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IN FOTO Ivrea in un disegno di fine Cinquecento. A destra Il Duca Carlo Emanuele I di Savoia

IVREA. “A peste, fame et bello…”

A peste, fame et bello, libera nos, Domine, o Signore, liberaci dalla peste, dalla fame e dalla guerra: era questa la principale invocazione che, per secoli e secoli, il popolo aveva elevato a Dio. 

Sovente “peste” e “fame” viaggiano per conto loro, ma il più delle volte, malauguratamente, quando c’è la “guerra”, essa si presenta accompagnata dalle altre due calamità. Emblematica quanto successe ad Ivrea, in occasione di una delle più gravi epidemie che la storia ricordi: quella del 1630, resa famosa dai “Promessi Sposi” di A. Manzoni.

All’epoca, Ivrea era la più importante città canavesana. I Savoia la consideravano una seconda Torino. Proprio nel 1630, in una concitata fase dell’interminabile guerra, combattuta sul suolo italiano tra Francesi e Spagnoli, il Duca Carlo Emanuele I di Savoia, alleatosi con gli Spagnoli, non si sentiva più al sicuro dalla minaccia dei Francesi che, oltre a spadroneggiare in Piemonte, erano sostenuti nella capitale dagli ambienti francofili.

Il 25 giugno, pertanto, trasferisce il Senato e la Camera Ducale ad Ivrea, dove già nei mesi precedenti il principe Tomaso di Carignano, da sempre avverso alla Francia, aveva ritenuto prudente rifugiare la propria famiglia. Ivrea dovette affrontare ingenti spese per ospitare tutti quegli illustri personaggi. La Credenza (il Consiglio Comunale di allora) nominò un’apposita commissione per provvedere case ed arredi necessari per accogliere senatori, magistrati ed “auditori”, mentre i Savoia erano alloggiati, secondo la tradizione, nel castello “dalle rosse torri”. 

Tuttavia, la città non fu esonerata dalle normali incombenze militari, fra cui l’obbligo di alloggiamento delle soldatesche in transito. Nel mese di marzo si hanno le prime avvisaglie del diffondersi di una pestilenza. 

Ivrea fa quel che può per tenere lontano il contagio: riatta le mura, acciò non vi sia alcun ingresso eccetto che per le porte ordinarie; non lascia entrare in città chi non abbia un apposito certificato sanitario; la guardia alle porte viene resa più severa; il 30 maggio anche gli ecclesiastici propongono di fare dei turni di guardia, vista la generale utilità della cosa, e la proposta è accolta dalla Credenza. Ma ogni precauzione è inutile. Il 4 giugno, 6000 soldati tedeschi, al comando di Ambrogio Spinola, di passaggio da Ivrea, devono essere alloggiati in città per sei giorni. 

E la peste entra in Ivrea. 

Per far fronte alle prime spese dovute al contagio, a fine giugno la Credenza impone quella che chiameremmo una tassa “una tantum” a tutti i contribuenti (come si vede, non è una novità dei giorni nostri…). Ai primi di luglio il “magistrato ducale sopra la sanità residente in Santhià” (una sorta di assessore regionale alla sanità) incarica la Credenza di provvedere due medici, due cirosici (chirurghi) e due monatti per curare i sospetti di contagio. 

Non tragga in inganno il nome “chirurghi”: una delle loro occupazioni era quella del barbiere e, in quanto abili nel maneggiare il rasoio, venivano chiamati allorchè occorreva praticare salassi: erano, cioè, più che altro dei flebotomi. 

Curiosamente, i due cirosici procurati dalla Credenza erano siciliani, come risulta dai verbali del consiglio comunale: Bernardino Zerbino da Palermo e Paolo Gibellino, genericamente definito “siciliano”. Evidentemente i rapporti fra Sicilia e Piemonte erano sempre stati stretti, se anche il primo distillatore di grappa in Canavese fu un certo M. Giglio, venuto a Chiaverano da Catania nel secolo XII. 

I monatti, in genere, erano individui sopravvissuti a precedenti pestilenze, quindi “naturalmente vaccinati”.  contro un ulteriore contagio, oppure tanto disperati o incoscienti da affrontare i rischi connessi con un mestiere consistente soprattutto nel trasportare gli ammalati ai lazzaretti e nel portare a sepoltura i cadaveri.

Appena iniziata la morìa, si istituiscono due lazzaretti. In uno si invieranno i malati accertati, nell’altro i sospetti. 

