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In foto il Ponte Vecchio di Ivrea prima della distruzione del 1704; sullo sfondo si vede la Castiglia (acquerello tratto dal Petit Vulcain)

IVREA. 28 agosto – 30 settembre 1704, assedio e caduta della città di Ivrea

Di quel lontano evento abbastanza memorabile per Ivrea, si conserva ancora oggi un ricordo singolare: una granata di mortaio che dopo aver perforato il tetto della chiesa di San Nicola, nei pressi del Duomo, si abbatté sul pavimento senza esplodere. Così venne appesa con una catena a destra dell’altare maggiore a perenne ricordo di quella grazia.

Il 1704 fu un anno drammatico per il Ducato di Savoia: ad eccezione di Verrua (oggi Verrua Savoia, sopra Crescentino) tutte le altre piazzeforti caddero in mano francese. La violenza degli scontri con i Francesi era acuita dal forte disprezzo che essi provavano per il voltafaccia del duca Vittorio Amedeo II (il futuro primo re di Sardegna) che aveva abbandonata la svantaggiosa alleanza con Luigi XIV a favore dell’Austria. Questa nuova guerra era scoppiata con la morte di Carlo II di Spagna, avvenuta il 1° novembre 1700. Così viene chiamata Guerra di Successione di Spagna, esattamente un litigio per l’eredità…

Un trono conteso.

A reclamare il trono iberico c’era la Francia che mirava ad acquisire uno straordinario potere in Europa e oltre Atlantico. Naturalmente anche Leopoldo I imperatore d’Austria pretendeva il medesimo trono. Così come, sorridendo un poco, lo pretendeva anche il piccolo Piemonte in quanto Vittorio Amedeo II era l’erede di Caterina, infanta di Spagna e moglie di Carlo Emanuele I. Oltre alle ragioni dinastiche, in entrambi i casi (o il predominio francese, o quello austriaco) in Italia si sarebbero rotti i già precari equilibri in meridione, in Sardegna e anche in Sicilia e Lombardia, tutti territori in mano alla Spagna. Quindi Francia e Austria si corteggiavano quel piccolo e fastidioso ducato che bloccava il transito delle Alpi Occidentali, con il suo piccolo esercito, le sue fortificazioni, la sua artiglieria, insomma un piccolo stato differente dalle altre regioni d’Italia prive di alcun peso militare e politico, totalmente asservite alle grandi monarchie europee.

Quel piccolo stato, in tempo di pace, era un importante stato-cuscinetto tra la Francia e i possedimenti austriaci del Nord-Italia. Il Piemonte, formalmente alleato della Francia dall’accordo del 1696, venne subito corteggiato per schierarsi contro la Francia: si fecero avanti la Gran Bretagna, offrendo l’agognato ducato di Milano, e l’Austria offrendo il marchesato di Monferrato, in cambio della cessione alla Francia della Savoia e di Nizza, possedimenti piemontesi. Dall’altra parte, il re Sole, offriva semplicemente un altro matrimonio dinastico per rinsaldare i legami tra le due corone. Gli stati italiani si dichiararano subito neutrali, eccetto lo Stato della Chiesa che si schierò da subito con i franco-ispanici e il duca di Modena con l’Impero.

I primi movimenti.

Ma il tempo per la voce della diplomazia si era ormai esaurito, al suo posto si sarebbe udito il rombo del cannone. Il Piemonte dovette approntarsi allo scontro a fianco della Francia e della Spagna contro la Gran Bretagna, le Province Unite, il Sacro Romano Impero, il regno di Danimarca e il regno di Portogallo.

Sempre in virtù degli accordi franco-piemontesi del 1696, il re Sole conferì a Vittorio Amedeo II il comando generale delle truppe franco-piemontesi in Italia, ma è una clamorosa «bufala»: in caso di vittoria, nessuna concessione territoriale. A Versailles, mentre si pensava di invadere l’Austria attaccando dall’alleata Baviera, il principe Eugenio di Savoia-Soissons, cugino di Vittorio Amedeo II che era diventato, dopo una straordinaria carriera militare alla corte di Vienna, comandante dell’armata austriaca, entrava in Italia attraverso il Tirolo con 30.000 soldati. Scese in pianura, a Carpi sbaragliò i Francesi e invase il Ferrarese. Il maresciallo di Francia Catinat, chiese al re l’esonero, e al suo posto venne messo l’inetto “guerriero di corte” Villeroy, appena in tempo per essere sconfitto a Chiari il 21 gennaio 1702 e addirittura catturato con il suo stato maggiore a Cremona.

