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IVREA. Carnevale. Pierluigi Marta: “sono vivo per miracolo”

Che cosa sarebbe lo Storico Carnevale d’Ivrea senza Pierluigi Marta. Sulla groppa tanti anni quanti la manifestazione ed anzi di più (almeno da quando è tornata in auge dopo la dura parentesi della seconda guerra mondiale). Ve lo immaginate un Carnevale senza i bagordi del giovedì grasso, nato, cresciuto, e poi ceduto dai suoi Amis ad Piassa d’la Granaja alla Fondazione, senza fiumi di gente in tutta via Palestro e nelle Piazze, senza i volontari con il loro thè caldo e vin brulè a ristorarci e riscaldarci. Eppure c’è mancato davvero un pelo. “Sono vivo per miracolo” ci racconta proprio il numero uno degli Amis. E’ un accidente che sia ancora qui tra noi: il 12 gennaio si trovava ancora in Burkina Faso, nella capitale di Ouagadougou ed allargando lo zoom su google maps esattamente tra l’hotel Splendid, frequentato da occidentali e da personale dell’Onu, ed il vicino Cappuccino Cafè, presi di mira e incendiati da al Qaida nel Maghreb islamico, una decina di cadaveri trovati sulla terrazza del locale, almeno venti morti.

Marta Pierluigi
Marta Pierluigi
Che ci faceva lì, in quell’albergo, Pierluigi Marta? Lavoro. Titolare di un magazzino di vendita di macchine utensili a Burolo. L’età non lo direbbe (79 anni compiuti il il 26 dicembre scorso) ma il dinamismo, le passioni e la costanza di Marta son le stesse di quand’era ragazzino. Pronto a far notte fonda in piazza al Carnevale, a prendere l’areo e volare dall’altra parte del mondo. “Ero nell’albergo a cui hanno dato fuoco. Avevo il mio, diciamo così, piccolo ufficio in quel caffè. Potevo essere morto” ci racconta sminuendo il piccolo incidente occorso qualche giorno dopo. Seduto al bar Piemonte, per raccontare il Carnevale, Marta è coperto da una noiosa benda al naso. “Sono caduto il 15 gennaio… e mi son fatto male”. Non se ne preoccupa. “Poteva capitarmi di peggio”. Ed infatti ancora infortunato (pubblichiamo qui accanto una foto della sua forma migliore, sapendo che per il 4 febbraio avrà ormai tolto la fasciatura) il 18 gennaio era già nella sede di via Bertinatti per la cena con i Generali del Carnevale.
Ci sarà, in piazza Ottinetti. Ci sarà il giovedì pomeriggio per il Carnevale dedicato ai bambini, la sera per l’apertura. Ci sarà il venerdì pomeriggio quando, per la prima volta, gli Amis si recheranno in visita ai bimbi nel reparto di pediatria dell’ospedale cittadino, “per portare il Carnevale anche ai piccoli che non possono uscire a vederlo”. E ci sarà il lunedì, al ricevimento di tutti gli sposi per piantare il “pic”. Unico cruccio: per quest’anno niente arance. Salterà i giorni della battaglia. “Con le condizioni del mio naso, stavolta, mi tocca rinunciare”. Sarà l’unica volta in tutta una vita.
“Ho cominciato a vivere il Carnevale da bambino – ricorda – quando mio padre mi portava a tirare in piazza”. Originario di Parella il padre, di Strambino la mamma (il cognome, Marta, viene da quelle zone, da San Martino Canavese e lui, sposato con Isabella, due figlie, Laura e Silvia, e quattro nipoti, tutte femmine, ne è ormai l’ultimo discendente). A Ivrea Pierluigi, in quegli anni in cui la città dalle rosse torri attirava gente non solo dalla campagna ma da tutto il nord Italia, è nato e cresciuto. Il Carnevale nel sangue. “Ci si rovesciava la giacca e si andava a tirare dai balconi, in borghese, con due berretti rossi, uno in testa ed uno pieno di arance”.
L’avvento della prima squadra, l’Asso di Picche, Marta lo ricorda ancora bene. Nel 1948 aveva 12 anni. “Tiravano con la casacca da operai della Olivetti. Poco a poco tutti si sono inseriti nelle squadre”. Tutti, o quasi. Eccetto lui e qualche d’un altro. “Mai tirato in una squadra. Sul carro, per due anni, tra l’84 el’85, con Gili Meina, che era un grande conduttore di quadriglie.
Nello stesso anno, il 1984, fonda gli Amis ad Piassa d’la Granaja, antico nome di Piazza Ottinetti, dove prima dell’avvento dell’industria dell’informatica si impilava il grano. “Allora ero segretario del comitato del Carnevale quando l’Azienda Autonoma (che oggi chiameremmo Atl), che finanziava il Carnevale, ci mise spalle al muro. Mi inventai il gruppo: eravamo assieme al 1969, non volevo buttare via la nostra storia”.
Da allora, e ininterrottamente, è stato Presidente. Oltre trent’anni filati. Senza mai stancarsi. In sede ogni lunedì sera e per tutto l’anno perché, oltre al Carnevale, c’è da organizzare San Savino e qualche piccolo appuntamento durante il calendario.
“Perché continuo? Per la solita passione e per il fatto che abbiamo messo insieme un’organizzazione che si rende utile alla città che si rende utile alla città. Ci siamo inventati la festa in maschera del giovedì, ormai patrimonio del Carnevale”. Ma da parecchi anni del giovedì si discute molto anche per la piega forse troppo esuberante presa con l’afflusso in massa di giovani. Cosa bisognerebbe fare? “Educare i genitori a non far uscire i figli ubriachi, non vedo altro” risponde Marta.
Meglio il Carnevale ai tempi del Consorzio o della Fondazione? “Ormai la struttura è precisa e non può cambiare molto. Certo il lunedì sera con le banda, voluto da Gambone, non era male…”.
E per il futuro? “Va affrontato il discorso delle componenti (compresi noi Amis) che hanno un valore e dal prossimo anno dovrebbe essere riconosciuto: avere più peso con consigli alla Fondazione. Quest’anno, per la fretta dovuta alle date, non è stato possibile”.
E cosa consiglierebbe Pierluigi Marta? “Ho già dato, ma consiglierei solo di rivalutare di più la parte storica perché si parla di arance, la battaglia è l’aspetto più eclatante, ma per noi è anche una vecchia tradizione che arriva da lontano”.

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