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Targa dedicata a Manzetti ad Aosta

Innocenzo Manzetti. Il vero inventore del telefono nacque ad Aosta

“Monsieur le rédacteur, Je viens de recevoir d’Italie la relation d’une découverte très curieuse qui ne manquera pas d’interesser vos lecteurs; je pense que vous voudrez bien l’insérer dans vos colonnes”
(Caro direttore, ho appena ricevuto dall’Italia la relazione di una scoperta molto curiosa, che non mancherà di interessare i lettori; io spero che voi la inseriate tra le vostre colonne).

Così iniziava la rubrica dal titolo “Curiosités de la Science”, pubblicata alla pagina 3 del quotidiano parigino “Le Petit Journal” nella sua uscita numero 1026 del 22 Novembre 1865.

L’articolo in questione aveva come titolo “Découverte de la transmission du son et de la parole par le télégraphe” (“Scoperta della trasmissione del suono e della parola attraverso il telegrafo”) e si rifaceva ad un estratto del giornale “Il Corriere di Sardegna”. Di cosa si parlasse diventava chiaro scorrendo l’articolo: “Manzetti transmet directement la parole par le fil télégraphique ordinaire avec un appareil plus simple que celui qui sert aujourd’hui pour les dépêches […]. La possibilité de transmettre par l’électricité les vibrations des voyelles sonores est, dès à présent, démontrée” (Manzetti trasmette direttamente la parola attraverso il normale filo del telegrafo con un apparecchio più semplice di quello che al giorno d’oggi serve per i dispacci […]. La possibilità di trasmettere tramite elettricità le vibrazioni prodotte dal suono è, al momento, dimostrata).

L’articolo faceva riferimento al telefono. L’ inventore, straordinario, poliedrico quanto misconosciuto, era Innocenzo Manzetti.

Nacque ad Aosta il 17 marzo 1826; compì gli studi primari presso le scuole dei Fratelli della Dottrina Cristiana e quelli superiori presso il Real Collegio di Aosta, gestito dai padri gesuiti; in seguito, però, i genitori lo inviarono a Torino, dove conseguì il diploma di geometra. I suoi interessi erano infatti orientati verso la fisica ed in particolare verso la meccanica. Dopo il diploma tornò ad Aosta, dove si impiegò presso l’ufficio del Genio Civile Divisionale. La notorietà per Manzetti giunse nel 1849, quando presentò il “suonatore di flauto”: era un automa completamente meccanico che rappresentava un uomo seduto mentre suonava il flauto. L’automa muoveva le braccia, si toglieva il cappello, salutava, pronunciava alcune parole e, attraverso un circuito che immetteva aria compressa, poteva suonare riproducendo dodici arie differenti, che erano modulate da un programma registrato meccanicamente su di un cilindro rotante (un sistema simile a quello delle pianole meccaniche). Nel 1857 depositò il brevetto della macchina per la pasta, poi venduto ad una ditta inglese per una cifra irrisoria. Nel 1861 ideò una pompa idraulica per lo svuotamento dei pozzi, che fu con successo utilizzata per svuotare le miniere di Ollomont invase dall’acqua. Un’altra invenzione di assoluto prestigio, presentata al pubblico nel 1864, fu “l’automovibile”, un veicolo mosso da un motore a vapore. Aveva l’aspetto di un furgone; il motore, monocilindrico, occupava la parte anteriore del veicolo ed era sovrastato dalla caldaia. La trazione era anteriore, mentre la panca per ospitare i passeggere era posizionata nella parte posteriore della vettura.

