Marta Rabacchi

Qualcosa di sinistra di: Marta Rabacchi

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Il lascito

venaria reale
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Cos’è il G7? Per la comunicazione istituzionale «è un foro di dialogo di massimo livello tra i leader delle principali democrazie industrializzate del mondo. Le sue caratteristiche principali sono il carattere intergovernativo del processo preparatorio, l’informalità, la capacità di discutere e trovare in tempi rapidi e di comune accordo soluzioni alle principali questioni globali». Perciò il G7 non è un’organizzazione internazionale, non ha una struttura amministrativa ed è presieduto a turno dai Paesi che lo compongono secondo un ordine prestabilito. Il 2017 è l’anno della presidenza italiana che ha pertanto il compito di organizzare e ospitare gli incontri e le riunioni ministeriali, predisponendo bozze e documenti finali, eccetera.

A Torino, o meglio, alla Reggia di Venaria, sono andate in scena tra il 25 e il 30 settembre appena trascorsi le sessioni del G7 dedicate all’industria e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, alla scienza e all’innovazione, e infine al lavoro. Negli stessi giorni, la Fiom Cgil organizzava un incontro dal titolo alquanto impegnativo «G7 e industria 4.0: quale futuro per il lavoro e per i diritti?», mettendo a confronto il mondo della politica e dell’università con i delegati delle aziende metalmeccaniche sugli effetti della quarta rivoluzione industriale, che è già nei fatti.

Siamo ormai dentro un cambiamento del modo di produrre tale da assumere i caratteri di una nuova (la quarta) rivoluzione industriale, dopo l’invenzione della macchina a vapore, il motore a scoppio e l’informatica. Col cambiamento in atto, oggetto di esame negli incontri del G7 a Venaria, anche il sindacato sta facendo i conti. Al convegno Fiom, una delegata della Skf, che ha partecipato a una «dimostrazione aziendale» a Göteborg, in Svezia, nella quale è stata mostrata una linea di produzione così automatizzata da richiedere circa la metà della forza lavoro un tempo impiegata, ha dichiarato che «vedere i robot svolgere i compiti di noi addetti fa impressione».

Nel suo intervento, la politologa tedesca Birgit Mahnkopf ha sostenuto che gli effetti della digitalizzazione sul mercato del lavoro potrebbe costare diversi milioni di posti nelle economie avanzate. Non solo: ai lavori di routine e ai servizi digitali provvederanno i «click workers», con prestazioni a cottimo; la nuova condizione normale del lavoratore sarà caratterizzata da occupazione instabile, salari e redditi sempre più bassi. Coloro che lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici «saranno controllati da applicazioni e algoritmi», l’equivalente delle vecchie catene di montaggio, «ma molto più difficili da rompere».

Al G7 si è discusso degli impatti della digitalizzazione sul mercato del lavoro, riferendo – tra l’altro – che «il rischio che un posto sia rimpiazzato dall’automazione sarebbe pari al 57 per cento nei paesi Ocse». Però, «come in qualsiasi altra accelerazione della storia, altri posti di lavoro saranno creati». Ma sulla quantità e qualità di quel lavoro, neanche una parola.

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