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San Bernardo Amianto

IVREA. Dell’amianto di via delle rose ce ne vogliamo occupare o no?

L’annuncio, nello scorso mese di agosto, aveva letteralmente rotto uno dei silenzi più assordante che si ricordi, intorno all’ex stabilimento Olivetti di via delle Rose a San Bernardo, finito anche lui, ahìnoi,  come tutti sanno, nell’inchiesta sulle morti bianche provocate dall’amianto.

“Faremo, diremo, agiremo, costruiremo ….”. si erano precipitati a dichiarare gli assessori Elisabetta Ballurio e Michele Cafarelli al quotidiano La Stampa. Capitava tutto questo a poche settimane dalla vittoria elettorale, con l’entusiasmo a mille e l’adrenalina in corpo. Era evidentemente un “bluf nel solco di una politica degli annunci che è poi continuata un anno intero approdando, la scorsa settimana ad una fantomatica Ico-Valley partorita dal senatore Virginia Tiraboschi e subito strombazzata come la panacea di tutti i mali.

Dicasi “megafonite”. Una vera e popria malattia dei tanti ospiti del “palazzo”. Quando arrivano lì cominciano “a pensare” ed ogni “pensata” diventa una notizia da dare in pasto ai giornali. 

Tornando a San Bernardo, parliamo di uno dei siti più inquinati d’Italia, non di “micio micio miao miao”. Bene!

I due assessori dichiaravano che il nuovo esecutivo Sertoli stava per l’appunto  “pensando” ad una doppia operazione di “bonifica” e “abbattimento” perchè tutta quell’area “doveva essere messa in sicurezza e non si poteva lasciare in quello stato…”. Perfetto!

Applausi a scena aperta. Meno male che sono arrivati loro. Subito un ashtag e un tweet: #rivoluzione. E van bene le ovazioni e le ola però ora, bando alle ciance e alle ciancerie, ci verrebbe voglia di chiedere almeno due cose.

A che punto siamo con la bonifica? Si è già deciso chi tirerà fuori i soldi?

Domande lecite, più incredibile sarebbe ricevere delle risposte convincenti. Ci aveva provato l’ex sindaco Carlo Della Pepa, alzando gli occhi e le mani e al cielo: “L’onere di bonificare il sito spetta alla proprietà. All’ente pubblico spetta l’onere di evitare che la popolazione sia esposta all’amianto…”.

La storia

Insomma siamo di nuovo qui a rigirarci intorno, qui dove un tempo e fino agli anni ‘90 entravano e uscivano centinaia di operai fieri di lavorare per l’Olivetti e ancora qui, oggi, per raccontare di  quei capannoni trasformatisi in una “bomba ecologica”.

Perchè c’era e c’è ancora l’amianto, nelle pareti e nei controsoffitti. Perchè delle persone sono morte di mesotelioma. Soprattutto perchè il lavoro di isolamento con dei pannelli di truciolato non è servito a un bel cavolo di nulla. Eggià!

Si sono rotti. Sono marciti e le polveri adesso fuoriescono dalle finestre e si sparpagliano nell’aria tutt’intorno, nella case, nei campi, tra la gente…

“Dovrebbero intervenire ma nessuno interviene…” raccontava giusto tre anni fa, al microfono del giornalista Michele Valentino di Tagadà (La7) un cittadino preoccupato.

“Temo per la mia salute e per tutti i residenti di San  Bernardo…” aggiungeva un altro.

Che la situazione sia preoccupante lo dice una relazione dell’Asl, parte integrante del voluminoso processo per omicidio colposo plurimo (12 morti accertate) a carico dei vertici dell’ex Olivetti, poi finito in una bolla di sapone.

