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IVREA. Carlo Botta, non solo storico anche narratore e poeta

Noi siamo abituati a pensare a Carlo Botta come ad un uomo politico e storico, autore della Storia della guerra dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1809), della Storia d’Italia dal 1789 al 1814 (1824) e della Storia d’Italia continuata da quella del Guicciardini sino al 1789 (1832), oltre ad altre opere storiche minori. In realtà egli fu anche scrittore di romanzi e novelle, e poeta, autore di un poema epico in endecasillabi sciolti.

Nel 1796, mentre in attesa di passare in Francia si trova in Svizzera, e precisamente a Knutwiel (nel cantone di Lucerna), dove si è recato per evitare di essere nuovamente arrestato, scrive un romanzo epistolare sul modello di Rousseau (La nouvelle Héloïse, del 1761), dedicato all’amore per Teresa Paroletti. Questo romanzo è rimasto inedito per 200 anni; è stato poi scoperto e pubblicato, col titolo di Per questi dilettosi monti (sono in realtà le parole con cui si inizia il manoscritto), nel 1986 da Luca Badini Confalonieri.

Cambiata la situazione politica in Piemonte con l’arrivo di Napoleone e la sua prima campagna d’Italia, il Botta rientra in patria e nel febbraio del 1799 la Repubblica Piemontese, dopo aver votato a favore dell’annessione alla Francia e volendo avvalorare questa sua decisione anche con una sorta di referendum popolare, invia in Canavese e in Valle d’Aosta, per raccogliere voti di adesione, proprio Carlo Botta, che nello stesso mese (il 19) viene anche nominato Segretario per l’Istruzione Pubblica.

Nel mese di marzo il governo provvisorio viene sciolto per lasciar posto ad una singola Amministrazione, ma gli Austro-Russi entrano a Torino il 26 maggio e Botta viene inviato col Robert a Parigi, dove resterà fino a settembre. Subito dopo chiede di rientrare in servizio nell’esercito francese, venendo assegnato come medico militare a Grenoble, dove era già stato nel 1796 e dove resterà fino almeno al mese di giugno del 1800. Il 9 giugno ad Aix sposa Antoniette Viervil, ritorna poi in Italia dopo la vittoria napoleonica a Marengo (14 giugno) e diventa membro della Consulta piemontese.

A Grenoble Botta vive un’esperienza amorosa di cui ci lascia memoria in una novella (1), della quale il commediografo e suo grande amico Stanislao Marchisio (1774-1859), all’inizio di una serie di “schede” lessicali riportanti passi linguisticamente interessanti della Novella stessa, ci dice “questa novella è tutta sul fare del Boccaccio, vuoi per purità ed eleganza di lingua, vuoi per oscenità incomportabili. La scrisse il Botta a Grenoble, dove si era rifugiato nel 1799 quando i francesi furono scacciati d’Italia dagli austrorussi, nella sua giovine età di trentatre anni. Sotto il nome di Simplicio de’ Simplicj dipinse la propria bonarietà e dabbenaggine”.

È questa la novella che a quel tempo “rimasta inedita, dovette però circolare manoscritta tra gli amici”, come ipotizza Luca Badini Gonfalonieri nella sua introduzione al romanzo bottiano Per questi dilettosi monti di cui abbiamo appena sopra accennato.

Presso la Biblioteca Civica di Torino è conservata, con la segnatura ms. 79, una miscellanea manoscritta contenente vari scritti di Carlo Botta. Si tratta di un volume rilegato, appartenente alla biblioteca torinese almeno dal 1912, data che si legge, scritta a matita, sull’etichetta presente in 2ª di copertina. Tranne i pochi testi di cui nell’indice si legge essere autografi del Botta, gli altri, tra cui le due novelle, non sono sicuramente di mano dello storico canavesano.