L’invenzione di Manzetti precedette di quasi un decennio la costruzione delle autovetture a vapore ideate da Amédée Bollée e di quasi trent’anni le produzioni in serie di Léon Serpollet. Il periodico “Le Valdôtain” del 6 marzo 1891 scriveva: “Ci si meraviglia, si porta agli onori l’opera dell’ingegner Serpollet, come una invenzione recente, l’ultima parola del perfezionamento nell’applicazione del vapore come agente di locomotiva e non si sa che in una cittadina sperduta nelle pieghe delle Alpi, un geometra umile, sconosciuto e ignorato ha fatto correre una prima vettura a vapore 25 o 30 anni prima di quella dell’inventore parigino? Questa città è Aosta, il creatore sconosciuto è Innocenzo Manzetti. Noi stessi abbiamo visto il veicolo a vapore creato dall’inventore del telefono. L’abbiamo visto nel 1864 percorrere la strada dei Capucins e il cammino lungo le mura romane”.

Ed ancora: “Perché Manzetti non ha sollecitato il brevetto d’invenzione? Mistero! Si sa, ha lasciato seppellire con lui il segreto del suo automa che gli sarebbe stato sufficiente per essere rinomato eternamente”. 

Sempre nel 1864, su incarico dell’amministrazione comunale di Aosta, costruì un filtro naturale, costituito da pietre, ghiaia e sabbia, che permetteva di rendere pura l’acqua del torrente Buthier, che contribuiva all’approvvigionamento idrico della città. Distrutto da un evento alluvionale nel settembre del 1866, fu ricostruito da Manzetti lungo il corso del canale Mére des Rives: in questo modo la città di Aosta ebbe acqua potabile fino agli anni ottanta dell’Ottocento, quando venne costruito l’acquedotto. Infine, nel 1874, ideò un particolare tipo di cemento idraulico, con il quale si fece costruire la casa nell’attuale via Xavier De Maistre ad Aosta.

L’idea del “telegrafo parlante” gli venne probabilmente quando iniziò a lavorare al “suonatore di flauto”, intorno al 1849, poiché egli intendeva dar voce all’automa, anche se testimonianze del primo apparecchio telefonico risalivano agli anni tra il 1861 e il 1864. Il telefono elettrico di sua invenzione era in grado di trasmettere la voce umana a distanza e fu presentato alla stampa nell’estate del 1865. Il maggiore Pierre Dupont, medico dell’esercito ed amico di Manzetti, così descriveva l’invenzione: “Il telegrafo parlante era composto da un cornetto a forma di imbuto nel quale si trovava una lamina di ferro (una piastrina molto sottile) piazzata trasversalmente. Questa lamina vibrava facilmente sotto l’impulso delle onde sonore provenienti dal fondo dell’imbuto. Nel cornetto trovava posto anche un ago magnetizzato infilato in una bobina, posizionato verticalmente rispetto alla lama vibrante e vicino a questa. Dalla bobina partiva un filo di rame avvolto nella seta il cui secondo capo si collegava a una bobina piazzata in un apparecchio identico a quello già descritto. Da quest’ultimo partiva un ulteriore filo elettrico che andava a collegarsi al primo. Dunque, se in prossimità della lama del cornetto si emetteva un suono, questo suono era subito riprodotto dalla lama dell’altro cornetto. La comunicazione tra le lame delle due cornette avveniva in forza di un principio che le vibrazioni di una lama di ferro davanti al polo di un pezzo di ferro magnetizzato determinano delle correnti elettriche che durano quanto dura la vibrazione della lama. In poche parole le onde sonore prodotte dalla voce, il suono, in un cornetto si trasformano nell’apparecchio in onde elettriche e ridiventano onde sonore nell’altro cornetto (1)”. 

La stampa valdostana ed in seguito quella nazionale diedero grande eco all’invenzione. Scriveva “L’Indépendant” del 29 giugno 1865: “Il signor Innocenzo Manzetti, di cui abbiamo avuto più volte occasione di parlare, ci ha informati di un’applicazione assai sorprendente del filo telegrafico. Dei suoni prodotti da un apparecchio alla stazione di partenza, possono riprodursi alla stazione di arrivo: per mezzo di questo strumento si potrà un giorno parlare da Aosta a Torino, a Parigi, a Londra, […] Alcuni esperimenti ci sono parsi fattibili sebbene ancora imperfetti. […]. Dal canto nostro, ne abbiamo la certezza, il signor Manzetti riuscirà nella sua impresa e legherà il suo nome alla scoperta più sorprendente del nostro secolo”. 