Amianto ovunque

Capannoni imbottiti d’amianto quelli di San Bernardo, a pochi chilometri da Ivrea. Nel 1956 vi si trasferirono le “Officine meccaniche” ma dell’asbesto nessuno se ne preoccupò come rivela un documento interno, scovato dagli investigatori nel monumentale archivio dell’Olivetti e datato 27 ottobre 1987. Si leggeva e ancora si legge “Risulta la presenza di asbesto nell’intonaco del soffitto del capannone sud, nei pannelli della controsoffittatura del capannone centrale Ope e di alcuni uffici Osai…”.

Tutto giusto, però  se non si capisce più chi siano i proprietari non se ne esce vivi, come davanti ad una serie di scatole cinesi. Prima c’era la Olivetti che ha venduto a uno che ha ceduto a un altro e poi c’è ancora un altro, infine la Ibk sas, una società fittizia intestata a Solin Popescu, poi fallita. Al fallimento è seguita un’asta giudiziaria, purtroppo senza esito.

Insomma, l’ennesima truffa con tanto di soldi chiesti e ottenuti per la bonifica e anche quelli spariti nel nulla.

Morale di questa brutta storia: la bonifica non si è mai fatta perchè spetta ad un proprietario che non esiste più.

In Procura

E su come sia stata gestita questa struttura dai tanti amministratori succedutisi alla guida della multinazionale italiana delle macchine da scrivere, la Procura di Ivrea lo aveva appreso da Giuseppe Cerbone, dal ’70 al 2001 dirigente Olivetti e dal ’90 membro del Sesl, il Servizio ecologia. Cerbone nel 2002, ormai fuori dall’azienda e dipendente di una società che si occupava di rimozione amianto, venne contattato dalla Olivetti per un preventivo.

“L’ammontare del costo – spiegò Cerboneera di oltre un miliardo di lire. La bonifica di San Bernardo non venne effettuata e la Olivetti cedette il capannone ad un certo Merletti, che non fece in tempo a bonificarlo perché a quanto ne so venne arrestato”.

In quello stabilimento aveva lavorato anche Bruno Favaro. Per 10 anni, dal 1970 al 1980, reponsabile del reparto in cui si producevano le “piastre elettroniche” dei computer. Da lacrime agli occhi la sua testimonianza dell’11 maggio 2009. “Il capannone era costituito da tre campate con tetto a volta coperto con lastre ondulate di eternit – aveva  raccontato –   La parte bassa delle tubazioni era coibentata con tela d’amianto”.

Identici i ricordi di Anna Lagna, anche lei ex dipendente a San Bernardo.

“Le grosse ventole che riciclavano l’aria interna sollevavano polvere, con sensazione di disagio per le vie respiratorie – raccontava il 28 agosto del 2009 – La guaina esterna di colore chiaro dicevano fosse d’amianto. E i fili elettrici venivano inseriti nelle guaine usando una polvere bianca».

All’interno

Le pareti, i soffitti e poi il talco industriale pieno di tremolite: un tipo di asbesto che prende il nome della Val Tremola, in Svizzera, dove abbonda.

Tutto era impestato da quella polvere letale.  Letale come scriverà Enea Occella, luminare dell’Istituto d’arte mineraria del Politecnico di Torino, in risposta ad una richiesta di informazioni  del 16 febbraio 1981 firamta da Maria Luisa Ravera, direttrice del Servizio ecologia dell’azienda.

“Il numero di elementi fibrosi –  risponderà Occella – supera le 500 mila unità per microgrammo. Negli Stati Uniti i limiti consentiti sono 1.000 unità per microgrammo”. 

La lettera, toh guarda, risaliva al periodo in cui De Benedetti era presidente e amministratore delegato, ed è questo che aveva indotto  il giudice Elena Stoppini a condannarlo in primo grado.

Finito il processo resta l’attualità e i costi di una eventuale bonifica. Che siano esorbitanti lo sapevano bene Della Pepa e C. che, infatti si limitarono a tamponare il degrado con poco di 50 mila euro, che saranno anche pochi ma erano già qualcosa, meglio del niente previsto in bilancio dall’attuale giunta, una giunta del “cambiamento” guidata dal sindaco Stefano Sertoli…

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