Il nostro testo (Novella piacevole. Sotto lo pseudonimo Semplicio de’ Semplici da Roverbella: Roverbella, detto per inciso, è una località del mantovano dove il Botta aveva soggiornato nel 1797) è il numero 1 della raccolta.. Il contenuto della novella è così brevemente riassumibile: si inizia descrivendo la figura del protagonista (medico, proprio come Botta) e narrando il suo arrivo a Grenoble, dove incontra l’altro protagonista (Totolo), pure lui esule in Francia. I due amici conoscono due donne romane con le quali tentano dei primi approcci amorosi, che culminano, durante la notte di Natale, in una serie di vicende erotiche.

A questo punto fa la sua comparsa la figura del “muscadeno” (cioè un “moscardino”), vale a dire una sorta di bellimbusto che tenta anch’egli un approccio amoroso con le due ragazze; da tutto ciò sorgono i primi dubbi dei due uomini sulla vera condizione delle donne. Si arriva quindi all’equivoco ed alla catastrofe: Totolo, trovate le donne in compagnia del moscardino francese, rivela la verità a Simplicio. I due amici incontrano un saggio personaggio originario di Bologna, cotal Assennucci che, dopo la scoperta della verità avvenuta spiando le due donne a banchetto con degli ufficiali francesi, riesce a consolare Simplicio distrutto dal dolore e dalla disperazione.

Suo malgrado il Botta divenne anche personaggio di una pièce teatrale. Il 7 di marzo del 1804 (16 ventoso dell’anno XII, secondo il calendario rivoluzionario) a Torino, il medico Carlo Giulio, uno dei tre reggitori del governo piemontese prima asservito e poi annesso alla Francia (oltre al Giulio, Carlo Bossi e, appunto, Carlo Botta: il cosiddetto, dal popolo, goern dij tre Carlo), cioè la “Commissione esecutiva” all’interno della Consulta nominata dal generale Jourdan nell’ottobre del 1800, fu pubblicamente bastonato sotto i portici di Via Po da cotal Firmino Sesca, con “sodisfassion universal” (come dirà, vedremo, il poeta piemontese Edoardo Ignazio Calvo). In tale occasione il Calvo, che pur essendo di sentimenti giacobini era già stato autore di componimenti poetici piemontesi decisamente anti-francesi, scrisse un’azione scenica in due atti dal titolo di A-i ven për tùit la soa ossia Artaban bastonà. In questa pièce compare una scena di fantasia, ël pais dij Mamaluch, governato, guarda caso, da tre “quasi re”, e cioè Artaban (Carlo Giulio), Mustafà (Carlo Bossi) e Bajazèt (Carlo Botta). L’azione della bastonatura occupa il secondo dei due atti della commedia (comunque incompiuta e pubblicata per la prima volta solamente nel 1853), mentre nel primo la scena è nel palazzo dei Mamaluch, dove i tre amministrano, ovviamente a loro favore, la giustizia: c’è una gran tavola preparata per le sedute del Comitato Segreto dei tre, ma su questa tavola c’è… ma lasciamo la parola al poeta stesso: a-i é ’d capon ansima, ’d zibié, ’d pastiss e ’d trute,/ ’d sorbèt e ’d confiture, tute sòrt ’d vin pì bon,/ tut lò ch’as treuva ansoma pì ’d fin ant la stagion./ Ant un canton për tèra i é tanti sach de dné. (sopra vi sono capponi, cacciagione, pasticcini e trote,/ gelati e confetture, ogni sorta di vini prelibati,/ tutto ciò che si trova insomma di più fine in quella stagione./ In un angolo per terra vi sono tanti sacchi di denaro). Quest’opera, pur circolando allora solamente manoscritta, ottenne tuttavia un grande successo, tanto che dal nome del protagonista nacque anche l’espressione popolare piemontese fier ’ma n’Artaban, per indicare una persona molto superba e piena di sé.