Il periodico bolognese “L’Arpa” del 24 luglio 1865 scriveva: “Il bravo Manzetti […] ha trovato il modo di trasmettere per mezzo del telegrafo elettrico i suoni musicali; ed è già a buon punto, specialmente per le parole di suono accentato vibrato di trasmettere da luogo a luogo tutto intero l’umano linguaggio”.

La notizia dell’invenzione si diffuse anche grazie alla stampa internazionale; così arrivò ad Antonio Meucci a New York, attraverso “L’Eco d’Italia” del 19 agosto 1865. In una lettera inviata all’amico genovese Ignazio Corbellino, direttore de “Il Commercio di Genova” affermò: “Io non posso negare al signor Manzetti la sua invenzione, ma soltanto voglio far osservare che possono trovarsi due pensieri che abbiano la stessa scoperta, e che unendo le due idee si potrebbe più facilmente arrivare alla certezza di una cosa così importante (2)”, pur rivendicando le sue ricerche nel settore. Meucci, infatti, ritenne utile scrivere al giornale che, il 21 ottobre 1865 pubblicò: “Ora appare che il nostro amico sig. A. Meucci di Staten Island […] avesse fatto una simile scoperta, e molto prima che fosse pubblicata nei giornali quella del sig. Manzetti d’Aosta. In giustizia al sig. Meucci, pubblichiamo le seguenti lettere che provano evidentemente come egli sia il lavoro o almeno il primo scopritore della trasmissione dei suoni e delle voci parlate al pari delle lettere telegrafiche”. Le lettere erano corrispondenze con l’amico Enrico Bendelari, al quale Meucci aveva confidato, intorno al 1860, l’invenzione del telefono. Nonostante la similitudine, i due apparecchi erano comunque tecnicamente piuttosto diversi: in quello di Meucci, infatti, si era costretti a stringere fra i denti un conduttore, che comprometteva la chiarezza della pronuncia, mentre in quello di Manzetti si poteva parlare liberamente in una specie di cornetta. Ma Manzetti non depositò mai alcun brevetto e fu così che, nel 1876, Alexander Graham Bell registrò il brevetto del “telefono elettrico parlante”. Si narra, però, che sull’invenzione di Bell gravasse una sorta di “plagio”. Scriveva infatti “Il Carroccio”, pubblicato a New York in lingua italiana, nel n. 3 del Settembre 1922 in un articolo scritto a commemorazione di Alexander Graham Bell: “Anche in Italia, com’era naturale, all’annunzio della morte del Bell si è rievocato Meucci. Con Meucci anche Innocenzo Manzetti di Aosta, che pure lavorò attorno al ‘telegrafo parlante’. Fuvvi una polemica tra Aosta e Staten Island. Sul Manzetti e sul suo apparecchio c’è un volume […] il quale riferisce che il Manzetti diede poca importanza alla sua invenzione, chiamato ad altri lavori, specie una carrozza automobile a vapore, che percorse le strade valdostane”.

E ancora: “Qualche tempo dopo che i giornali nostri e stranieri avevano parlato del telegraphe parlant, si presentò al Manzetti uno sconosciuto, di signorile aspetto, cortese di modi, con accento anglo – italiano: gli chiese di esaminare il suo apparecchio trasmettitore della parola e lo pregò di istruirlo sul funzionamento. Il candido Manzetti lo accontentò subito. Lo sconosciuto partendo, con molti ringraziamenti, lasciò il suo biglietto da visita su cui si leggeva: Alexander Graham Bell”.

Un anno dopo il brevetto di Bell, il 15 marzo 1877, Manzetti morì in povertà.

Com’è noto, la disputa sull’invenzione del telefono continuò. Il 19 dicembre 1879, Horace Eldred assunse la presidenza di Bell Telephone Company nel Missouri. Pochi giorni dopo partì per l’Europa e si recò ad Aosta. Egli, insieme al banchiere tedesco Max Meyer e con un mano una lettera di raccomandazione dell’ambasciatore statunitense George P. Marsh, si fece ricevere nel febbraio 1880 dagli eredi di Manzetti, la consorte Rosa ed il fratello Luigi, e li convinse a cedere, in cambio di una somma di denaro, tutti i progetti e prototipi del “telegrafo parlante”.

