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La piazza all’entrata del paese con il totem dedicato a Giacosa

IVREA. Alla scoperta di Colleretto sulle tracce del compositore Giacosa

Per Colleretto Giacosa gira a destra, poi arrivo”. E’ il navigatore della mia auto a risvegliarmi dai pensieri a cui fantasticavo nella mia mente.

Come sarà Colleretto Giacosa? Chi ci vivrà? Perchè mai un compositore famoso dovrebbe sceglierla come sua casa?”, pensavo venerdì pomeriggio mentre percorrevo la strada che da Settimo Torinese mi portava in direzione Ivrea e poi sù, nell’Eporediese. Le risposte le ho ricevute tutte  non appena ho parcheggiato e sono scesa. Mi sono fermata davanti al paesaggio che mi si parava davanti. Casette basse qua e là immerse nel verde. Sì, c’è tanto, tantissimo verde. Sarà che aveva appena smesso di piovere o anche che tutto il territorio circostante è coltivato a vite, ma l’aria profumava di dolce e di fresco, quasi di menta.

Ero già venuta qualche volta qui, ma oggi per la prima volta capisco davvero la bellezza del posto in cui mi trovo.

Incuriosita inizio a muovere i primi passi. C’è silenzio, la tabaccheria alla mia sinistra è ancora chiusa così pure il negozio qualche passo più avanti.

Alzo lo sgardo e davanti a me c’è una piazza.Tre, gradini, una panchina ed un pannello enorme dedicato a Giuseppe Giacosa, drammaturgo, scrittore, librettista e pure giornalista autore di opere come “La boheme”, “Tosca”, “Madame Butterfly”, scritte per Giacomo Puccini.

Una volta ho visto “La boheme” a teatro, andavo al liceo, ci ero andata durante i festeggiamenti delle Olimpiadi invernali del 2006, a Torino. “Che gelida manina, se la lasci riscaldar…”, me la ricordo ancora quell’aria. E l’ho canticchiata per tutto il tempo durante la mia passeggiata a Colleretto. E mi sembra quasi sentirla davvero quella voce. Chissà, penso, magari l’anima di Giacosa vive ancora qui. Chissà, ripenso ancora, magari l’ispirazione per quell’opera, gli è venuta proprio in questo posto.

Osservo ancora il tabellone, mi guardo intorno prima di proseguire, e mi sorprende notare che tutto è nuovo. Ogni angolo, ogni costruzione, la scuola, il municipio sono perfetti, non hanno nulla che non vada.

Giro nella prima via che trovo sulla mia sinistra. Non so dove mi porterà ma sono curiosa di scoprirlo.

Mi scusi, cosa c’è da quella parte?”, chiedo ad un signore in bici. Avrà circa 70 anni.

El forn”, mi risponde in piemontese e scappa via, di corsa, un po’ troppo veloce per la sua età.

Il forno. Allora incontrerò un forno. Proseguo sempre dritto.Passo un ristorante, qualche casetta moderna e qualche altra ancora antica. La strada si allarga e mi trovo di fronte ad un parco giochi, enorme. Anche lui nuovo. Faccio un giro all’interno e mi rendo conto che non è il classico parco in cui giocano solo i bambini. Qua c’è un campo da bocce e pure uno da calcio. Dev’essere il centro delle attività sociali del paese.

Vado avanti e la strada diventa sempre più stretta, un cartello mi dice che quel tratto è anche pedonale. Alle pareti dei muri dei murales tutti colorati. Sono disegni realizzati dai bambini. Mi soffermo a dare un’occhiata e capisco che si tratta di una cartina che raffigura il paese. L’hanno dipinta i bambini in occasione della settima edizione del Settembre Giacosiano. Sì, perchè qui, appena finita l’estate si celebrano Giacosa e le sue opere attraverso mostre ed eventi.

Dopo qualche metro, all’incrocio tra via Ivrea e via Umberto, finalmente lo vedo. “El furn”. Ora capisco perchè è famoso.