Passano gli anni e il Botta, che si è trasferito a Parigi in seguito alla sua elezione a deputato, pubblica nel 1809 la prima edizione della Storia della guerra dell’indipendenza degli Stati Uniti d’America, iniziando nello stesso anno anche la stesura del poema eroico in 12 canti in endecasillabi sciolti, Camillo o Vejo conquistata, che sarà terminato nel 1814 (il primo canto, nella stesura dal titolo di Camilleide, fu già letto però nel 1813 all’Accademia delle Scienze di Torino). Se ne avrà poi una seconda edizione nel 1833 (presso lo stampatore Giuseppe Pomba di Torino) arricchita di “note dall’Autore” e “con gli argomenti a ciascun canto” opera del vercellese professor Cristoforo Baggiolini e preceduta da una lettera di dedica all’antico suo compagno di studi e compaesano don Giuseppe Gallo, professore emerito di Retorica e di Filosofia e Prefetto degli Studi a Vercelli, che aveva insistito perché egli stampasse la nuova edizione del poema. Il motivo della scelta dell’argomento, la conquista di Veio da parte dei Romani guidati da Furio Camillo avvenuta nel 396 a. C., è spiegato dall’autore nel suo “Avvertimento”: egli si è sempre meravigliato del fatto che gli autori epici italiani, a differenza dei greci, dei latini e dei francesi, abbiano sempre scelto come argomento dei loro poemi vicende ed imprese straniere; egli invece ha voluto raccontare una vicenda che ha avuto come protagonisti, seppur come avversari, gli Etruschi ed i Romani, “due popoli dei più famosi non solo dell’Italia medesima, ma ancora di tutto il mondo”.

Non stiamo, ora e qui, a dilungarci sull’opera e sul suo contenuto, impresa anch’essa epica e adatta più agli esperti che non a lettori comuni quali noi siamo, ma soffermiamoci un attimo su di un episodio del canto XI°, proprio il passo in cui il poeta fa il catalogo e la descrizione delle forze italiche giunte in soccorso degli assediati di Veio. Ai versi 1149-1162 egli descrive quelli che possono essere considerati i suoi (e nostri) antenati, i Taurini, di cui ci dice: E qui Tirreno ad Anfideno volto/ così gli parla: “O buon Sannite, dimmi,/ chi son costor, che con sì snelle piante/ battono il calle e l’erta? Oh qual fidanza/ portano in volto, e qual guerriera possa!”/ “Questi, rispose, son color, che in riva/ a l’alme Dore e ad Eridan superbo/ di toro nati anticamente, al toro/ alzan gli altari, ed han dal toro il nome./ Guardan d’Italia i passi: ora sforzati/ da la romana peste accorron quivi/ d’Italia a scampo, e gli vedrai ben tosto/ fulminar con le spade e coi sembianti.”/ Tacque; ed intanto la Taurina prole/ altera trapassava e trionfante.

Poi, nei cinque versi seguenti (1163-1167), il nostro autore aggiunge parole tristi e dolorose per la sua condizione, quella di chi ha dovuto scegliere di vivere lontano dal suo paese: Oh dolce nido, o mia cuna diletta,/ fera tempesta da te mi divelse:/ or queto è ’l turbo; e pur non so, se fia/ (tal mi volge destin) ch’io lasci quivi/ questa vita infelice, ov’io me l’ebbi!

(1) In una lettera scritta all’incirca nel medesimo periodo di redazione della Novella il Botta scrive: “[…] Quella poi, ch’ebbe ad innamorarmi, e da farmi ammalato non è la francese, ma una certa testa venuta da Roma, e che par venuta dall’isola di Scio, con certi occhi, i quali pajono il fuoco, o la luce, o s’altro v’ha al mondo di più bello, di più vivace, e raggiante. Il bello poi si è, ch’essa non mi ama, e parte per Parigi fra pochi giorni. Quando adunque vedrai arrivare costà una testa romana col viso bruno, i capelli-neri, e ricciuti, una testa, dico, che dovrebbe servir di modello al più gran scultore del mondo, dì, è questa che innamorò un uomo, nel quale l’amore non dovrebbe più capire […]”

(presso la Biblioteca Civica di Torino, lettera del 17 Nevoso anno 8° (7/1/1800), da Grenoble, all’amico Giulio Robert).

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