La Credenza deve pensare al cibo per i quarantenati, cioè per gli “ospiti” o meglio i “reclusi” nei lazzaretti, che con molto ottimismo, o molta ipocrisia, si consideravano in quarantena.

Ad un certo G. A. Giordanino viene ordinato di fornire giornalmente il pane necessario. Ben presto, però, il povero Giordanino dichiara di non poter più continuare, se non gli danno il grano o il denaro necessario per acquistarlo. Lo stesso fa B. Gromo per quanto riguarda il vino. La Credenza tergiversa: promette che li pagherà, a tempo debito, ed il prezzo sarà ragionevole. 

Nei lazzaretti intanto la morte imperversa, al punto che, mentre in un primo tempo i cadaveri venivano sepolti in un cimitero, in seguito essi sono inumati negli stessi lazzaretti.

In città regna la confusione. 

Il 26 luglio la Credenza apprende che due compagnie di archibugieri devono giungere per mantenere l’ordine interno durante la pestilenza, ma siccome tali compagnie dovranno essere spesate dalla città, al fine di evitare questo ulteriore aggravio sulle disastrate finanze cittadine, la Credenza stessa comanda ai Governatori di inviare un ricorso a Sua Altezza il duca Carlo Emanuele I, per ottenerne il richiamo. Per fatale coincidenza, il Duca muore proprio quel giorno e non sappiamo che cosa abbia risposto il successore, Vittorio Amedeo I, perché nella documentazione dell’archivio di Ivrea vi è una lacuna che va dal 3 agosto 1630 all’aprile del 1631 e non vi è traccia neppure nell’Archivio di Stato di Torino. 

Lo stesso 26 luglio, i medici ed i chirurghi chiedono di essere pagati per i servigi resi fino a quel giorno, minacciando, in caso contrario, di sospendere le loro prestazioni. Quantunque i Governatori ed i “Conservatori sopra la Sanità” cerchino di accordarsi con loro nel migliore modo possibile, i medici se ne partono da Ivrea. Ai Governatori non rimane altro che stigmatizzarne l’operato ed in un’amara lettera scrivono alli signori medici la doglianza (lamentela) che fa la città della luoro partenza et d’haverla abandonata in quest’influsso. 

I cirosici ed i monatti, invece, non se ne vanno. 

Infatti, nella seduta del 31 luglio, la Credenza apre una sottoscrizione (ed i Governatori raccolgono le offerte di molti dei presenti) non solo per far fabricare le barrache (baracche) per li sospetti, et infetti di morbo contagioso, ma anche per il pagamento di cirogici et monati. 

Contemporaneamente si cerca il conforto della fede.

Il 3 agosto il Consiglio di Credenza, radunato sopra la piazza del monte di città, avanti la porta della camera del consiglio, conferma i voti fatti durante la peste del 1585.

I voti consistevano in questo: tutti i cittadini, eccettuati li decrepiti, et altri eccettuati (esonerati) dalla Santa Romana Chiesa, osserveranno le vigilie; nessuno commercerà in tali giorni; si faranno le oblazioni statutarie; si manterrà reparata et ben coperta et ornata la chiesa o sia capella di Santo Rocho (Rocco) del Pillone fra le chiese di Santi Lorenzo et Quirico fuori delle mura d’essa Città.

A differenza di quanto avvenuto nel 1585, per degne considerazioni, cioè per timore di ulteriore diffusione del contagio, si tralascia di fare la processione generale il giorno dell’Assunzione, con l’impegno, però, di fare tale processione appena terminato il morbo. 

Infine, si manterrà perpetuamente accesa una lampada nella cappella dei Santi Savino, Besso e Tegolo, e si farà celebrare ogni sabato, nella cappella di San Rocco, una Messa in onore della Vergine (N.B.: San Savino è il patrono di Ivrea; Besso e Tegolo sono due martiri locali della famosa Legione Tebea, fatta decimare perché i suoi soldati erano in gran parte cristiani; San Rocco è il protettore degli appestati). 

Tali voti dovranno essere perpetuamente et inviolabilmente osservati. 

Ma il contagio non accenna a scemare. 

Fonte di preoccupazione diventano anche i monatti, chiamati dal Consiglio di Sanità ed alloggiati in case di privati. Essi spadroneggiano impunemente dato il disordine regnante in città, danneggiando gravemente le abitazioni in cui sono alloggiati, dando fondo alle scorte di legna da ardere, incendiando boschi, rubando a man salva nelle case degli ammalati. 