Come i murales, è un insieme di colori. Sul pannello illustrativo leggo che era già lì nel 1800, che smise di funzionare a metà del 1900.

Nel 2000 è stato abbattuto e della costruzione rimasero solo tre  pareti, che sono state recuperate nei mesi scorsi.

Scopro che a decorarlo è stato un artista canavesano, Eugenio Pacchioli, durante l’ultima edizione del Settembre Giacosiano. Sulle pareti ha raccontato una storia e l’ha intitolata “Il profumo del pane”. Inutile dire che narra di cos’era il forno una volta.

Proseguo il mio giro e trovo un piccolo negozio di alimentari. Si chiama “Compro Qui”. Entro dentro attraverso una porta fatta di tenda, come una volta. Qui si vende davvero di tutto. Biscotti, fazzolettini, frutta e verdura e bagnoschiuma, pane e affettati.

Mi scusi, può dirmi qualcosa del paese, com’è cambiato negli anni?”, chiedo alla titolare dopo essermi presentata.

Sono qui da 47 anni – mi risponde intenta a pulire le piastrelle del pavimento con uno spazzolone -. Il paese è cambiato, molto. Per colpa di tutti questi grandi negozi che aprono, quelli piccoli sono stati costretti a chiudere. Avevamo il macellaio, il fabbrio, il fioraio. Le è sembrato di vederli venendo qui? No, perchè hanno chiuso. La maggior parte di quelli che sono rimasti aperti lo fanno perchè sono proprietari delle mura”. Poi mi guarda, si blocca, forse si accorge di essersi sfogata un po’ troppo. “Adesso scusami, ma devo continuare a pulire...”.

Esco, un po’ amareggiata per il quadro che mi ha disegnato.

Lei vivendo qua da sempre, vede la realtà. Io, vedo solo magia.

Vado dritto e la strada si allarga ancora. Di fronte a me una chiesa e accanto un busto dedicato a Piero Giacosa.

Una volta il sindaco mi ha raccontato che tanti lo considerano il “fratello dimenticato”, un po’ oscurato dalla fama del drammaturgo. In realtà era un uomo dotato di particolare sensiblità, curioso, professore di medicina a Torino, ed era anche stato un pittore. Eppure di lui si parla ancora troppo poco.

E lo incontro per caso il sindaco, Paola Gamba.

Sto facendo un giro per conoscere il paese…”.

Vai, vai su di là. Da quella parte, dopo la fontana e la vasca, c’è il persorso che ti porta alla casa di Giacosa…”.

Ascolto il suo consiglio, incuriosita di vedere dove, più di un secolo fa, nacquero opere che sopravvivono e hanno successo anche oggi.

Arrivo di fronte ad una gigantografia di Giacosa, mi indica la direzione da seguire. Ovvero, una gradinata in salita immersa in un parco. Gli alberi sono talmente fitti che non si vede il cielo. Solo, il rumore delle fronde, il cinguettio degli uccelli, il verso degli insetti. A quasi ogni metro incontro le sagome di chi, nel corso degli anni, ha incontrato Giuseppe Giacosa.

E così incontro il compositore Arrigo Boito, l’attrice Eleonora Duse e ancora Gabriele D’Annunzio, Giacomo Puccini, Giovanni Verga, Sarah Bernhardt e Giosuè Carducci. Alla mia sinistra, immersa in un mondo fatto di musica e storia, noto una stradina con una casetta, giù in fondo. E’ la cappella di Santa Liberata. Dicono che si tratti del più antico edificio sacro di tutto l’Eporediese. La strada per arrivarci è sterrata, stretta, senza ripari, decido di rimandare la mia visita lì ad un’altra occasione.

Dopo qualche metro in salita sbuco su una strada, quella che lega Colleretto a Quagliuzzo e Parella. E proprio accanto a me una casa bassa, grigia, non molto grande, con sopra una targa. “Qui visse Giuseppe Giacosa”.

E così, dopo aver visto quasi tutto quello che s poteva vedere, ripercorro tutto il tratto sulla strada del ritorno per lasciare alla sua vita un paese che ha la musica nell’aria…

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