Malgrado le truppe piemontesi si fossero battute in campo con disciplina e valore, venivano derise dagli alleati francesi. A Versailles si ridicolizzava pubblicamente sulle pretese sabaude e contemporaneamente saliva il sospetto di contatti traditori tra i due cugini sabaudi. In effetti, malgrado la guerra in corso, l’Austria cercava in ogni modo di attrarre il Piemonte a danno dei Francesi: emissari fecero arrivare al duca le solite concessioni, ma questa volta con la nuova offerta del titolo regio. Vittorio Amedeo II però era uno spirito pratico. Cosa se ne sarebbe fatto del titolo di re di Sardegna se non aveva nemmeno una flotta per difendere l’isola? Il 12 agosto 1703 giunse a Torino da Vienna il conte Averbergh, ma i Francesi scoprirono la tresca. O meglio, la notizia venne resa pubblica dai medesimi Austriaci che non esitarono a divulgarla tramite la «Gazzetta di Berna», sotto forma di corrispondenza giornalistica da Vienna. Una fuga di notizie abilmente architettata per tagliar corto sulle trattative segrete. Questa accelerazione era anche dettata dall’invasione del territorio austriaco attraverso la nemica Baviera. Il re Sole, allora, il 15 settembre ordinò al maresciallo Vendôme di disarmare e catturare le truppe Piemontesi schierate (un corpo di 3.000 uomini). Radunate a San Benedetto Po con la scusa di una rassegna militare con Spagnoli e Francesi e con l’ordine perentorio di non portare munizioni. Erano le truppe da combattimento migliori provenienti dai reggimenti Guardie, Aosta, Piemonte, Chiablese e Fucilieri.

Vennero così disarmate e catturate insieme ai loro ufficiali: il generale in capo Carlo Giuseppe di Castellamonte, il conte generale Giovanni Piossasco di None, il conte Francesco Maria Solaro di Monasterolo e il barone Cesare Epifanio Lamberti di Cavallerleone. Proprio da San Benedetto Po partì l’offensiva franco-ispanica per mettere fuori gioco il traditore Piemonte.

L’offensiva franco-ispanica.

Il maresciallo Vendôme comunicò la sua chiara visione strategica a Versailles: «La guerra in Piemonte bisogna terminarla quanto più presto sia possibile e non stare a trastullarsi dinanzi a Vercelli, né a Verrua, ma correre difilato fino a Torino».

Ma i riti e i tempi della corte di Versailles erano differenti, e le idee di Luigi XIV anche. Chiesero al Piemonte la consegna immediata delle fortezze di Verrua e Cuneo, ma in risposta Vittorio Amedeo II fece arrestare e confiscare i beni di tutti i Francesi residenti in Piemonte. Non solo, fece arrestare ai propri domicili gli ambasciatori di Francia e Spagna. Tra le truppe piemontesi prigioniere serpeggiava la rivolta: 155 «ammalati» trasportati da una scorta di soldati francesi su un barcone sul Po verso un campo di prigionia, si ammutinarono e sbarcarono nel piacentino. Da qui iniziarono una lunga marcia per tornare ai propri reggimenti in Piemonte. Anche tra gli ufficiali ci furono fughe: Cesare Lamberti di Cavallerleone, rinchiuso a Cremona con un nutrito numero di ufficiali, riuscì a fuggire dirigendosi in Piemonte attraverso le campagne. Al momento della rottura con la Francia il Piemonte aveva 11.000 soldati di fanteria organizzati in 12 reggimenti di cui due mercenari, a cui si aggiungevano due reggimenti di fede protestante fuggiti dalla Francia. La cavalleria contava 440 cavalieri tra i reggimenti Piemonte Reale e Savoia, più altri 400 dragoni dei reggimenti Ginevra e Piemonte e un battaglione d’artiglieria con 200 uomini. Ma al di là degli organici, pesavano diserzioni e scarso armamento pesante da fortezza. Nemmeno i nuovi arruolamenti portarono a grandi numeri. Alla fine, la piccola armata del Piemonte superava appena le 20.000 unità, ben poco rispetto ai 40.000 Franco-ispanici che stavano marciando ormai sul Piemonte. Il morale generale era molto basso, ma si rialzò per un impresa significativa: l’epica cavalcata di 1220 cavalieri imperiali provenienti dal fiume Mincio, che malgrado gli scontri con i Francesi, gli Spagnoli e soprattutto i Genovesi – tradizionali nemici del Piemonte – guidati dal marchese Annibale Visconti raggiunsero incredibilmente Torino.

Ma il grosso dell’armata imperiale tardava, perché il principe Eugenio era dovuto correre a sedare una rivolta interna in Ungheria, ma riuscì a dar l’ordine al comandante Starhemberg di muovere fino al fiume Tanaro con 14.000 uomini, 3420 cavalli e 20 cannoni. Era la fine di novembre del 1703. Dopo numerosissimi scontri e scaramuccie, le truppe austriache riuscirono a raggiungere Torino, lasciando presidi difensivi a Trino Vercellese, Villanova Monferrato e soprattutto, rinforzare Verrua. Le truppe piemontesi presidiavano Vercelli, Crescentino, Verrua, Chieri, Moncalieri, Torino, Alba, Cuneo, Nizza e l’incredibile fortezza di Monmélian, che reggeva da sola, completamente isolata nella Savoia invasa, l’assedio di Tessé e del duca De La Feuillade. Unico porto marittimo in mano piemontese era rimasto quello di Oneglia, troppo piccolo per attraccare le navi di soccorso provenienti dalla Gran Bretagna e dall’Olanda. Per alleggerire il fronte orientale, Vittorio Amedeo II ordinò azioni di disturbo in Francia, poco oltre il confine alpino. Altri rinforzi imperiali giunsero comunque via mare con truppe imperiali Siciliane, Napoletane e Marsigliesi.

La caduta di Vercelli.

Vendôme avrebbe voluto, senza indugi, prendere subito la fortezza di Verrua, ma il re Sole impose prima la caduta di Ivrea per tagliare la via dei rifornimenti che giungevano al Piemonte attraverso la Valle d’Aosta dalla Svizzera e dalla Germania. Inoltre inviò in Piemonte una seconda armata, comandata da La Feuillade che in soli sei giorni fece cadere il forte della Brunetta a Susa. Vendôme intanto, con 37 battaglioni e 59 squadroni di cavalleria investì Vercelli che incredibilmente capitolò malgrado la forte guarnigione e il grande parco d’artiglieria, dopo appena un mese e mezzo il 20 luglio 1704.

Vittorio Amedeo II fu reso furibondo e amareggiato dagli ufficiali che si arresero a Vercelli, anche perché scelti personalmente da lui. La grossa armata del Vendôme ora poteva dedicarsi a Ivrea, secondo il volere del re di Francia. La città era drammaticamente molto meno difesa di Vercelli. Dal 3 marzo 1697 governatore della città fu designato il barone Carlo Filippo Perrone di San Martino (la stessa casata di quell’ Ettore Perrone di San Martino che cadde a Novara in prima linea contro gli Austriaci nel 1849). Nel 1704 gli fu affiancato il comandate militare di piazza, il tedesco barone Kriechbaum, con 10/12 battaglioni e alcuni pezzi d’artiglieria disposti nella cinta muraria della città e nei due forti che sovrastavano la medesima: il forte della Castiglia (il vecchio, cinquecentesco forte spagnolo) e della Cittadella (che sovrastava il Borghetto, più recente), con battaglioni provenienti dai reggimenti Piemonte, Schulemberg, Reding, Nizza, Maffei, Trinità e Deguin. I Francesi si avvicinavano con 47 battaglioni, 92 Squadroni, 12 grossi mortai d’assedio, 64 pezzi d’artiglieria con un totale di 24.000 uomini contro una guarnigione di 5.000 uomini. Se il rapporto di forza a Vercelli era stato di 2,5 a 1 in favore degli attaccanti, a Ivrea il rapporto era favorevole agli attaccanti per 4,8 a 1.

Verso Ivrea.

Lasciata all’alba del 23 agosto, in serata l’armata si accampò sulle sponde del Lago di Viverone, spogliando case e cascine. I contadini di quei luoghi si unirono a gruppi di ussari della guarnigione di Ivrea e iniziarono una feroce guerriglia, uccidendo tutti i soldati francesi che riuscivano ad isolare e disarmare. Per rappresaglia Vendôme il 28 agosto fece incendiare i paesi di Palazzo, Bollengo e Burolo e da Ivrea si videro alzarsi le fiamme e le colonne di fumo. Il mattino del 30 agosto la cavalleria francese (corpo di battaglia) era già sulla strada Viverone – Ivrea all’altezza di Stallabia, mentre l’ala destra raggiungeva Chiaverano e l’ala sinistra Tina, con lo stato maggiore alla cascina Breda.

Da Ivrea venne ordinato l’incendio al convento dei cappuccini affinché non servisse come ridotto avanzato ai Francesi, e un piccolo distaccamento di 50 moschettieri aveva dovuto lasciare precipitosamente i trinceramenti del Monte Stella e del Monte Giuliano e per non venire sopraffatto, si era unito alla guarnigione di città, privando però la città di due punti abbastanza strategici. Un ridotto di 40 moschettieri del marchese di Pianezza resisteva invece nelle trincee di Boselletto a difesa di alcuni, altrettanto strategici mulini.

Resistettero per ben 18 giorni e ancora oggi si ricorda il luogo con il nome di «mulino Pianezza». Nella notte i difensori gettarono un ponte di legno sulla Dora Baltea per mettere in comunicazione diretta la Castiglia con la Cittadella, passaggio difeso da un ridotto trincerato eretto sul Ghiaro delle Lavandaie. Bersagliati dalle artiglierie della città, i Francesi non riuscirono a scavare trincee e a installare le batterie prima del 2 settembre, quando iniziarono il bombardamento della città con quattro batterie. Intanto i Francesi approntavano altre batterie: una sul Monte Giuliano, un’altra sopra la Madonna del Monte, ai Tre Re, a San Lorenzo, ai Cappuccini. Oltre la Dora le approntarono alla cascina Mezzena, San Nazario e al Martinetto. Anche i conventi divennero fortini improvvisati dai difensori: un distaccamento presidiava il convento di Santa Chiara che ricevette presto il fuoco nemico, medesima cosa al convento di San Michele che venne bombardato dalla batteria di Monte Giuliano.

Nelle notti del 2 e 4 settembre due sortite permisero la distruzione della cappella di San Nazario che copriva il lavoro d’assedio dei francesi, all’incirca presso il vecchio bastione spagnolo a mezzaluna del Caulero, ad est della porta di Vercelli, fuori le mura e oltre il fossato (sono ancora oggi visibili gli imponenti muri tra i condomini del quartiere). Fra il 4 e il 7 i difensori dovettero demolire altre case in Piazza Ulderico che impedivano il tiro della batteria installata nel giardino del Vescovo e di quella ben occultata nel giardino di San Michele, entrambe destinate a impedire il passaggio della Dora da parte dei Francesi.

La difesa della città.

La difesa era infatti imperniata sullo sbarramento costituito dal fiume ove oggi si snoda il Lungo Dora, su un lato, e dalla cinta muraria dall’altra parte. Gli abbattimenti, con grave scoramento della popolazione, erano iniziati fin dal mese di marzo per rendere praticabile la difesa della città. Ancora agli ultimi giorni d’agosto il governatore aveva dovuto far abbattere la chiesa di San Lorenzo, che davanti al Caulero, poteva diventare un pericoloso fortino per il nemico, come era già del resto successo con il precedente assedio, durante la Guerra civile piemontese del 1644. Il 4 settembre i 12 mortai e i 64 cannoni iniziarono il tiro sistematico contro la città. Furono contati fino a 1.400 colpi al giorno (all’assedio di Torino, pochi mesi dopo, ne vennero contati fino a 8.300).

Vittorio Amedeo II, giunse da Torino per assistere Ivrea assediata e si insediò a Strambino, unica via di comunicazione e soccorso rimasta accessibile. Portava un piccolo rinforzo di due battaglioni che riuscì ad entrare nella notte tra il 6 e il 7 settembre in città. Ma intanto il Vendôme, informato del rinforzo giunto attraverso il cordone ombelicale rimasto con il resto del Piemonte, accelerava gli sforzi e riusciva a far gettare un ponte di barche, tra le furiose cannonate austro-piemontesi, sulla Dora Baltea e far transitare pericolosamente 35 squadroni e 15 battaglioni che occuparono e presidiarono il convento di San Bernardino.

Il cerchio si era drammaticamente chiuso: la via di soccorso con Strambino tagliata, la città e i forti irrimediabilmente circondati. Vittorio Amedeo II lasciò Strambino e con il suo stato maggiore raggiunse subito Crescentino, sul Po, per prepararsi ad un altro drammatico assedio, quello di Verrua, fortezza collegata con un esile ponte di barche sul fiume alla città di Crescentino che sarebbe stata investita dopo qualche giorno, il 14 ottobre.

I bombardamenti e l’occupazione di Montalto.

A Ivrea sotto l’incessante bombardamento i Francesi riuscirono a penetrare nel camminamento coperto l’8 settembre e contemporaneamente Vendôme mandò 3.000 spagnoli ad occupare Montalto Dora per impedire ogni soccorso alla città assediata proveniente dalla Valle d’Aosta. Nella stessa lunga giornata, Vendôme scatenò 4.000 cavalieri per guadare la Dora Baltea, ma venne contrattaccato con successo dalla cavalleria piemontese che ne impedì il guado.

Nella notte poi i Francesi per due volte riuscirono a prendere e perdere la ridotta di San Nazario, per i contrattacchi condotti dal San Martino e dal Kriechbaum accorsi con l’intero presidio. I Francesi persero 150 uomini e i difensori ebbero 10 morti e 150 feriti fuori combattimento. In questa azione venne scoperta e sparata per la prima volta la batteria di San Michele che fece gran macello di Francesi trovatisi completamente allo scoperto.

Il 12, il 13 e poche ore prima del giorno 15 i difensori compirono tre audaci quanto feroci sortite; Kriechbaum aveva fatto preparare travi impegolate per gettarle ardenti sopra i nemici e grandi quantità di falci con lunghi manici e ancora tavole di legno con lunghi chiodi sporgenti più di mezzo piede. I combattimenti corpo a corpo si fecero sempre più feroci, disperati. Il 15 settembre la ridotta San Nazario, strenuamente difesa per 15 ininterrotti giorni, cadde nelle mani dei Francesi. Ma ci fu tutto il tempo per minarla, così che quando i Francesi si precipitarono in massa all’interno, i Piemontesi la fecero saltare: una pioggia di brandelli umani, armi, pietre e polvere ricadde a terra subito dopo la deflagrazione: rimasero uccisi sul colpo 160 Francesi e 140 rimasero a terra feriti.

Ma ormai il sistema difensivo eporediese era collassato senza speranza. Il 16 gli assedianti erano ormai padroni, dopo feroci combattimenti senza quartiere, di tutte le opere esteriori e di quasi tutti i bastioni. Le mura della città erano talmente rovinate che non potevano più essere difese. Il 18 il barone Perrone di San Martino fece innalzare la bandiera bianca, dopo aver fatto sgomberare tutte le truppe e le artiglierie ancora utilizzabili nei forti della Castiglia e della Cittadella, per l’ultima difesa. Appena transitò l’ultimo soldato sul Ponte Canavese (Ponte Vecchio), il barone diede ordine – per evitare l’assalto alla Cittadella dal medesimo ponte – di innescare i fornelli di mina dello storico ponte romano che, sconquassato dalle esplosioni, crollò nella Dora Baltea sottostante in una nuvola di polvere.

Poco dopo entrarono padroni i Francesi in città, ma la battaglia dovette continuare per prendere il Borghetto, la Cittadella e la Castiglia.

La resa.

Nella cittadella si barricarono 1283 soldati di cui 16 cannonieri, imprecisato il numero di soldati che si mise alla difesa del Borghetto, ma tutti sotto il comando del barone Schulemberg e del conte della Trinità. Perrone di San Martino con il Kriechbaum si rinchiuse alla Castiglia. Da una tabella recuperata all’Archivio di Stato di Torino, la situazione dei battaglioni alla Castiglia al 24 agosto 1704 era la seguente: 54 ufficiali, 73 sottotenenti e portainsegne, 174 sergenti, 15 tamburi, 2433 soldati effettivi, 1081 tra feriti e malati, 41 furieri, 95 assenti partiti per la fortezza di Monmélian. La Castiglia invece, da un elenco allegato dalla precisa contabilità sabauda, era fornita dei seguenti viveri: 90 sacchi di farina, 50 carre di legname, cioè circa 10 metri cubi — secondo le tabelle di conversione pubblicate da Francesco Carandini in Vecchia Ivrea, che si trovano nell’edizione del 1963 — 3000 razioni di biscotto, 7 sacchi di riso, 8 rubbi di sale (circa 77 kg), 60 rubbi di lardo (circa 570 kg), altrettanti 60 rubbi di formaggio, 4,5 carre di vino (circa 2.165 litri), 4 carre di olio d’oliva (196 litri), 5 rubbi di candele di cera, una brenta (circa 50 litri) d’acquavite, una brenta d’aceto.

I Francesi collocarono quattro nuove batterie nella zona detta Ortasso, sulle rive del Lungo Dora, e al Castellazzo, prendendo d’infilata il Borghetto e la Cittadella sopra di esso con un tiro pressoché continuo. Cittadella e Borghetto si arresero il 27 agosto, dopo nove giorni d’inferno. Furono 193 i feriti raccolti al Borghetto. La vecchia Castiglia resisteva ancora sebbene battuta costantemente dal fuoco continuo delle batterie di Monte Giuliano e dal Crist, anzi il 22 ci fu una sortita disperata, condotta dal signore di Saluggia.

Ma la situazione sarebbe precipitata il 30 settembre dopo un furioso bombardamento. Da un’altra nota conservata all’Archivio di Stato di Torino, alla resa del 30 settembre si contarono in Ivrea 430 ammalati, 312 feriti (di cui la stragrande maggioranza morirà), 140 morti e 243 disertori, con il maggior numero di casi nel reggimento Reding.

Alla Castiglia le perdite assommarono a 61 ammalati, 89 feriti, 38 morti e 112 disertori, la maggior parte Granatieri. I francesi costruirono un ponte di barche poco a valle dei ruderi del Ponte Vecchio e i prigionieri della Cittadella vennero scortati in città. Dopo 32 giorni d’assedio (8 ne avevano previsto gli assedianti), Ivrea era fuori gioco e il Piemonte aveva perduto il collegamento delle Alpi del Nord.

I Francesi ebbero 7.000 soldati perduti, tra morti, feriti e disertori, contro circa i 350 morti, 400 feriti e 800 disertori tra gli assediati. Alla corte del re Sole si esultò, si fecero banchetti e il re volle far coniare una medaglia commemorativa dove su un lato appare una fanciulla che rappresenta Ivrea e che si deve inchinare davanti alla Francia, una donna vestita alla guerriera con elmo, corazza e scudo gigliato, offendo una corona (muraria, simbolo della città fortificata) che tiene in mano.  La scena è sovrastata dalla scritta “EPOREDIA CAPTA” e la data della resa della città: 27 settembre 1704. Sull’altro lato campeggia il profilo del re Sole con la scritta “LUDOVICUS MAGNO REX CHRISTIANISSIMO”.

Vennero pesate le campane della città per fissarne la cifra del riscatto alla comunità, valutate 24 Lire al rubbo (9 kg circa) per un totale di 3.000 Luigi d’oro. Ma le trattative continuarono fino a che gli ufficiali del Corpo d’Artiglieria addetti alla confisca delle campane per fonderle e gettare nuovi cannoni, si accontentarono di una cifra inferiore.

La desolazione della città dopo la caduta fu impressionante, piante di ogni tipo tagliate per fortificare, comprese le viti e le piante da frutto, intere cascine incendiate o demolite, case in città distrutte e completamente saccheggiate dalla truppa francese, mobilio distrutto.

Tutto il bestiame di Ivrea e circondario venne requisito e la comunità dovette mantenere a proprie spese, fino al 12 giugno del successivo 1705, l’intera armata vittoriosa che la fece da padrona per tutto l’inverno. In quel giorno i Francesi lasciarono Ivrea per andare ad assalire la linea Castagneto Po – Chivasso, prima del grande assedio di Torino.

Fonti

Archivio di Stato di Torino, Materie Militari.

Francesco Carandini, Vecchia Ivrea, Ivrea, Enrico, 1963.

Fabrizio Dassano, L’assedio di Verrua del 1704-1705, in: Rivista Italiana Difesa, n. 6, Anno 2002, Genova.

Wolfgang Oppenheimer, Eugenio di Savoia, Editoriale Nuova, Milano, 1981.

Carlo Trabucco, La volpe savoiarda e l’assedio di Torino, Torino, Fogola, 1978.

Articolo tratto da la Rivista Canavèis

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