Soltanto alla fine dell’autunno diminuisce la virulenza del morbo e pian piano la situazione si va normalizzando. 

Si tenta faticosamente di tornare ad una vita più o meno normale, compatibilmente con le rovine, le ferite ed i lutti causati dal flagello. 

Tre sono i momenti salienti di questa ripresa, almeno sul piano ufficiale, perché nel privato la gente è stata troppo intimamente colpita negli affetti, per potersi riavere in breve tempo.

Anzitutto, il 20 gennaio 1631, il Consiglio di Credenza può finalmente deliberare di provvedere alle opere di disinfezione delle case, nominando un “impresaro della purga”, con l’incarico di dar purgata la città, Borghetto, Cascine, Vigne e Casati esistenti nel finaggio (circondario), incluse le chiese: la città e borghetto fra giorni 8, ed il restante fra giorni 15, conchè (con l’accordo che) la città somministrasse il bosco (legname) e fieno necessario a tale purga. 

Il pericolo non è però scomparso del tutto e solo in un secondo tempo, in piena estate, si potrà chiudere il lazzaretto di S. Antonio. 

Soltanto il 9 luglio, infatti, la Credenza può accogliere la richiesta di Monsignor Vibo, rettore della chiesa di S. Antonio, che sia purgata et profumata la chiesa et case di detto S. Antonio, nelle quali d’ordine della città s’è fatto il lazzaretto. 

Nel frattempo, il 22 aprile, Sua Altezza il Duca invia una lettera con cui viene tolto il bando che, per la peste, era stato dato alla città fin dall’agosto dell’anno precedente. Riprendono quindi le attività commerciali, in particolare il mercato, e tutti gli altri civili contatti con il mondo esterno, che il bando aveva interrotto.

Il 27 aprile, come ringraziamento a Dio per la restituzione della libertà di commercio, si promette che, ogni anno, il 23 aprile, giorno in cui si era letta nella Credenza la lettera ducale, si farà una processione generale, cioè di tutta la città, non solo di una parrocchia.

Con questi tre provvedimenti, disinfezione della città e dintorni, ripresa dei commerci, chiusura dei lazzaretti, si può dire che la città è tornata alla sua vita normale, compatibilmente, è ovvio, con lo stato di desolazione contro cui si dovrà ancora lottare.

Le spese connesse con la pestilenza furono indubbiamente rilevantissime, anche se non possiamo quantificarle. 

Un documento, relativo alla parte sanitaria, non ci è di molto aiuto, non essendovi la possibilità di tradurre in lire attuali il “fiorino” di allora. Possiamo solo dire che il “fiorino” era una moneta assai forte. Il documento consiste in un conto di 49172 fiorini, presentato il 10 dicembre 1631 alla Credenza da un certo G. Stefano Fecia, per medicamenti prettesi subministrati (che sosteneva di aver fornito) alli poveri delle gabane (capanne dei lazzaretti) infetti, et altre robbe datte per purgare e nettare per la città.

Non sappiamo neppure quante persone persero la vita in questo frangente. 

Il canonico Giovanni Benvenuti, nella sua Istoria della antica città di Ivrea, compilata nell’ultimo decenni del ’700, scrive: Per grazia di Dio il contagioso morbo non diminuì di molto il numero dei cittadini, e de’ Canonici non morirono che due soli, ma G. Patrucco, in Ivrea da Carlo Emanuele I a Carlo Emanuele III (Pinerolo 1900), afferma: Le altre memorie del tempo lasciano supporre una cifra assai più notevole. 

Sull’argomento, io ho effettuato ricerche negli archivi parrocchiali, purtroppo con scarsi risultati. Infatti i libri mortuorum, cioè i registri dove i parroci annotavano via via i nomi delle persone che morivano, in relazione a quegli anni li possediamo soltanto in due parrocchie su cinque. 

Inoltre, mentre nella parrocchia di S. Lorenzo si registrano, nel 1630, ben 36 decessi contro una media annua inferiore a 10, nella parrocchia di S. Salvatore troviamo registrati solo 22 morti, numero assolutamente normale. 

È assai probabile che i defunti, in quella situazione di emergenza, venissero sovente interrati senza molte formalità e che numerosi decessi non fossero neppure registrati.

Un fatto, comunque, è certo perché documentabile la popolazione di Ivrea nel 1627 ammontava a 2555 abitanti; prima del 1650 era scesa fino a 1500 abitanti!

Savino Giglio Tos

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