Ritratto di Innocenzo Manzetti

Poche settimane dopo, il 14 aprile 1880, Eldred depositò il brevetto n. 246.481 intitolato “Telephone Exchange system and apparatus” che mostrava delle migliorie al sistema di comunicazione telefonica e che era chiaramente ispirato all’idea di Manzetti. L’apparato fu in seguito commercializzato dalla sua azienda, la Columbia Telephone Manifacturing Company che, nel 1883 riuscì a collegare telefonicamente la città di New York con le altre città degli Stati Uniti. Vi furono comunque tentativi di rendere atto a Manzetti della sua invenzione.

In una lettera inviata all’editore della rivista londinese “The telegraphic journal and electrical review” del 7 gennaio 1882, W. C. Barney, personalità molto competente in materia di brevetti e scoperte telefoniche, asseriva che Manzetti doveva essere considerato il vero inventore del telefono in quanto lo aveva presentato pubblicamente molti anni prima del brevetto di Bell. Sempre sulla stessa rivista, il 23 febbraio 1884, si poteva leggere: “L’autorevole opinione del maggiore Barney, che pone più di un dubbio sulla datazione dell’invenzione di Meucci e che per contro non esclude l’anteriorità della scoperta di Manzetti, è da considerare alquanto importante”. 

Nel novembre del 1885, il procuratore di Washington, August Tanner, scrisse al canonico Edouard Bérard, grande amico di Manzetti, per chiedere conferma della anteriorità dell’invenzione del valdostano. Questo gli avrebbe permesso di riconoscere in Manzetti il vero inventore del telefono, mettendo in discussione il brevetto di Bell. Ma la mancanza di ogni documentazione a supporto, sottratta da Eldred alla famiglia, impedì il riconoscimento. Da qui, il nome di Manzetti finì nell’oblio. Le cause furono diverse: la mancanza di un brevetto, che non fu mai registrato, a causa forse dello sforzo economico che egli non poteva sostenere; la sua prematura morte; la scomparsa dei documenti comprovanti l’invenzione. Inoltre, pagò probabilmente l’isolamento, dovuto alla posizione periferica nel Regno d’Italia, della città di Aosta che la escludeva di fatto dal dibattito scientifico – culturale. Non a caso, nel 1886, quando venne inaugurata la linea ferroviaria Ivrea – Aosta, l’abate Georges Carrel, noto uomo di scienza valdostano, la definì “la migliore grammatica della lingua italiana per la Valle d’Aosta”.

“Una tale invenzione, non desunta da altri, pur essendo stata preceduta ed essendosi incrociata con le analoghe altre prime invenzioni del Telefono, precedente però in ogni caso al Bell, costituisce un grande titolo d’onore per Manzetti ed un’altra indiscutibile documentazione del Genio inventivo Italiano (3)”.

Doriano Felletti

In tempi recenti, il Centro Studi Jean-Baptiste De Tillier, Mauro Caniggia Nicolotti e Luca Poggianti hanno rivalutato la figura di Manzetti, pubblicando nel 1996 il libro “Il valdostano che inventò il telefono” e curando il sitowww.innocenzomanzetti.it. La trasmissione di RaiDue Voyager – ai confini della conoscenza, nella puntata dell’11 febbraio 2009 ha dedicato un servizio ad Innocenzo Manzetti, che può essere visionato su Youtube.

(Le immagini a corredo del presente articolo sono rilasciate nel pubblico dominio).

1 M. CANIGGIA, L. POGGIANTI, Il valdostano che inventò il telefono, Aosta 1996, p. 61.

2  op. cit., p. 68.

3 L. RESPIGHI, Per la priorità di Antonio Meucci nell’invenzione del telefono, Roma 1930, p. 40.

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