presidentissimo di Confindustria Canavese Patrizia Paglia ci ha creduto davvero: fare …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *